Idioteque

Luogo: Treno

Nome: Silvia
Anni:23
Professione: Studente ingegneria
Stato d’animo: Assonnata e irritata: una massa di spietati africani le vogliono rubare il lavoro

Nome: Lucrezia
Anni: 24
Stato d’animo: estremamente preoccupato : lo smalto giallo non rende come dovrebbe
Professione: Studente Lettere

_Siamo tutti uguali, lo so, figurati se non lo so, ma insomma loro sono un po’ meno uguali. E’ casa nostra.- dice Silvia
_Certo…- risponde Lucrezia mentre  osservara le sue mani
_No?- chiede conferma Silvia
_Certo. certo.-conferma Lucrezia mentre continua a osservarsi le mani
_No?- mi guarda.
_Certo.- rispondo.
_Non li possiamo prendere tutti noi.
_No, no.- dice Lucrezia.

Per assonanza mi viene in mente idioteque. Prendo il telelfono, cerco: idioteque, metto le cuffie,  mi viene una voglia matta di ballare. Ballo. Sorridono, continuo a ballare, si guardano intorno imbarazzate, si muovono confusamente irritate nei loro seggiolini, continuo a ballare, muovo la testa, muovo il corpo, muovo i piedi. Freneticamente.  Canto. Who’s in bunker, who’s in bunker. I’ve seen too much. I haven’t seen enough You haven’t seen enough. I’ll laugh until my head comes off. Si guardano l’un l’altra:

_MA si droga?- leggo nelle loro labbra.

Sorrido. Ballo. Canto. Ballo. Canto. We’re not scaremongering.This is really happening, happening. We’re not scaremongering.This is really happening, happening.

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Ashes and snow

Segnalo un’opera d’arte, qualcosa che va molto vicino a ciò che penso bello, ma che mai mi riuscì di spiegare. Dove le parole non riescono arrivano le immagini.

http://www.ashesandsnow.org/en/flash-popup.php

Gregory Colbert ha fatto un film: Ashes and snow. Sessanta minuti di pura magia. Se siete in vena di Bellezza, solo se siete in vena di Bellezza, cercatelo e guardatelo.

Ecco un’anticipazione.

Bradipsichia

Di fronte ad avvenimenti che si susseguono l’uno all’altro, di situazioni che evolvono a grandi velocità, delle carte in tavola che cambiano continuamente, ho come la sensazione di entrare dentro a un vortice fatto di parole di cui in realtà non capisco effettivamente il significato: no-fly zone, ribelli, massacro, civili, toghe rosse, mozioni, risoluzioni, morti, Nato, reattori, tsunami, AD, DG, centrale, terremoti, eroi, raid, mafia, indagati, caccia, giudici, legittimi impedimenti, referendum etc. etc. Tutto questo gira nella mia testa facendola a sua volta girare e ho la stessa terribile sensazione che ho quando dall’alto del mio quinto piano, che forse è sesto non ho mai voluto contare, guardo verso il basso: vertigine, non riuscire a respirare, affanno e la consapevolezza di un’unica soluzione possibile: non guardare. Non riesco a metabolizzare.

La luce è fuori.

Il pavimento è freddo. Mi riempe di brividi. Mi smuove. La luce è fuori. Tutto è buio. Il nero mi consola. I pacchetti finiti annebbiano la mia vista. Ma non piango. Ci vuole costanza per potere piangere. Ci vuole forza. Verità. Non c’è niente di vero nel freddo di questo pavimento. Noia e dolori finti investono la mia anima. Mediocre anch’essa come tutto il resto. Il suono del telefono mi risveglia dal torpore. E’ mia madre. Ti ho chiamata per dirti che ti voglio bene. Tanto. Il suo amore manifesto mi uccide. Mi uccide come uccidono i sensi di colpa. Le cose non meritate.

Cose che imparo: supertele

C’è uno spettacolo molto bello sotto la mia finestra. Dovrei studiare, tanto, ma c’è in atto una gara importantissima Real Madrid versus Barcellona non me la posso perdere. Il pubblico è quello delle grandi occasioni: le mamme e le nonne scrutano attente gli avvenimenti in campo. Quattro baldi giovani Iker Casillas, Cristiano Ronaldo, Leonel Messi e Zlatan Ibrahimovic, tornato al Barcellona esclusivamente per questa gara, si affrontano in un duello all’ultimo sangue. C’è un vento terribile. Uno di quei venti che fanno pensare a mia madre l’arrivo incombente di trombe d’aria, tornado e tsunami, di quelli che, per capirci, ti aiutano a superare il record dei cento metri piani se lo prendi per il verso giusto, un vento che fa sognare di essere Bolt e magari lo si diventa davvero, in discesa almeno.

Uno, due, tre.

Messi lancia il pallone in aria: la partita inizia.

Fermi tutti! Cambiamo pallone.

La scelta è molto discutibile soprattutto dal punto di vista estetico: un supertele rosa, ma rosa rosa.

Così ci divertiamo di più… quell’altro è pesante… hai visto come vola questo? non sai mai dove va… è più divertente dai…

Giocare con un supertele con un vento simile è come non giocare e più simile al rincorrere le farfalle. E’ una specie di miracolo, giuro, il supertele che volteggia in aria, loro con le mani tese verso il cielo che lo inseguono, e tutto il resto che si dissolve. Non so magia, leggerezza, sapere giocare, saper vivere. Non so. Penso solo che forse oltre alle scarpe giuste bisogna sapersi scegliere anche il pallone giusto, che bisogna capire che il vento non sempre è un ostacolo e che può diventare una risorsa, che bisogna accettare il suo gioco ovunque porti, e inseguirlo con lo sguardo verso il cielo e le mani tese. Con leggerezza, molta leggerezza: la leggerezza del supertele.