Questioni genetiche.

Certe cose non si scelgono.
Si subiscono e basta.

La Natura sa essere crudele, lo è anche il fato, e persino il caso. Capita di mettere alla luce un bambino proprio nel momento in cui i pianeti sono allineati in modo tale da marchiarlo con l’infelicità garantita per tutta la sua esistenza. Capita di trasferire lui la parte del proprio genoma meno efficace ad affrontare la selezione naturale. E capita di fargli vivere esperienze che confermeranno il suo non essere stato eletto. L’essere la specie che perderà, quella che si estinguerà, che vivrà all’ombra, che subirà. La selezione naturale.

Vedi tuo figlio crescere e ti rendi conto che ha una marcia in più rispetto alla media, nello sport, nella scuola, nella relazioni, lo vedi essere diverso, e te ne compiaci, in cuor tuo speri di avere trasferito la parte migliore dei tuoi geni, pardon, la parte più utile dei tuoi geni, speri che possa affrontare la vita con spavalderia e che riesca a essere felice. Poi tuo figlio cresce e vede cose che non dovrebbe vedere, tu te ne disperi, avresti voluto proteggerlo, non ci sei riuscito, ma lo vedi reagire bene tutto sommato, non dà segni di particolare sofferenza, e così la speranza di avere trasferito la parte di te più utile a sopravvivere ti pervade ancora. Poi cresce ancora e con lui un certo filo di tristezza, inquietudine, e malinconia, tu lo vedi e la speranza si fa sempre più flebile, vorresti prendere parte a quel mare di solitudine e angoscia, ma non ti fa entrare, e allora guardi, guardi da lontano.

Sai che potrebbe fare tutto, tutto ciò che vuole,  potrebbe diventare qualsiasi cosa, potrebbe essere persino felice, se solo lo volesse, se solo lo scegliesse, ma sai che non lo sceglierà, che non lo vorrà, che non la potrà scegliere; lo vedi affogare nei sui dubbi e tremare dalla paura, riconosci in lui una mediocrità diversa dalla media, una mediocrità più alta, quella che fa più male, quella che ti fa vedere che esiste qualcosa di alto e altro, ma che non ti ci fa arrivare, ti lascia lì a guardarla, ammirarla e sognarla. Lo vedi, ne rabbrividisci, e un giorno seduti a cena dici a tuo figlio: “Mi dispiace, mi dispiace davvero. Avresti dovuto essere più nella media. Non così. Nella media, dovevi essere nella media.”

36 risposte a “Questioni genetiche.

  1. Con il padre di mio figlio parlavamo proprio di questo un giorno di come vorremmo che crescesse Filippo, nostro figlio…
    E insomma io un po’ la capisco anche se non lo condivido il “Mi dispiace, mi dispiace davvero. Avresti dovuto essere più nella media. Non così. Nella media, dovevi essere nella media.”

    Che angoscia però…

  2. Con la madre di mio figlio parlavamo di questo e lei, non lo vuole dire, ma ha detto che spera fortemente che nonostante la vicinanza tra il tuo giorno di nascita e quello di Filippo e le stronzate che sostiene lei sui pianeti ascendenti e boiate varie, insomma che Filippo non assomigli a te e a Berlusconi…😀

  3. Basterebbe non innamorarsi della propria tristezza,angoscia, etc. e poi siamo così tanto sicuri della mediocrità altra di quel figlio? E se semplicemente non avesse la voglia di provarci fino in fondo, o il coraggio…

    • Per verificare queste argomentazioni credo sia necessario valutare la distanza percettiva del “figlio” causa sorgente dell'”altra mediocrità”.

      Il coraggio (motivazione, tenacia o quant’altro..) indubbiamente è una proprietà importante per “il figlio”, tuttavia necessita comunque di un argomento (metodologia) al quale venire applicata.

      Trovo normale l’esternazione del padre in quanto consapevolezza di non avere una metodologia efficace per aiutare i propri affetti.

      Curiosamente queste due sofferenze sembrano poter andare a braccetto..

  4. Non ho mai allevato bambini ma penso che per dei pessimi genitori sia comodo consolarsi tirando in ballo la sfiga o la genetica.

    Mi sembra che in questa storia la madre abbia solo poca voglia di correggere il figlio affidandosi alla speranza. Poi, vedendo che il giovanotto si autodistrugge, ci rimane di merda. Stellina… andava aggiustato prima, magari spiegandogli che quattro seghe al giorno non sono una buona idea o che non è corretto presentarsi con una felpa dei pantera ad un colloquio in banca.

    • menomale..^^’

      Sono d’accordo con te per quanto riguarda la responsabilità di un genitore ma non è facile predire la crescita di un figlio.

      Oltretutto il genitore è fallibile…

  5. Ciao Fede e ciao Ermo.

    Non sono molto d’accordo con voi in realtà. Cioè è vero certamente che ci sia una certa responsabilità dei genitori nella crescita del figlio, ma è un po’ troppo comodo per il “figlio” l’atteggiamento del “Ah…tu, tu.. tu non mi hai aiutato, è colpa tua…”
    Se, Fede, la mamma avesse insegnato al bambino che non si fa, che certe cose si fanno in certi modi, è scontato il suo riceverlo? Non si rischia piuttosto la reazione esattamente opposta?

    Hai ragione Ermo sono due sofferenze che si incontrano la madre soffre della sofferenza del figlio e del suo soffrire per il figlio e il figlio soffre quello che è, un’insieme tremante di angoscia e solitudine, e soffre in fondo anche per il fatto di fare soffrire la madre… un genitore fallisce sempre in ogni caso, è il figlio che deve imparare a guardarlo non più come mamma/babbo, ma come uomo/donna a quel punto si riesce anche a perdonare e forse a capire i mancati discorsi sulle felpe dei pantera ( che poi cosa/chi sono questi pantera?😛 )

    • Brava.

      Le mie considerazioni venivano dall’immaginarmi genitore e tutte le occasioni di assenza di controllo (con controllo intendo consapevolezza della situazione).
      E sopratutto, rimediando a questa mancanza (che nel tempo diventa anche naturale) nell’eventuale momento di bisogno la possibile difficoltà di affrontare una situazione in modo efficace.

      Questa era la responsabilità di un genitore nella mia ottica. Non ho mai detto che sia facile. Forse quasi impossibile.

      per i pantera…

      • Mi rendo conto che “consapevolezza della situazione” vuol dire tutto e niente. Il metodo (o il non metodo) di un genitore è influenzato dai valori (o non valori :p) che questo custodisce.

        Può darsi che quasi tutti i genitori abbiano la “propria” situazione sotto controllo…

        Poi quando i pezzi dell’ingranaggio non combaciano in qualche modo l’amore fa saltare la baracca.

        • Certo la responsabilità non può essere solo dei genitori, è un insieme di cose, ma il testo lasciava intendere l’esistenza di un qualche disegno divino a cui non si può sfuggire e io mi rifiuto di credere alla mancanza di libero arbitrio.
          Sarebbe piuttosto triste se la nostra vita fosse già mappata nei geni, sia i genitori che il ragazzo stesso hanno avuto e hanno ancora tutto il tempo di reagire. Guardatevi Gattaca se non l’avete mai visto… Molto carinno.

          • E’ proprio il libero arbitrio il problema, quando ti porta a decidere di seguire una strada o di non seguirne un altra.

          • Beh è vero. C’è il libero arbitrio. C’è l’homo faber fortunae suae. C’è l’azione e la possibilità di agire di cui parli tu, c’è però anche un’insieme di cause esterne e interne che condizionano non solo le tue azioni, ma proprio la possibilità di potere agire, quindi non solo quello che dice ermo della scelta ( una strada piuttosto che un’altra) ma anche per come la vedo io la scelta della non-scelta, o proprio la non-scelta, l’essere incapaci di scegliere.

          • Essere incapaci di scegliere perchè non si percepiscono scelte o perchè quelle che ci sono non sono convincenti?

  6. Al fondo di tutto c’è il desiderio e la maniera di gestirlo.
    Il desiderio umano non è tanto quello di possedere un oggetto, quanto invece desiderio di essere un soggetto, poiché il desiderio è mancanza e ciascuno è la propria mancanza d’essere, così un genitore cerca nel figlio l’altra metà che non ha e il figlio deve a sua volta diventare il padre o la madre che non è. Ovviamente si tratta di una presenza non solo reale del padre o della madre ma anche di una loro rappresentazione codificata in simbolo e significante sino a coinvolgere il grand-parentale con risvolti il più delle volte, ahimé, psicotici.

      • Parlo, se la domanda è rivolta a me, di un “doppio imperativo contraddittorio”, del double bind o doppia presa: sii (come) me, non essere (come) me, che lega e a un tempo oppone il soggetto desiderante al modello (del desiderio). Il figlio (il soggetto desiderante) prova nei confronti del genitore (il modello) un sentimento lacerante formato dall’unione di due contrari: la venerazione più sottomessa e il rancore più profondo. Ma il figlio detesta soprattutto se stesso, a causa della segreta ammirazione che il suo rancore dissimula: con lo scopo di celare agli altri, e a se stesso, tale ipertrofica ammirazione, egli vuole vedere nel mediatore (il modello) un ostacolo. L’argomento è un po’ ostico, me ne rendo conto e a tratti anche palloso, ma tant’è.

  7. Di norma un’alterazione profonda nella percezione della realtà esterna, che dà luogo a un comportamento rigido, insicuro o contraddittorio con gravi ripercussioni sulla personalità. Credo che questo possa chiarire en passant anche il problema sollevato circa l’incapacità di scegliere.

  8. La normalità è un desiderio minimo per un genitore, a cui aggiunge l’eccezionalità delle cose che avrebbe voluto essere (e magari non è stato). In fondo desideriamo essere normali quando la normalità ci sfugge, e allora la medietà, la mancanza di slanci vitali fuori norma sembra quanto più desiderabile.

  9. Mi è piaciuto molto questo spaccato che riproduce la frustrazione di un ceto, del quale anche io faccio parte a pieno titolo, che più che medio, risulta mediocre. Mediocre perché fa la scelta sbagliata; mediocre perché troppo spesso rimane indifferente di fronte alla scelta. L’unica cosa che non posso condividere è la causa per effetto della congiunzione astrale; tutto il resto, se i genitori ne fossero consapevoli, si verificherebbe ogni 2 secondi circa.

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