Che cosa posso fare?

C’è un muro in Palestina, lo chiamano “The wall of shame”, il muro della vergogna. L’ho visto. So quanto è alto, so quanto toglie il fiato, so quanto è brutto, so quanto non fa vedere il cielo. E’ il simbolo della resa dell’Umanità intera, del suo fallimento. Di fronte a quel muro due distinte sensazioni invadevano il mio corpo: l’impotenza e la colpa. E’ sempre così, è ancora così. Domandai a chi mi accompagnava che cosa potessi fare io. Come potevo dare una mano? Mi rispose che dovevo cercare di essere una persona migliore, che alcune cose non dipendono poi da noi, che si deve capire dove e quando si può intervenire. Mi disse che le battaglie contro i mulini a vento sono deleterie, deleterie per chi le combatte e deleterie per l’umanità stessa. Non so se ho capito, non so se gli ho creduto, ma continuo a sentirmi in colpa e impotente.
Ho giocato di gusto con i bambini dell’orfanotrofio e ho chiesto loro scusa e sono ritornata nella mia casa con la mia famiglia. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Una volta in ospedale ho visto una signora in carrozzella più vicina alla morte che alla vita. Il suo sguardo mi è rimasto impresso. Mi è sembrato di capire il suo dolore e mi sono sentita per un attimo meglio, per poi portarmi addosso quello sguardo e sentirlo ancora su di me che mi avvolge e attanaglia. Di nuovo in colpa e impotente perché io cammino, corro se voglio, e salto  per farla passare. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Lui invece lo vedo spesso. Ha gli occhi sempre più gonfi. Sembra avere finito le lacrime, ha un cuore che gli esplode e due gambe che sembrano non sostenerlo più. E’ due anni che non fa altro che piangere, piangere, piangere. Sono due anni da quando ha seppellito sua figlia, mia coetanea, sono due anni che i sensi di colpa lo uccidono piano piano senza pietà. Non l’ha potuta difendere. Io lo vedo e cerco di salutarlo con un sorriso. Impotente e in colpa perché io esisto e sorrido. Che altro posso fare?

Che cosa posso fare?

“Allora amore bello cosa vuoi che ti porti babbo natale?” “Io voglio tante cose, ma la cosa che voglio più di tutte è che papà torni a lavorare. Me lo porterà questo babbo natale?” “Certo che te lo porterà.” “Speriamo.” L’ho abbracciato forte. Impotente e in colpa. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Guerre, morire di fame, terremoti, inondazioni, vulcani, carestie, bombardamenti, ingiustizie, bombe a mano, mine antiuomo, proteste, attentati, pietre, sampietrini, lacrime, malattie, cuori infranti, corpi a brandelli, ospedali, carcasse, dolore, ovunque dolore. Impotente e colpevole. Lo sento, lo sento sul mio corpo e mi scoppia la testa e le mie ulcere mangiano il mio stomaco e rifletto e penso e provo a dare una spiegazione, provo a non pensare, a cambiare pensieri, a pensare ad altro, ma tutto torna prepotente. Continuo a pensare, penso ancora, penso di nuovo. Impotente e colpevole. Che altro posso fare?

Che cosa posso fare?

 

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19 risposte a “Che cosa posso fare?

  1. Intanto voglio dire… è Natale non potevi scrivere una cosa tipo Buon Natale a tutti amici miei pensate anche a chi è meno fortunato e abbozzarla lì????

    E’ diversi anni che ti conosco, è diversi anni che vedo le tue evoluzioni, i tuoi mutamenti il tuo peregrinare lo sai è sempre stato motivo di perenne fascino anche perché quello che sostieni oggi lo rinneghi domani perché hai trovati nuovi argomenti, perché sai farti da controparte anche quando non c’è nessuno che te lo fa, perché cerchi sempre e questo è fuori dubbio bellissimo. Ho sempre sostenuto che il mix che tu possiedi ossia il tuo cuore, la tua sensibilità e il tuo cervello non sia affatto facile da sostenere, e diverse volte ti ho compatito quando ho visto il dolore scavarti. Quando penso a te, e a quelle cazzo di cose che io so che non ti fanno dormire per davvero, come se tu fossi una novella Madre Teresa, in perenne lotta tra “santità” e inazione mi vengono in mente le parole che ti disse il tuo professore di Matematica mi pare quando lo incotrammo una volta insieme: “Lamce, tu hai una capacità di infilarti in gineprai non indifferente. Puoi fare finta tutta la vita di essere una perdente, ma sappi che hai tutte le carte delle persone vincenti. Tutte. Muoviti, cosa aspetti?” Te lo ricordi?

    Allora siccome mi hai rotto il cazzo, perdona la volgarità così lontana dal tuo mondo espressivo, io ti dico che cazzo stai aspettando? Quanti ci metti a capire quanti vali? Quando finirai di autodemolirti? Ci metterai ancora tanto a capire che la strada che tu hai scelto per ora (quella di Rien di qualche post precedente) non è la tua strada? Quando inizierai ad amarti per dirla nel tuo linguaggio? Quando la smetterai di nascoderti? Quando inizierai a camminare e a smetterla di guardarti intorno? Quando muoverai il bel culo che ti ritrovi e inizierai a lavorare? Perché quello che per altri, con quello che tu sei e hai, sarebbe facilissimo per te è impossibile? Perché non ti riesce il passo più piccolo di tutti, il più facile? Perché a ogni passo ti vengono due mila dubbi? Perché sei fatta così di merda? Perché hai così fottutamente paura? Di cosa poi?
    Vaffanculo Faty, mi fai venire l’angoscia anche me

    • Ma vaffanculo proprio!

      Spero che ti schiantino le budella, altro che ulcera, perché un po’ si può capire… un altro po’ si può capire… ma poi basta! Basta e che palle!

    • Perché non amo cadere nel ricatto del: cosa posso fare? Del dovere fare, del dovere essere utile. Per quanto sia fonte di turbamento e sofferenza per me, la mia vera “destinazione” è quella di capire perché.
      Perché aver bisogno di fare qualcosa? Perché mettere sempre davanti a tutto la pace con la propria coscienza? Qual è il vero motivo? E’ su questo che amo interrogarmi ed è per questo che ho smesso di fare “qualcosa” perché non sapevo darmi una risposta diversa da: in fondo in fondo lo faccio solo per me, per sentirmi meglio, per non dovere prendere il gradient, e per potere dormire più serena. Beh questo non mi basta, non mi basta davvero.
      Nietzsche spiega molto meglio di me questo discorso:

      https://duepassiavantieunoindietro.wordpress.com/2009/09/11/il-vostro-cattivo-amore-per-voi-stessi-fa-della-vostra-solitudine-una-prigionia/

  2. Beh, ma io non capisco se il mio stare bene corrisponde a un servizio per gli altri, il mio bene corrisponde al bene generale non dovrebbe essere l’apoteosi? No?

    • Ma se le mie esigenze d’azione provengono da una mia incapacità di comprensione di me stessa, o peggio ancora da una specie di abiura di quelli che sono i miei veri desideri, la mia umanità, e perché no la mia bestialità, allora c’è un problema…Io ho un problema, per il mondo sono perfetto, faccio tanto, ma io ho un problema.

  3. Nessuno lo dice, nessuno.

    Non parliamo la stessa lingua, non riesco a spiegarmi, ti prometto un post riguardo a questo argomento, anche perché ora devo andare.

  4. Nietzsche era un “essere di lontananze” in pratica un uomo solo. Il superuomo da lui annunciato rimane “l’uomo che deve ancora venire” al cui confronto gli altri uomini quelli che Nietzsche chiama il prossimo, gli appaiono superflui, meschini, miserabili, falsari e commedianti, avvelenatori di sorgenti e di parole, mosche velenose, farisei, canaglie, tarantole, asini, cammelli. Anche se Nietzsche non prova per loro risentimento prova invece disgusto, diffidenza, il suo invito è insistente: ” Amico mio, fuggi nella tua solitudine: io ti vedo tormentato dalle punture di mosche velenose, giacché dove la solitudine finisce, comincia il mercato, e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose”. Questo – scrive Abbagnano – fu proprio il caso di Nietzsche, che a un certo punto non vide aperta nessuna via davanti a sé e si sentì condannato ad essere un miserabile commediante, un pagliaccio. Così accade quando l’uomo perde il senso dei suoi limiti, ignora le proprie possibilità effettive e aggancia la sua vita a fantasie irrealizzabili che lo rigettano nell’impossibilità di ogni rapporto con se stesso e con gli altri. Non credo che Nietzsche sia per te un buon esempio da seguire, conosco bene l’affabulazione del testo nietzscheano, fu un realtà un buon filologo e conoscitore di lingue, ma un pessimo filosofo e un mediocre pianista.

      • Non credo che le esperienze degli altri decontestualizzate dal loro alveo possano fungere da guida, almeno non sempre. Le circostanze che caratterizzano il vissuto di ciascuno se pur somiglianti non sono uguali pertanto le soluzioni a specifiche questioni vanno trovate altrove, magari necessitano di nuova determinazione. Non si può curare un’infezione micotica con la stessa crema fungina usata da altri occorre verificare il tipo. Fatj ha al suo attivo un impressionante intertesto, ha fatto sue molte vite di personaggi ed autori e sulla scorta di quelle “anime morte” vorrebbe cambiare il mondo, forse se stessa, il risultato è che non sempre trova esaltanti le persone reali. E’ una fase tutta sua che disdice ogni ingerenza esterna. Almeno credo

        • Devo dire due cose: la prima riguardo a un personaggio che indubbiamente ha condizionato la mia adolescenza: Nietzsche, col quale ho un rapporto ad ora molto complicato, da un lato gli riconosco quello che tu dall’alto delle tue immense conoscenze gli imputi, ma allo stesso tempo rimango affascinata dal suo modo di vedere le cose e la capacità di sfidare e sfidarsi. Ma quello che più di tutto mi affascina è proprio la sua solitudine, che amo e ripudio e contemporaneamente. Devo dire, però, per “rassicurarti” che al momento il nostro rapporto vive una fase di riflessione. :p

          L’altra cosa che volevo dire è la seguente: io sto cercando di crescere, sto cercando di farlo nel modo migliore possibile. In questo spazio virtuale da spudorata quale sono metto senza veli un po’ di quello che ronza nella mia testa. Le domande, le non-risposte, i turbamenti, le angosce, l’amore, la solitudine etc. etc. il tutto in maniera abbastanza patetica, ma me la perdonerete. Questa purtroppo, hai ragione tu, è una fase tutta mia, cerco invano qualche ingerenza esterna che mi mostri la via, ma mi rendo conto sempre più di quanto sia un procedimento fallimentare. Vorrei cambiare il mondo (chi è che non lo vuole?), vorrei cambiare me stessa, vorrei scoprire me stessa, e hai fatto di nuovo centro, ahimè, non trovo esaltanti le persone reali, ma non puoi sapere quanto mi crocifiggo per questo.

          Ah l’ultima cosa, un po’ di captatio benevolentiae: come sempre illuminanti i tuoi commenti. 🙂

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