Il 21,2%

Ho appena finito di fare la doccia. Mi sono fatto anche la barba, mi sono stancato di assomigliare a Osama Bin Laden. Era lunga, ci tenevo, non mi è stato del tutto indifferente eliminarla. Vedo bene il mio volto, non mi riconosco quasi più. Forse stavo meglio nella versione Osama. Ventisette anni e mostrarne quaranta. Questo non fa bene alla mia autostima. Ventisette anni e gli occhi che scompaiono nascosti dal peso delle sopracciglia, che si chiudono piano piano ogni giorno di più. Ventisette anni e una fronte piena di rughe come i ventisettenni del medioevo. Forse sono nato nell’epoca sbagliata, dovevo nascere altrove. I ventisettenni del Medioevo non avevano molto tempo davanti a sé. Io ne ho molto, mi mancano almeno cinquanta anni. Quante altre rughe possono riempire la mia fronte in cinquanta anni? Ci sarà altro spazio?

Ora andrò sul divano, mi sdraierò aspettando il programma delle quattro che mi farà passare il tempo fino a quando arriverà mio padre dal lavoro, alle sei circa. Oggi piove. Lui lavora all’aperto. Non è vecchio, è stanco, sono preoccupato, sta tutto il giorno sui ponteggi, la sua linea di confine tra vita e morte. Ieri mi ha detto che se dovesse morire morirebbe felice. Non so perché l’ha detto, so solo che mi ha molto rincuorato, e l’ho molto amato per la dolce bugia che mi ha raccontato. Lui aprirà la porta, mi porterà le sigarette, lo ringrazierò, si siederà accanto a me, mi chiederà se ci sono novità, risponderò che non c’è nessuna novità, farà la faccia triste, mi darà una pacca sulla spalla, mi dirà che andrà tutto bene, io farò finta di crederci per riconoscenza, e poi andrà a farsi la doccia. Inizierò a preparare la nostra cena, ci metteremo a tavola, non ci diremo niente, non ci guarderemo, a un certo punto sentirà il peso del silenzio e  alzerà il volume della televisione, inizierà a dire qualcosa contro il governo, i politici, le banche, io annuirò, poi sparecchierò. Mi fumerò una sigaretta, due, tre, quattro. Mi siederò accanto a lui di nuovo e aspetteremo insieme davanti al televisore che inizino le partite di Champions League. Fortuna che oggi è mercoledì.

Finita la partita leggerò il giornale, sempre lo stesso, quello del 19 gennaio 2011, quello in cui c’è scritto che il 21,2% dei ragazzi tra i 15 e 29 anni  non fa niente, non studia, non lavora; per immaginare altre persone che come me aspettano davanti al televisore che inizino le partite di Champions League, per sentirmi meno solo, per disprezzarmi un po’ meno, per riuscire a dormire, almeno qualche ora, e pensare al giovedì e alle partite dell’Europa League.

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Ora e sempre (r)esistenza

-E’ strano, ma la cosa che più preferisco di queste nostre serate sono i viaggi in macchina.

-Cosa vuoi dire?

-Voglio dire che noi andiamo in giro, conosciamo gente,  parliamo, esploriamo associazioni e organizzazioni, fabbriche, operai, scuole, università, partiti, e poi…

-E poi cosa?

-Cosa resta? A che serve?

-Cosa ti resta?

-Questi nostri viaggi in macchina.

-Perché?

-Perché qui mi sento io. Sono io che parlo, io Andrea e non Andrea il capopopolo, non l’animale politico.

-Spiegami questo animale politico.

-Non so, a volte mi vedo da fuori, con il microfono in mano a dire cose che non penso nemmeno più, o che comunque penso in maniera un po’ diversa, a urlare alla gente  cose che già sanno, a urlare slogan, a parlare sempre e perennemente delle stesse cose. Mi vedo da fuori e mi annoio, e non capisco cosa spinga le persone che mi seguono, che mi ascoltano, che fanno le cose che io dico di fare. Ho come la sensazione terribile di essere un nano-un-po’-meno-nano in mezzo a tanti nani veri, che quello che cerchiamo di lottare, ovvero la mancanza di coscienza critica sia proprio in seno a noi, abbia monopolizzato i nostri senni, che i primi a esserne vittime siamo proprio noi. Cosa diciamo di diverso dai nostri padri? Parliamo col loro linguaggio, con le loro storie, come se non avessimo una nostra storia, una nostra dimensione temporale. Come se fossimo incapaci di pensare, di leggere il nostro tempo, i suoi problemi, di capirlo, e di trovare nuove soluzioni. Penso che a volte siamo proprio anacronistici, viviamo proponendo sogni vecchi perché incapaci di trovarne nuovi con la scusa che i nostri desideri siano quelli assoluti, i più veri, i più giusti. Ci raccontiamo le stesse bugie, o pseudo verità da anni ormai. Cosa è cambiato? A cosa è servito? Perché l’abbiamo fatto? Continuiamo a parlare di un mondo migliore, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo, parliamo.

-Noi facciamo anche. Cerchiamo di responsabilizzare le coscienze. Ora stiamo andando a parlare a una scuola, sveglieremo qualcuno forse, anche uno solo sarà una conquista, sarà una persona migliore. Saremo uno in più. Che altro possiamo fare? Penso che sia fisiologico, tu sei stanco, lo siamo tutti, sembra che si sia un po’ delle isole, delle oasi nel deserto, sembra che nessuno ci capisca, ma stiamo facendo la cosa giusta. Noi vogliamo un mondo migliore e per questo stiamo combattendo, con le nostre armi: le nostre assemblee cercando di diffondere le nostre idee. Non siamo a casa davanti a computer a cazzeggiare, noi siamo in mezzo alla gente e con le loro cerchiamo di parlare, noi viviamo a differenza di altri, noi facciamo. Combattiamo. Resistiamo.

-Ma per cosa?

-Per quello in cui crediamo.

-Cioè?

-Siamo arrivati. Lo sai in cosa crediamo, tu ce l’hai detto milioni di volte, fatti passare la serataccia e spiega a questi ragazzi perché hanno occupato la scuola.

Sono venuti a trovarci due ragazzi del Collettivo Resistenza. Diamo il microfono ad Andrea.

Siamo una generazione di vili.
Codardi.
I nostri pensieri non sono autentici.
Scriviamo sui muri.
Incapaci di parlare.
Incapaci di comunicare.
Usiamo slogan vecchi
E vecchi pensieri
Incapaci di leggere il nostro tempo.
Viviamo nel passato con speranze già morte.
Figli reietti.
Incapaci di pensare indossiamo vecchie coscienze.
Incapaci di sognare sogniamo sogni usati.
Non abbiamo in noi niente di autentico.
Nemmeno la nostra rabbia è autentica.
E’ falsa. E’ bugiarda. E’ comoda.
Le nostre coscienze sono vuote.
Non sono autentiche nemmeno le nostre esigenze.

Noi non cambieremo niente.
Noi perpetueremo questo squallido gioco.
Noi siamo una generazione fallita.
Noi siamo i falliti.
Noi falliamo e falliremo.
Non cambieremo niente.
Noi non faremo niente.
Sopravvivremo anche noi.
Ci adatteremo anche noi.
State sereni, ci adatteremo anche noi.
Esisteremo come tutti anche noi.

Grazie Andrea, sei stato fortissimo. Come sempre urliamo: “Ora e sempre RESISTENZA!”

Indifferenze

Con i pugnali che ti avevo donato

e le mie spalle vergini, vittime sacrificali,

che avevo offerto al tuo altare,

a te, mio profano forgiatore,

avresti potuto forgiarmi,

pugnalarmi,

trapassarmi.

 

Trucidarmi.

 

Non l’hai fatto.

E’ stato gentile da parte tua.

Hai ignorato i miei pugnali.

Le mie spalle.

Hai preferito pungermi.

E’  stato così che ci siamo persi.

Con gentilezza.

Strane Ermengarde

Dalla morte di Carlo Anita l’aveva cercato ovunque. L’avevo cercato dentro la loro vecchia casa,  frutto di innumerevoli sacrifici, tempio sacro dei loro cinquantadue anni di vita insieme. L’aveva cercato nelle foto che li ritraevano abbracciati, in quelle in cui erano giovani senza rughe e pieni di vita, le prime foto con Giuseppe, le foto del suo primo giorno di scuola, del suo diploma, della sua laurea, del suo matrimonio, nelle loro foto da vecchi pieni di rughe e noia ma certamente più famigliari, non l’aveva trovato. Per quanto tutto nella loro casa fosse pieno di sue tracce non riusciva a vederlo, non lo vedeva nelle sue cose, non lo vedeva nei suoi vestiti rimasti nel comune armadio a guardarla ad accoltellarla, nei suoi attrezzi, per quanto Giuseppe assomigliasse tantissimo al padre non riusciva a scorgerlo nemmeno in lui e poi lo vedeva così poco. Aveva iniziato dunque una folle ricerca di un posto, un posto qualunque che glielo riportasse per qualche frazione di secondo, dedicò a questo tutto il suo tempo, ora che non aveva niente di cui occuparsi se non morire dal dolore per quella morte che le aveva strappato via all’improvviso un po’ di inerziale serenità, logorato affetto e abitudinaria compagnia.

Carlo era morto un giorno di novembre accompagnato dal suono della fisarmonica che detestava, era stata una beffa del destino presentare quei due ragazzi che cercavano di guadagnarsi qualcosa da mangiare con i loro odiosi strumenti proprio nel momento in cui un’angina pectoris decideva di portarlo via  dalla sua vita per sempre. Anita non si ricordava molto di quel giorno se non il suono delle fisarmoniche che avevano occultato nella sua vecchia mente il più triste e lugubre suono dell’ambulanza, ed era per omaggiare quel momento solenne, e quella finale grazia che le aveva riservato la Provvidenza,  che tutti i lunedì, quando gli stessi due ragazzi, colonna sonora degli ultimi momenti di Carlo, si presentavano davanti al suo palazzo con il loro allegro e ignaro canto funebre, correva fuori, ascoltava commossa, e contribuiva al sostentamento dei due; che molto riconoscenti aumentarono il numero delle visite settimanali nel quartiere, non è facile trovare gente disposta a finanziare il suono delle fisarmoniche bisogna tenersele strette, del resto non sapevano certo il dolore che le causavano; e poi il vile denaro non si domanda mai niente come del resto l’istintiva necessità ad essere apprezzati per le proprie qualità e per il proprio lavoro, a tal punto istintiva da rendersi inalienabile diritto per noi e rigoroso dovere per gli altri. Patti non scritti per tentare reciprocamente di renderci un po’ meno dura l’esistenza: tu apprezza me ché io apprezzo te per il tuo apprezzarmi.

Iniziava così l’avventura di Anita alla ricerca della sua memoria e di Carlo. Non che sia stata un avventura poi lunga, avevano frequentato così pochi posti, non erano nemmeno mai stati lontani più di qualche chilometro. Lo doveva cercare in quelle strade così a lungo frequentate, così cambiate e così usuali, così insipide tutto sommato. L’ha cercato nel posto in cui timidamente le loro braccia per la prima volta si erano incontrate e i loro corpi si erano abbracciati, lo aveva cercato nel luogo in cui si erano dati il primo bacio, cercava posti significativi, posti particolari, importanti, da prima volta, ma non lo trovava. Possibile che Carlo avesse vissuto sofferto, e gioito  senza lasciare nemmeno un segno, un posto dove trovarlo, un posto dove lo trovasse almeno lei. Le sembrava di amarlo più ora che da vivo. E questa era un’idea così terribile che non riusciva e non poteva accettare. Sforzò le meningi, cercò ovunque, cercò lettere, foto, fece un’autopsia della sua vita, cercò di ricordarsi ogni dettaglio. Questa ricerca la spossò, la indebolì, ricordare non è mai facile, i dottori le consigliarono di smettere, che tutto questo non le faceva bene, ed effettivamente il tempo agì senza pietà su Anita, invecchiandola in tre mesi più di quanto non avesse fatto negli ultimi dieci anni. Forse non era proprio il tempo. Forse era qualcosa di diverso. Deperì.

Prese il pullman, cinque ore di viaggio, ne uscì stremata, le era tornata in mente la prima e unica volta che erano andati al mare insieme. Lei gli aveva detto che avrebbe voluto vedere il mare, sentire il suo odore, e Carlo aveva preso due biglietti dell’autobus e avevano fatto quel lungo viaggio insieme, erano giovanissimi. Le era tornato in mente tutto di quella giornata, e in pullman, cinquantacinque anni dopo, seduta composta e stanca ripeteva quel rituale innato, accanto vedeva ancora Carlo, Carlo giovane, Carlo bello, Carlo che le teneva la mano, che l’accarezzava, Carlo che parlava, parlava, parlava ancora, che la faceva ridere, e arrabbiare, e la stringeva forte a sé, e che la faceva sentire sicura, Carlo che non c’era, non c’era più, ma l’accarezzava dolcemente come sempre. In cinquantacinque anni i posti cambiano, e cambiano ancora di più se si riscoprono nelle condizioni di Anita, da soli, anche l’odore era diverso, il vento, la spiaggia, il colore, il sapore. Era tutto diverso. Era inverno, faceva freddo, pioveva, il mare d’inverno  è qualcosa di terribile. Anita lo vide di nuovo accanto a sé, lo abbracciò come aveva fatto anni prima di fronte a quello spettacolo anomalo, e inusuale che  si era presentato davanti ai loro occhi, lo baciò, solo che Carlo non c’era. Entrò in acqua si bagnò i piedi era freddo, molto freddo. Si sdraiò e rimase così con la mano che stringeva forte la sabbia e il respiro sempre più affannoso. Tutt’altro respiro.  Tutt’altra storia.

Non si sa di cosa sia morta Anita, se di annegamento, asfissia, amore, solitudine, malinconia forse tutto questo, forse tutto questo al quadrato, al cubo e oltre, oltre ancora.

Strani alibi e spudorate confessioni

Sarà che da piccola oltre a sognare di giocare nell’Inter con il numero 10 volevo fare il diplomatico, l’ambasciatrice, risolvere questioni di conflitto con le mie parole. Dote innata tra l’altro, mi tocca ammetterlo, dove ci sono io c’è pace.Potrei riportare qui il lungo elenco di persone che mi ha scambiato per Maria de Filippi o Raffaella Carrà, ma lo evito. Sarà che ho sempre saputo vedere solo i lati positivi delle cose, persone, progetti, idee, caratteristica decisamente perdente. Sarà che quando ho iniziato a vedere solo le caratteristiche negative delle persone, cose, progetti e idee ho iniziato anche a usare il cilicio. Sarà che mi è sempre stato insegnato a non fermarmi mai alle apparenze, e a non smettere mai di interrogarmi, ad andare oltre, a smontare i ferri da stiro per vedere come sono fatti per poi rimontarli, smontare le pistole ad acqua per capirne il principio di funzionamento e montarne altre con gettata maggiore. Sarà che non penso che nessuno, e nessuna cosa sia in possesso della verità. Sarà che ho la ferma convinzione che essa volteggi tra di noi, che colmi i nostri vuoti, le nostre vacanze. Sarà che per me il dubbio è sintomo di intelligenza e moderazione. Sarà che credo molto nella forza del dialogo. Sarà che a quattordici anni ero buddhista, a quindici scintoista, a sedici epicurea, a diciassette agnostica, a diciotto hessiana, a diciannove cattolica, a venti calvinista, a ventuno pastafariana, a ventidue nel dubbio mi amo, e a ventitre ci stiamo ancora lavorando. Sarà che più di ogni altra cosa amo la mente in fermento, soprattutto la mia, che amo l’angoscia del dubbio e della possibilità. Sarà che sono ossessionata dalla possibilità della scelta e fino a quando non ho preso in considerazione tutte le varie possibilità, non ho risposto a tutte le domande che mi vengono in mente non riesco a prendere una posizione. Sarà che sono  troppo libera, come dicono taluni, o troppo liberale come dicono altri. Sarà che ho una tremenda sete di sapere e ancora nutro la presuntuosa speranza che una verità ci sia e che io la sappia cogliere. Sarà che penso che in ognuno di noi ci sia un po’ di questa verità. Sarà che amo i mobili Ikea perché posso montarli, smontarli e montarli di nuovo. Sarà che amo molto i processi distruttivi. Sarà che amo molto costruire su terreni instabili. Sarà che ho sempre mal interpretato l’idea del divenire. Sarà che almeno così non mi annoio. Ma io annego nel dubbio con dignità e compostezza, cerco nell’angoscia una risoluzione, una risposta qualunque che mi vada bene per qualche istante per poi demolirla di nuovo, orfana di stabilità inganno il mio tempo aggiungendo nuove assurde domande a vecchie cicatrici, precaria nella mia logica, inerme e immobile, aspetto a gloria che qualcosa in me cambi o che la vita scelga per me incapace come sono di parteggiare. Di nuovo si abbatte su di me l’onta della mia inettitudine o viltà o entrambe.