Ora e sempre (r)esistenza

-E’ strano, ma la cosa che più preferisco di queste nostre serate sono i viaggi in macchina.

-Cosa vuoi dire?

-Voglio dire che noi andiamo in giro, conosciamo gente,  parliamo, esploriamo associazioni e organizzazioni, fabbriche, operai, scuole, università, partiti, e poi…

-E poi cosa?

-Cosa resta? A che serve?

-Cosa ti resta?

-Questi nostri viaggi in macchina.

-Perché?

-Perché qui mi sento io. Sono io che parlo, io Andrea e non Andrea il capopopolo, non l’animale politico.

-Spiegami questo animale politico.

-Non so, a volte mi vedo da fuori, con il microfono in mano a dire cose che non penso nemmeno più, o che comunque penso in maniera un po’ diversa, a urlare alla gente  cose che già sanno, a urlare slogan, a parlare sempre e perennemente delle stesse cose. Mi vedo da fuori e mi annoio, e non capisco cosa spinga le persone che mi seguono, che mi ascoltano, che fanno le cose che io dico di fare. Ho come la sensazione terribile di essere un nano-un-po’-meno-nano in mezzo a tanti nani veri, che quello che cerchiamo di lottare, ovvero la mancanza di coscienza critica sia proprio in seno a noi, abbia monopolizzato i nostri senni, che i primi a esserne vittime siamo proprio noi. Cosa diciamo di diverso dai nostri padri? Parliamo col loro linguaggio, con le loro storie, come se non avessimo una nostra storia, una nostra dimensione temporale. Come se fossimo incapaci di pensare, di leggere il nostro tempo, i suoi problemi, di capirlo, e di trovare nuove soluzioni. Penso che a volte siamo proprio anacronistici, viviamo proponendo sogni vecchi perché incapaci di trovarne nuovi con la scusa che i nostri desideri siano quelli assoluti, i più veri, i più giusti. Ci raccontiamo le stesse bugie, o pseudo verità da anni ormai. Cosa è cambiato? A cosa è servito? Perché l’abbiamo fatto? Continuiamo a parlare di un mondo migliore, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo.

-Noi facciamo anche. Cerchiamo di responsabilizzare le coscienze. Ora stiamo andando a parlare a una scuola, sveglieremo qualcuno forse, anche uno solo sarà una conquista, sarà una persona migliore. Saremo uno in più. Che altro possiamo fare? Penso che sia fisiologico, tu sei stanco, lo siamo tutti, sembra che si sia un po’ delle isole, delle oasi nel deserto, sembra che nessuno ci capisca, ma stiamo facendo la cosa giusta. Noi vogliamo un mondo migliore e per questo stiamo combattendo, con le nostre armi: le nostre assemblee cercando di diffondere le nostre idee. Non siamo a casa davanti a computer a cazzeggiare, noi siamo in mezzo alla gente e con le loro cerchiamo di parlare, noi viviamo a differenza di altri, noi facciamo. Combattiamo. Resistiamo.

-Ma per cosa?

-Per quello in cui crediamo.

-Cioè?

-Siamo arrivati. Lo sai in cosa crediamo, tu ce l’hai detto milioni di volte, fatti passare la serataccia e spiega a questi ragazzi perché hanno occupato la scuola.

Sono venuti a trovarci due ragazzi del Collettivo Resistenza. Diamo il microfono ad Andrea.

Siamo una generazione di vili.
Codardi.
I nostri pensieri non sono autentici.
Scriviamo sui muri.
Incapaci di parlare.
Incapaci di comunicare.
Usiamo slogan vecchi
E vecchi pensieri
Incapaci di leggere il nostro tempo.
Viviamo nel passato con speranze già morte.
Figli reietti.
Incapaci di pensare indossiamo vecchie coscienze.
Incapaci di sognare sogniamo sogni usati.
Non abbiamo in noi niente di autentico.
Nemmeno la nostra rabbia è autentica.
E’ falsa. E’ bugiarda. E’ comoda.
Le nostre coscienze sono vuote.
Non sono autentiche nemmeno le nostre esigenze.

Noi non cambieremo niente.
Noi perpetueremo questo squallido gioco.
Noi siamo una generazione fallita.
Noi siamo i falliti.
Noi falliamo e falliremo.
Non cambieremo niente.
Noi non faremo niente.
Sopravvivremo anche noi.
Ci adatteremo anche noi.
State sereni, ci adatteremo anche noi.
Esisteremo come tutti anche noi.

Grazie Andrea, sei stato fortissimo. Come sempre urliamo: “Ora e sempre RESISTENZA!”

13 risposte a “Ora e sempre (r)esistenza

  1. Credo tu abbia ragione e anche torto. Ci sono una montagna di domande lasciate aperte dai padri, una serie non piccola di processi aperti con entusiasmo e poi lasciati lì senza prosecuzione. In realtà la storia prosegue, anche quando sembra essere ferma, la misura del fallimento è una sensazione singola che per comodità ( e misericordia personale ) si estrapola su tutti. Io credo che la consapevolezza di quanto sta accdendo sia una gran cosa, ma allora la domanda diviene: perché a fronte di un disagio, di un esproprio di vita e di futuro generalizzato, non c’è una reazione collettiva? La risposta che mi do è che questa consapevolezza collettiva non c’è, ovvero, non tutti pensano di essere nello stesso disagio e singolarmente pensano di salvarsi. Un tempo questi problemi venivano risolti dalle guerre, quasi ogni generazione aveva i propri caduti e veniva riportata in un mondo che doveva ricostruirsi, oggi per affrontare la pace abbiamo bisogno di almeno un patto generazionale, dove quelli della mia età si fanno da parte, affiancano, non tengono con i denti ciò che hanno raggiunto. Anche perché nessuno glielo toglie. Ho un figlio che ha qualche anno più di te, una buona qualificazione e problemi notevoli di lavoro,posso aiutarlo, ma non posso vivere la sua vita. Ed è a questa che ha diritto. Nei giorni scorsi ho sentito, a sinistra una tesi giustificazionista sul fatto che la tua generazione sarà molto meno mobile, socialmente, della mia ed era riassunta nel fatto che già c’è il benessere, non si può pretendere di più. Un tempo c’era la crescita collegata allo studio, i figli degli operai studiavano e salivano nella scala sociale, i padri che sono saliti al massimo possono assicurare la meritocrazia non ulteriori diritti. Mi fermo, ci sono domande che mi porto appresso, qualche volta ne ho scritto, noi che volevamo cambiare ci siamo fermati passando il testimone, ma come glielo abbiamo detto?

  2. Io ti dò ragione totalmente, ma non per buonismo gli è che la colpa è delle generazioni precedenti alla tua, incapaci a loro volta di cambiare alcunché, certo ci hanno provato, ma per sopravvivere anche loro si sono dovute adattare, oggimai non è più una questione di tavolozza (un tempo si è potuto credere che la politica potesse essere il luogo dove stemperare le proprie passioni) di coscienze dismesse da poter indossare nuovamente. Come darti torto: (r)esisterete anche voi come chi vi ha preceduto…

    • ..e non gusterete neanche la soddisfazione di essere stati un “filtro” per le generazioni successive…

      Ognuno è causa del suo male. L’educazione sorgerà spontanea.

      Finirà questo individualismo marcio passando da un individualismo sano…

      ..questo è quello che spero😄

        • Quello che porta ad un distaccamento dalle pressioni che subiamo a livello sociale, permette di accendere un nuovo motore privo di costrizioni ed infine poter costruire sulla scorta di una diffusa consapevolezza individuale.

          Come sempre siamo tanti ed agiamo spinti dal nostro trascorso in relazione al nostro “essere”. Se arrivasse in qualche modo una necessità di capire entrambi gli aspetti del nostro agire allora forse potremo iniziare a lavorare sugli strati superficiali come per esempio il “rispetto”.

          L’individualismo sano è quello consapevole della causa del proprio “agire”.

          • Intendi “vederlo con i nostri occhi”?
            Su quale scala? Famiglia, gruppo, quartiere, comune…

            I cattivi sono potenti perchè offrono all’individualismo attuale che in qualche modo si è creato: passare per quella via li’ è brutto, stancante e rischioso.

            Io non sono un maestro, sono un allievo. E’ pur sempre un mio limite aver espresso il quadro in un certo modo.

            Se ti devi scoraggiare cerca di soffrire il meno possibile.

  3. Senza dubbio si legge uno dei mali del nostro tempo, abbiamo perso la capacità di ascoltare e pensiamo di sapere prima che il nostro interlocutore cominci a parlare cosa avrà da dirci perché in qualche modo lo abbiamo già categorizzato all’interno della nostra mente.

    • Categorizzare è una facoltà della nostra mente senza la quale non sapresti scegliere il dentifricio dalla crema da barba, d’altro canto anche tu non ti esimi dal farlo catalogando implicitamente come preconcetta la visione di chi legge e commenta. Ad ogni modo contestualizzando personalmente spero sempre che le nuove leve possano far emergere dal vecchio qualcosa di buono, la critica se vi è stata quella va senza sconti alla mia generazione, che vuoi che possa ormai più offrire?

      • Sai cosa Holzwge,io ho sempre presenti i demoni che hanno tormentato e tormentano mio padre, e ti giuro che proprio non riesco a fare una critica, intesa in maniera negativa, della “vostra generazione”, forse perché in realtà il vostro esempio è profetico di quello che sarà il nostro fallimento,sarà solidarietà?

        Una volta mentre uscivo dall’università, una signora abbastanza anziana senza che io la conoscessi mi fermò dicendomi: non ha senso niente, non vale la pena lottare per niente, l’unica cosa di cui vale la pena è innamorarsi, fare dei figli e morire in pace. Per me è stato terribile. Ho pensato alla vita delle persone che conosco, ho pensato a quanto fosse semplice sintetizzarla in due righe, ho pensato che sarebbe stato anche il mio destino. E’ stato terribile. Lo è ancora in realtà, ma sto cercando di abituarmici. Passerò anch’io come milioni di persone che hanno calpestato questo pianeta senza avere fatto niente. Dio Santo!

        • Hegel sosteneva che la crescita dei figli coincide inevitabilmente con la morte dei padri:le utopie dei padri hanno ingenerato il disincanto dei figli che a sua volta ha determinato in essi l’utopia del disincanto. Non ho perle di saggezza o soluzioni da offrire, pur tuttavia ricordo che altrove ho avuto già occasione di dirti come utopia e disincanto declinate insieme possono costituire un’endiadi necessaria…con beneficio di inventario forse si potrebbe iniziare da qui.

  4. Eccoci.
    Vedi Willyco, io sono fermamente convinta che tu abbia ragione quando dici “la misura del fallimento è una sensazione singola che per comodità ( e misericordia personale ) si estrapola su tutti” io questo fallimento lo sento, lo sento ogni volta che non riesco a fare niente, che non riesco a cambiare niente, ogni volta che leggo il giornale, ogni volta che mi guardo attorno e che mi guardo e basta. Vorrei che fosse chiaro che in quel noi non c’è affatto nessuna polemica nei confronti di altri bensì il mio riconoscermici, esserci lì con il mio peso.
    In generale questo fallimento, è vero, non lo si capisce, mi è capitato più volte di trovarmi di fronte a persone che, di fronte alla mia consapevole impotenza e all’angoscia che ne deriva, hanno risposto con una sonora risata, oppure con sguardi impietositi, della serie povera cretina. Vivendo in democrazia dobbiamo sottostare alla dittatura dei numeri: la dittatura della maggioranza, il più delle volte di idioti, tornando diplomatica: di persone con scarso senso civico. E’ un momento nero questo, scoppiano rivolte ovunque, violenze, corruzione, dittature, la gente inizia a mobilitarsi perché ha fame, che sia questo il nostro limite? Iniziamo a protestare solo quando si ha fame, come gli animali a cui viene tolto il cibo? Non ci eravamo evoluti?
    La stragrande maggioranza delle persone ha fatto suo in maniera consapevole o meno il motto fascista “Me ne frego”, hai ragione tu, e non sai, o forse, anzi sicuramente sì, quanto sia umiliante, irritante, deludente, dovere parlare con persone che nonostante l’età, nonostante anche il grado di istruzione, non riescono a vedere al di là del proprio naso. Fino a quando a me va bene, allora va bene in generale.
    Quello che però volevo far emergere da questo post, è che anche nella parte, quella più “impegnata”, quella che si riunisce tutte le sere, che legge i giornali etc. etc. la parte nella quale senza ombra di dubbio io faccio parte, c’è una mancanza assurda di senso critico. Noi ora imputiamo ai ragazzi un po’ più giovani di essere “fascisti”, perché è così, va di moda, sta dilagando, fa fico dirsi fascisti, pur non sapendo cosa questo voglia significare; allo stesso modo però mi ricordo di quanto quando andavo io al liceo andasse di moda dirsi comunisti, avere i rasta e parlare della pace nel mondo, faceva fico, molti,compresa me, l’hanno abbracciata in pieno questa moda, e molti sono ancora rimasti a quei livelli lì. Si parla tanto delle “pecore” berlusconiane, ma la sensazione sempre più forte che ho io è che anche dalla nostra parte non ci sia niente di diverso.
    E’ disincanto il mio, non è né rabbia, né rancore, né niente. E’ solo disincanto.
    Mi alzo tutte le mattine relativamente presto, vado a studiare, lavoricchio, faccio qualcosa di utile per gli altri, scrivicchio tutto questo cercando di pensare il meno possibile a quello che farò domani, perché se alzo lo sguardo, e vedo il nero, e sento il gelo della solitudine civica, mi verrebbe una voglia tremenda di lasciare tutto, di mandare tutto al diavolo. E’ così la vita per i figli del nostro tempo, costretti ad affrontare il presente con gli strumenti del passato. E’ tremendo.

    (Mi sono un po’ persa🙂 Volevo dire altre cose ma vabbe’ tanto siamo sempre qui, le dirò un’altra volta)

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