Grazie di essere venuto, ma quanto resti?

Anna è una bambina orribile. E’ così brutta da imporre sincerità persino alle signore ipocrisia del paese in cui vive, che di fronte all’innegabile bruttezza sono costrette ad abbandonare la tipica espressione oh che bella bambina! con altre più originali: che bambina simpatica!, che bambina affabile!, che carini i suoi occhiali!, ma si tinge i capelli?, qual è il suo pediatra?, va in palestra?, che tempo fa?, che bel nome!no comment, che bel fratellino!. Persino i genitori, che le vogliono certamente bene, non hanno mai fatto a gara per assumersi responsabilità genetiche sui fenotipi di Anna, e hanno cercato di ritardare il più possibile il suo primo appuntamento con lo specchio. Compassione genitoriale. Si racconta addirittura di un pianto di dolore acuto da parte della madre nel momento in cui le hanno presentato la figlia, e si dice, ma niente è stato confermato finora, che il padre dopo essere svenuto, essersi rialzato e svenuto di nuovo, abbia chiesto il test di paternità. Voci. Il fatto di essere così terribilmente brutti, quasi ripugnanti, non aiuta certo nelle relazioni umane, e infatti Anna non ha amici. Va detto ad onor del vero che alcune sue abitudini e interessi non la rendono certo una bambina degna dell’attenzione altrui. Passare le giornate a fare a gara con le lumache a chi è più lento non ti rende certo affascinante; come del resto non aiuta sdraiarsi per terra ungendosi di materiale strano e sconosciuto ai più per fare in modo che il proprio corpo venga ricoperto piano-piano dalle formiche, diventare la bambina formica e spaventare il resto dell’umanità, o portarsi un serpente, innocuo, ma pur sempre un serpente al collo.

La casa di Anna è molto frequentata. Sua madre è ossessionata dal costruire relazioni, e usa per questo la maggiore parte del suo tempo e delle sue energie, c’è sempre un via vai di amici, parenti di primo, secondo, terzo, centosettantasettesimo grado, amici di amici di amici, amici facebook, amici twitter, amici MSN, amici di amici MSN/facebook/twitter e amici MSN/facebook/twitter di amici, parenti di amici e amici di parenti etc. etc. Tutta questa transumanza  fa sentire Anna un po’ come in mezzo ai butteri e questo sì che lo trova psichedelico. In questo quotidiano rito che vede coinvolta la sua casa, Anna ha un compito preciso in tutto ciò, giacché la madre è sempre impegnata a preparare tè, caffè, pranzi, cene, colazioni, merende, cocktail alcolici, cocktail analcolici, narghilè, canne etc.: aprire la porta, salutare, sorridere senza mostrare i suoi orribili denti (ordine della mamma) e domandare quanto resti?/restate? a seconda del numero. Chi l’ha messa al mondo, una volta venuta a conoscenza di questa scostumata tendenza di pretendere di conoscere i tempi delle persone, l’ha richiamata più volte: non si fa al più puoi chiedere se rimangono a cena. Alcun successo, quanto resti?fa parte di Anna almeno quanto le formiche. Una volta il cugino dell’amico del migliore amico del fratello del fratellastro di suo padre, un signore gentile, curioso e psichedelico, le domandò perché chiedesse sempre quanto resti? E’ che andrai via, starai un po’ qui a casa mia, parlerai un po’ con me, mi ascolterai un po’ e poi andrai via, voglio solo sapere quando andrai via. Così per prepararmi, perché andrai via anche tu no? Vanno tutti via, stanno un po’ con me, e poi vanno via, io rimango sola, non sola, con le formiche e le lumache. Quanto resti?

 

17 risposte a “Grazie di essere venuto, ma quanto resti?

  1. Commovente anatropia! Penso che tu viva in positivo il negativo del tuo personaggio (oops! lo so la formula usata e trita e tronfia nella sua stupidità, abituale di chi non sa cosa dire…ma continua a leggere) a volte ci si sente spaesati in prossimità della altrui mediocrità ricavandone l’impressione che i normali siano gli altri che subordinano in solidarietà meccanica ciò che tu dissenziente del comune sentire vivi in maniera organica. Sto incominciando a scorgere la punta del tuo iceberg. xD

  2. Mi piaci in versione V, stai mica preparando il 5 novembre 2020? In tal caso, sappi che io molto modestamente, posso fare la Natalie Portman dei poveri…

    Iceberg, che bella parola, un po’ inglese o forse no, e un po’ fredda anche, chissà come dicono iceberg i francesi… e i cinesi? Quanti saprebbero il significato di iceberg se non ci fosse stato Cameron e il suo Titanic? Mi sto perdendo…

    Mi era venuta in mente una cosa interessante da dire, ma non ho fatto in tempo a scriverla su un post it😦 e l’ho dimenticata.

    Devo dire, però, che condivido molto il tuo commento se non fosse per quel dissenziente che, non so forse sbaglio, mi dà l’idea di un atto volontario, come se fosse una scelta, ecco non penso che tutto sommato lo sia più di tanto.

    • Ho usato dissentire nella sua comune accezione riferito al diverso sentire (dis e sentire) di chi rifugge il senso comune, di chi non si sente parte del gregge e di rimando non ne approva il concettume degradato eppure resta ondivago come il porcospino di Schopenhauer tra una mortificante solitudine e una coesistenza pungente, dolorosa.

      In confidenza V mi piace perché al di là del personaggio storico a cui si ispira la graphic novel della DC Comics e il film della Warner Bros fa tanto Descartes o Karel Dujardin.

    • La via del guerriero è colma di solitudine e tristezza.

      Non credo che l’essenza del sentire sia il vero problema (sia esso immutabile o per scelta). Credo sia l’ “altrui mediocrità” a pungere.

        • beh si, credo siano le due facce della medaglia.

          Quello che volevo trasmettere era la scarsa importanza nel concorrere alla soluzione del tuo problema da attribuirsi alla definizione dell’origine del tuo sentire.

          Per quanto riguarda lo specchiarsi l’ho sempre trovato un argomento molto affascinate, pure troppo. A riguardo credo convenga rimanere in equilibrio. Nonostante sia uno slancio di introspezione faticosa da sostenere non riflette sempre la virtù che ci si aspetta. Credo che pensare di specchiarsi vada bene in un ambiente molto controllato.
          Ci si può comunque fustigare specchiandosi, prima o poi la voglia passerà e si sarà soltanto perso un po’ di tempo.

      • Penso che tu abbia ragione in fin dei conti, difatti mi sto convincendo che più che le “sensazioni” si debba tenere in debito conto le “percezioni” vale a dire la rielaborazione soggettiva del senso comune, in pratica ciò che tu fai di ciò che gli altri fanno o hanno fatto (di te). A proposito il guerriero procederà pure solitario e mesto ma andrà dove vuole lui non dove vogliono gli altri, sarà un guerriero libero, anche di sbagliare.

          • Scusa hai ragione, non ho premesso il referente simbolico. Nel pensare il guerriero con inavvertenza e con arbitrio pur sembrando naturale la cosa e forse proprio per questo mi avveniva di associarlo per metonimia alla mosca prigioniera in una bottiglia di cui parlano Wittgenstein e La Capria. In realtà le bottiglie sono più di una un po’ come le matriosche o la mise en abyme o l’effetto droste e costituiscono quello che chiamiamo condizionamenti sociali (il luogo in cui siamo nati, la mentalità che lo contraddistingue, la cultura delle piccole identità locali che produce la mentalità identitaria individuale e collettiva, vi è poi il linguaggio, l’ideologia etc.). La mosca-guerriero solo quando riuscirà a scoprire la forma della bottiglia potrà trovare la via per uscirne, tuttavia sapere com’è fatta la bottiglia quando uno ci sta dentro è scienza molto complessa e richiede la consapevolezza di essere prigionieri all’interno di una bottiglia, talvolta la trasparenza del vetro produce l’illusione di star fuori. Alla fine ci si può domandare posto che la mosca-guerriero riuscisse ad uscire dalla bottiglia, dove volerà? Quale sarà la sua meta? Non potrebbe infilarsi in un’altra bottiglia? La risposta plausibile potrebbe essere quella appunto che essa andrà dove vuole magari sbagliando etc.

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