Un bicchiere di abitudine.

Bevo molto. Vino, birra, grappa, vodka, rum, scotch, whiskey, acqua, succhi di frutta, coca cola, ma preferisco vino, birra, grappa, vodka, rum, scotch, whiskey. Non riesco a stare più di due minuti senza bere qualcosa. Non che questo mi piaccia. Non mi piace affatto, ho l’alito pesante e il dottore mi ha detto che se continuo così abbandonerò presto questo mondo. Non ho mai fame e questo mi dispiace, il mio stomaco si riempie di liquidi e io ci nuoto dentro. Non bevo per dimenticare, né per stordirmi, non ho una vita particolarmente infelice, né una particolarmente felice, non ho grandi disgrazie, né grandi responsabilità, non ho niente. Bevo molto per abitudine.

Ogni volta che passo davanti alla profumeria compro un profumo. Vorrei profumare e non puzzare della mia abitudine. A casa ne ho ottocentoottantanove. Sono tutti pieni. Non me li spruzzo mai. Ho paura di non riconoscermi più. E poi perché profumare? Per chi? Mi faccio sempre la barba. Mi taglio spesso, ma ho una pelle liscia. Non uso il dopobarba e non mi lavo nemmeno i denti, non voglio perdere il mio sapore. Cosa sarei senza il mio sapore? Vorrei profumare, lo vorrei tanto, ma ho perso gli occhiali e non riconoscerei il mio corpo da quello di un altro, mi dispiacerebbe dovere grattare il sedere di qualcun altro, non sarebbe carino.

La giornata la passo bevendo e a volte tra un sorso e l’altro riesco a fare altre cose. Lavoravo un tempo, poi ho smesso. Leggevo un tempo, poi ho smesso. Scrivevo un tempo, poi ho smesso. Andavo al cinema un tempo, poi ho smesso. Ascoltavo musica un tempo, poi ho smesso. Parlavo un tempo, poi ho smesso. Mi informavo un tempo, poi ho smesso. Pregavo un tempo, poi ho smesso. Camminavo un tempo, poi ho smesso. Amavo un tempo, poi ho smesso. Vivevo un tempo, poi ho smesso. Ora barcollo fino al supermercato sotto casa. Compro cose da bere. Mi aggrappo alle scale, apro la porta. E bevo.

Ho visto un giorno in un negozio del centro commerciale un computer. Usavo il computer un tempo, poi ho smesso. Ho visto un sacco di foto, mi sono detto che avevo trovato qualcosa da fare, e l’ho comprato. L’ho portato a casa. Ho scaricato le foto, ho attivato lo screensaver. Ho preso un bicchiere, non bevo mai dalla bottiglia non è elegante, mi sono seduto davanti allo schermo, e ho guardato le foto passarmi davanti agli occhi. Faccio così tutti i giorni ormai, mi siedo davanti al computer con il mio sporco bicchiere in mano e guardo quelle immagini. Non sono foto mie, né della donna che ho amato, né di mia madre, di mio padre, di mia moglie o dei miei figli. Quelle le ho nascoste o bruciate,  non mi ricordo. Sono foto di donne nude. Non che mi eccitino. Un tempo mi eccitavo, poi ho smesso. Non so perché ho scelto quelle immagini. Non so nemmeno se le donne che sono rappresentate sono belle. Non so se sia una cosa da pervertiti alcolizzati. So solo che passo le mie giornate bevendo e guardando lo schermo nero del computer che ogni cinque secondi cambia immagine. Riconosco quei corpi a cui non so dare un nome, ma ad ogni corpo abbino una bevanda. E’ un gioco stimolante e molto difficile. Cinque secondi sono pochi per buttarsi da bere e bere anche per un esperto come me.

Mia figlia è venuta a trovarmi una sera. Ha detto che sono un alcolizzato. Non mi sono stupito. Ha detto che sono un pessimo padre. Non mi sono stupito. Ha detto che non sono capace di comprendere il significato della parola amore. Non mi sono stupito. Ha detto che avevo fatto soffrire sua madre. Non mi sono stupito. Ha detto che non l’avevo mai amata. Non mi sono stupito. Ha detto che piangeva tanto e si disperava. Non mi sono stupito. Mentre lei mi parlava io guardavo lo schermo del computer e cambiavo bevanda ogni cinque secondi, deve essersi offesa. Ha detto che mi meritavo il nulla in cui vivevo. Non mi sono stupito.

Mia moglie mi ha mandato una lettera un giorno. Mi diceva che non poteva vedermi, che non voleva vedermi in questo stato, che le faceva male vedere come  mi stavo autodistruggendo. Mi chiedeva: Perché? Perché ti stai facendo questo? Ho spento il computer. Ho preso una bottiglia di amaro. Ho preso un nuovo bicchiere. Ho preso un foglio e una penna. Ho scritto. Dov’eri tu quando il peso del mio fallimento mi ha schiacciato? Dov’eri tu quando il mio risveglio è diventato una tremenda abitudine? Dov’eri tu quando lavorare è diventata una tremenda abitudine? Fare l’amore con te una tremenda abitudine? Mangiare un’abitudine? Amarti e amarvi una tremenda abitudine? Dov’eri tu quando parlarti è diventata un’abitudine? Scrivere un’abitudine? Non essere capito un’abitudine? Dov’eri tu? Non dovevi esserci sempre? Non dovevi aiutarmi? Non dovevi salvarmi tu? Ho capito che non avrebbe capito. Lei non aveva mai capito. Ho preso un altro foglio. Ho scritto. Scusami cara, ti meriti di meglio.

 

5 risposte a “Un bicchiere di abitudine.

  1. Della serie “nessuno mi capisce”… ma cosa non si fa per non essere capiti! L’abitudine è la disposizione acquisita, vale a dire reiterata, di un comportamento, tutti ne abbiamo: il nostro quotidiano straripa di abitudini, ma (pro)tesi a inseguire il nuovo ci illudiamo di esserne immuni, in realtà la novità non è altro che l’apparenza di una prassi e la sostanza di un’inerzia: un’abitudine! Il tuo personaggio fa compensazione sostituendo alle vecchie delle nuove abitudini: noia, nausea, malinconia e apatia sono soltanto maschere, “abiti” dell’abituale. Non male, ma ricordo che hai scritto dei post meravigliosi che talvolta rileggo con piacere … non per abitudine!😉

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