Bradipsichia

Di fronte ad avvenimenti che si susseguono l’uno all’altro, di situazioni che evolvono a grandi velocità, delle carte in tavola che cambiano continuamente, ho come la sensazione di entrare dentro a un vortice fatto di parole di cui in realtà non capisco effettivamente il significato: no-fly zone, ribelli, massacro, civili, toghe rosse, mozioni, risoluzioni, morti, Nato, reattori, tsunami, AD, DG, centrale, terremoti, eroi, raid, mafia, indagati, caccia, giudici, legittimi impedimenti, referendum etc. etc. Tutto questo gira nella mia testa facendola a sua volta girare e ho la stessa terribile sensazione che ho quando dall’alto del mio quinto piano, che forse è sesto non ho mai voluto contare, guardo verso il basso: vertigine, non riuscire a respirare, affanno e la consapevolezza di un’unica soluzione possibile: non guardare. Non riesco a metabolizzare.

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La luce è fuori.

Il pavimento è freddo. Mi riempe di brividi. Mi smuove. La luce è fuori. Tutto è buio. Il nero mi consola. I pacchetti finiti annebbiano la mia vista. Ma non piango. Ci vuole costanza per potere piangere. Ci vuole forza. Verità. Non c’è niente di vero nel freddo di questo pavimento. Noia e dolori finti investono la mia anima. Mediocre anch’essa come tutto il resto. Il suono del telefono mi risveglia dal torpore. E’ mia madre. Ti ho chiamata per dirti che ti voglio bene. Tanto. Il suo amore manifesto mi uccide. Mi uccide come uccidono i sensi di colpa. Le cose non meritate.

Cose che imparo: supertele

C’è uno spettacolo molto bello sotto la mia finestra. Dovrei studiare, tanto, ma c’è in atto una gara importantissima Real Madrid versus Barcellona non me la posso perdere. Il pubblico è quello delle grandi occasioni: le mamme e le nonne scrutano attente gli avvenimenti in campo. Quattro baldi giovani Iker Casillas, Cristiano Ronaldo, Leonel Messi e Zlatan Ibrahimovic, tornato al Barcellona esclusivamente per questa gara, si affrontano in un duello all’ultimo sangue. C’è un vento terribile. Uno di quei venti che fanno pensare a mia madre l’arrivo incombente di trombe d’aria, tornado e tsunami, di quelli che, per capirci, ti aiutano a superare il record dei cento metri piani se lo prendi per il verso giusto, un vento che fa sognare di essere Bolt e magari lo si diventa davvero, in discesa almeno.

Uno, due, tre.

Messi lancia il pallone in aria: la partita inizia.

Fermi tutti! Cambiamo pallone.

La scelta è molto discutibile soprattutto dal punto di vista estetico: un supertele rosa, ma rosa rosa.

Così ci divertiamo di più… quell’altro è pesante… hai visto come vola questo? non sai mai dove va… è più divertente dai…

Giocare con un supertele con un vento simile è come non giocare e più simile al rincorrere le farfalle. E’ una specie di miracolo, giuro, il supertele che volteggia in aria, loro con le mani tese verso il cielo che lo inseguono, e tutto il resto che si dissolve. Non so magia, leggerezza, sapere giocare, saper vivere. Non so. Penso solo che forse oltre alle scarpe giuste bisogna sapersi scegliere anche il pallone giusto, che bisogna capire che il vento non sempre è un ostacolo e che può diventare una risorsa, che bisogna accettare il suo gioco ovunque porti, e inseguirlo con lo sguardo verso il cielo e le mani tese. Con leggerezza, molta leggerezza: la leggerezza del supertele.

Finestra

Muovo le dita, solo l’indice e il medio, tamburello un po’, senti come cambia il suono. Ogni cosa ha un suo suono, bisogna solo farglielo emettere. Preferisco il suono della plastica, è più leggero, quello del legno è grave ma più intenso, se ci penso è così che conosco il mondo tramite il suono che le mie dita producono su di lui. Sono un artista e suono il mondo. E’ rasserenante sapere che tutti i legni e le plastiche del mondo faranno più o meno lo stesso rumore.

 

E’ buio, la mia finestra è chiusa forse l’aria non è delle più fresche qui da me, dentro camera mia, tra un po’ arriverà mia madre, inizierà a parlarmi, mi coccolerà, adoro essere coccolato, farò finta di essere scocciato, chissà poi perché mi viene naturale fare finta di essere scocciato, mi dirà di aprire la finestra. Non c’è niente da vedere, ma lei non lo vuol capire. E inizierà a parlarmi delle bellezze del mondo. E’ così dolce mia madre.

_Luca…

_Mamma…

_Perché non apri un po’ la finestra? C’è un’aria insopportabile e poi tutto questo buio…

_Perché non c’è niente da vedere mamma. Sempre lo stesso cielo, lo stesso finto giardino sotto casa (come vi sarà venuto in mente di prendere casa qui poi…) la stessa gente, che dice le solite cose, le stesse idiozie, lo stesso finto divertimento, preferisco immaginare.

_Non mi sembra che questo tuo immaginare ti renda felice.

_Felice, felice… cosa vuol dire mamma questa parola? Tu che apri le finestre e guardi il mondo ti senti felice?

_No.

_Vedi…

_No Luca, che sia chiaro, io non sono felice perché tu non me lo fai essere. Tu hai scelto di distruggermi la vita.

_Sei aggressiva mamma.

_Non ce la faccio più. Tutti i giorni vengo qui a cercare di convincerti che c’è un mondo oltre a te, che ci sono delle cose da vedere, che le persone non sono tutte come le dipingi tu, che vivere non è poi così brutto, inutile e insensato. Tutti i giorni torno a casa dal lavoro con l’ansia: ti troverò? Non ti puoi chiudere solo nel tuo mondo, Santo Cielo, non ti annoi?

_Hai paura che mi suicidi mamma?

_Non dire quella parola?

_Hai paura sì o no?

_Sì Luca, sì. Maledettamente.

_Puoi stare serena mamma, si suicidano, ops fanno quella cosa lì, solo le persone che amano la vita, che dalla vita sono rimasti delusi, io non appartengo a questa categoria. Per poter togliersi la vita, bisogna vivere, se si è già morti non ci si può togliere la vita, no?

_E perché sei già morto tu? Come si fa a essere già morti a quindici anni?

_Chiedilo al tuo amato Dio, con me e con te è stato crudele.

_Lascia fare Dio, non è colpa di Dio, sei tu che vuoi avere questo ruolo. Pensi che ti si noti di più? E’ così che pensi di potere avere attenzioni?

_E che me ne faccio delle attenzioni?

_Dimmelo tu. Non ti annoi?

_Non mi interessano le attenzioni di nessuno mamma.

_E allora spiegami il tuo atteggiamento perché io davvero non lo capisco. Stare qui tutto il giorno a tamburellare sul tavolo… Non uscire mai, non vedere niente, non avere amici, non avere passioni, non fare niente, non parlare con nessuno, non sorridere, non mangiare, non muoversi da quella sedia. Spiegami, ti prego, che senso ha tutto questo.

_Nessuno. Ma che senso ha uscire, vedere gente, avere amici, avere passioni, fare qualcosa, sorridere, parlare, divertirsi, mangiare, sorridere, muoversi da questa sedia? Che senso ha andare a lavorare tutto il giorno? Che senso ha chiamare le amiche e dire loro “ah come mi preoccupa Luca”? Che senso ha andare a prendere la pizza il giovedì sera con della gente che detesti? Che senso ha fare finta che vada tutto bene e che l’unico problema sia Luca? Che senso ha stare accanto a un uomo che non ami? Spiegami, ti prego, qual è il senso della tua vita.

_Tu vuoi vedere le cose in questo modo, vediamole nel tuo modo.

_Te l’ha detto lo psicologo questo?

_Non fare l’indisponente. Non ha nessun senso nemmeno la mia così orribile vita, ma almeno io tento di rendermela gradevole. Non mi faccio schiacciare dalle mie paure, non sono fifona come te che sei spaventato da tutto. Perché è questo Luca, tu hai paura, hai solo paura. Hai paura di affrontare il mondo. Hai paura che il rumore del mondo sia diverso da quello che pensi tu. Hai paura di affrontarlo. Hai paura della gente, che ti scombussolino quel mondo di finte certezze che ti costruisci. La mia vita non ha senso certo, ma è meno comoda della tua. Mi annoio meno di te. Conosco la vita, non le cose che ho letto sui libri. Io vivo, senza vederci un senso, ma perché ci deve essere. Cerco di dare un senso, Luca, a questa mia esistenza.  Cerco di partecipare al senso. Non ci riesco? Pazienza. Ma io amo, incontro gente, ascolto il loro dolore, parlo del mio, mi confronto, scambio, faccio qualcosa. Non sto seduta ad autocommiserarmi.

_Mi piacciono le cose comode mamma.

_Codardo.

_Sì.

_Stronzo, sei uno stronzo. Ti prenderei a schiaffi.

_Scusami.

_No.

Apre la finestra e se ne va. L’aria fredda entra nella mia camera. E’ il suo dolce modo di farmi sentire il suo dolore e la sua freddezza. Amo il momento in cui apre la finestra stizzita, amo quel suo movimento, amo il suo coraggio e la fierezza con cui lo fa, è un gesto così coraggioso, essere invasi da tutte quelle particelle, da tutta quella luce, da tutto quel rumore e non avere paura. Io chiudo sempre gli occhi, ho paura, ha ragione lei, ho paura. Come fa a sopportare tutto? Perché io non ci riesco?

Elenchi

Sto pensando:

  • Alle mie scarpe bianche.
  • Al perché sono sporche.
  • Al chewingum.
  • Al mal di testa che mi fa venire.
  • Alle creme antirughe.
  • Al fondotinta.
  • Al perché non lo uso.
  • Alle chiavi.
  • Al perché non riesco mai a scegliere la chiave giusta.
  • Al tutto.
  • Al tutto che non ha alcun senso.
  • Alla morte.
  • Al perché non mi riescono le cose semplici.
  • Alla cellulite.
  • Alla democrazia.
  • Alla mia insignificanza.
  • Al perché non mi riescono le cose difficili.
  • Al vuoto.
  • Al Kernel.
  • Allo tsunami che vuoto non è ma vuoto crea.
  • Ai bombardamenti.
  • Agli aerei.
  • Allo gnu.
  • Alla trapunta blu.
  • Al mio pacchetto di winston blu.
  • Al mio accendino verde.
  • Al verde.
  • Ai reattori.
  • Ai semafori.
  • Al perché devo rispettarli se loro non rispettano la mia fretta.
  • Al perché ho fretta.
  • Ai cieli di Turner.
  • A Guernica.
  • Ai pozzi petroliferi.
  • A Pazzini.
  • Al due.
  • Al meno.
  • Al perché leggo.
  • Al perché scrivo.
  • Al perché parlo.
  • Al mio quaderno rosso.
  • Al perché voglio fare l’ingegnere.
  • Al perché non voglio fare l’ingegnere.
  • All’amore.
  • Al fallimento.
  • Al perché Mergherita Hack quando dice cose che fanno comodo è un genio e quando dice cose che non fanno comodo è un’arteriosclerotica.
  • A Veronesi. (vedi sopra)
  • Al perché non me ne frega niente.
  • Al motoGP.
  • Al perché lo odio.
  • Al perché non ho fame.
  • Al perché voglio chiudere gli occhi.
  • Al perché non li chiudo.
  • Al perché voglio solo chiudere gli occhi.
  • Al cielo limpido che c’è stasera.
  • Alle stelle.
  • Alle costellazioni.
  • Alla luna gigante.
  • Al perché qualcosa dovrebbe avere senso.
  • Agli arroganti.
  • Al perché mi affascinano.
  • Al fare.
  • Al non fare.
  • Al perché fare.
  • Alla corsa.
  • Al mio ginocchio.
  • Ai chirurghi.
  • Al mio chirurgo.
  • All’Amore.
  • Ai bugiardi.
  • Al perché mi affascinano.
  • Ai bambini.
  • Al perché nascono.
  • Alla luce.
  • Agli occhiali.
  • Al perché li ho rotti.
  • Alle candele.
  • Alle mie candele che sanno di cioccolato.
  • Al nirvana.
  • Alle strategie.
  • Ai non spontanei.
  • Ai giocatori di scacchi.
  • Alle mosse.
  • Alla loro inutilità.
  • Agli avidi.
  • Ai viaggi.
  • Agli avari.
  • Al perché li incontro.
  • Alle sanguisughe.
  • Al carattere del mio Browser.
  • Al perché non ho sonno.
  • Al carattere del tuo Browser.
  • Alla voglia.
  • Agli idioti.
  • A me.
  • Alle priorità.
  • Alla libertà
  • Al latte macchiato freddo.
  • Al perché non ho voglia.
  • Al tutto che conserva se stesso.
  • Al tutto che annulla.
  • Agli attimi che annullano.
  • Agli abbracci.
  • Alle parole.
  • Alle parole dette a caso.
  • Alle parole non dette.
  • Al mio ascolto selezionato.
  • Al mio non ascoltare.
  • Agli abbracci non dati.
  • Alle uscite.
  • Alle non uscite.
  • Agli amanti.
  • Alla meccanica.
  • Ai planetari.
  • Alla A.
  • Al nome di mio padre.
  • A quanto sono belli i nomi che iniziano per A.
  • Al mare.
  • Agli scogli.
  • Al mio scoglio.
  • Alla mia paura.
  • Ad Amanda Knox.
  • Ad Albano.
  • Al “ci ameremo come i cani”.
  • Alla gente che mi piace.
  • Alle imperfezioni.
  • Al dolore.
  • Al Qohelet.
  • Alla speranza.
  • Al dormire.
  • Al bere.
  • All’ulcera.
  • Agli elenchi puntati e numerati.
  • Alla noia.
  • Al perché tutto sacrifica.
  • Agli arrivi.
  • Alle partenze.
  • Ai ritardi.
  • Alle cose perse.
  • Ai treni persi.
  • Alla canzone che ascolto da una settimana ininterrottamente.
  • Al perché la ascolto.
  • Alla pace dei sensi.
  • Alla pace dei versi.
  • Ai sogni.
  • Alla loro crudeltà.
  • Ai limiti.
  • Al non sapere scrivere.
  • Al non potere volare.
  • Al fallimento.

Spazi

Il rumore dei tacchi mi risveglia dai miei pensieri. Qualcuno mi investe con il suo corpo. Non mi chiede scusa. Alzo lo sguardo e lo guardo negli occhi. E’ triste. Sono triste anche io. Sono triste di una tristezza convenzionale, quella che si incontra in quasi tutti gli sguardi. Mi ferisce essere così uguale anche nella mia tristezza al resto. Avrei potuto scegliere di distinguermi almeno in questo.

Piove.

Non ho aperto l’ombrello mi serve per disegnare il tuo anonimo nome sul manto stradale. Potrei stare ore e ore sotto la pioggia e non bagnarmi affatto. Come una lapide di granito. Non penso che la morte possa essere qualcosa di diverso. Penso di essere morto o di stare morendo. Che differenza fa?

Disegno il tuo nome. Disegno solo il tuo nome con la punta del mio ombrello. Quanto è bello il tuo nome! E’ bello scriverti, ma la pioggia cancella tutto, la luna sorride del mio cercare di scriverti sulla strada, accanto ai miei piedi, renderti eterna, imprimerti sulla terra. Ride la luna. Che ne sa la luna?

Aspettarti è faticoso. In mezzo alla piazza sotto la pioggia. A Santa Croce, che fatica! Dondolo. So che arriverai in ritardo, tu arrivi sempre in ritardo, arrivi di corsa con le mani unite preghi il mio scontato perdono, arrivi con il tuo sorriso perfetto, mi prendi la mano e mi dai un bacio. Io sento il tuo arrivo dal rumore dei tuoi tacchi dal tuo passo leggero e alzo lo sguardo per prendermi tutto il tuo rituale. Non lo sai, ma con te sono sempre in anticipo, mi piace aspettarti qui in piazza Santa Croce.

Mi sembra che il tuo sorriso sia l’unica cosa al mondo che abbia un senso, so che non ha senso nemmeno il tuo sorriso e che la mia attesa è inutile e vana, e che sono qui ad aspettarti perché riempi i miei tempi vuoti. Solo perché riempi miei tempi vuoti. Ride di nuovo la luna. Che ne sa la luna di cosa vuol dire avere i tempi vuoti?

Non ti amo, come tutti gli altri non ti amo nemmeno io, avrei potuto distinguermi in questo, ma non ci sono riuscito e a pensarci bene non ho nemmeno voluto. Perché amarti? Perché amare?

Non ha senso niente, nemmeno la luna che ride della mia fatica, non hai senso nemmeno tu, e non hanno senso i nostri incontri e i nostri viaggi circolari. Pensavo che tu potessi dare un senso ai miei sterili viaggi circolari, che potessimo essere compagni di viaggio per sostenerci un po’. Ma il tuo corpo riempe solo i miei tempi vuoti. Cos’è poi l’amore? Perché dovrei amarti?

Ti sto aspettando perché aspettarti riempe il mio tempo vuoto. Sento la tua assenza perché riempe il mio tempo vuoto.

Arrivi, ma non è il tuo corpo. Sorridi, ma non sono i tuoi denti. Mi prendi la mano, ma non è la tua mano. Mi baci, ma non sono le tue labbra. Che differenza fa? Un altro corpo riempirà i miei tempi vuoti. Chi sei tu del resto?

Senno di Orlando

Povero il mio amore!
Fatto di canovacci,
Sogni dimenticati,
E promesse evase.

Mutila la mia anima
E scava
Con nevrotici gesti
Un prosciugato fiume di ricordi.

Povero il mio amore!
Capolavoro
Deriso, illuso e estinto.
Cacciato dal paradiso,
Reo di immensità.

Nudo e spietato
Esuma fangose pagine,
E ad ogni tua parola,
In ogni tuo tenero sorriso,
Dimentica e ricomincia
Furioso.

Povero il mio amore!
Sfiancante nei suoi
Corrosivi Silenzi,
Narcotizzante,
Non smette ancora
Di sperare.