Amori viziati

Tutte le mattine scendeva dal treno e faceva a gara con gli altri pendolari a chi percorreva il sottopasso della stazione più rapidamente. Solo che l’unico a sapere che c’era una gara era lui. Era una vittoria facile, ma significativa, gli faceva iniziare bene la giornata, lo faceva stare bene, lo metteva di buon umore come sanno fare le piccole conquiste quotidiane. Tutti hanno bisogno di piccole vittorie. Tutti hanno bisogno di un po’ di più. Più rapido. Più bravo. Più atletico. Più. Cercava di guadagnarsi il suo più. Per sentirsi più.

Quella mattina durante la sua folle corsa la sua attenzione per un momento si rivolse a qualcosa di diverso dal coordinamento dei suoi arti inferiori. E’ strano perché erano dieci anni che faceva esattamente la stessa strada, nelle stesse dinamiche, erano dieci anni che percorreva velocemente il sottopassaggio ma mai niente l’aveva colpito. Era il momento giusto. La vide.

Nei sottopassaggi ferroviari ci sono un sacco di cose. Ci sono persone, mendicanti, che sono sempre persone ma un po’ diverse, ci sono negozi, dentro i negozi ci sono i commessi, i vestiti, le tazzine, i dischi, il basso dei Beatles in miniatura, i manichini, le scarpe, i lacci, i telefoni, le scale, le scale mobili, i bar, i wafer, il pavimento antiscivolo, pseudo fontane etc.etc.  Soprattutto nei sottopassaggi come in tutti gli altri posti popolati c’è storia, c’è vita. C’era tanta vita, ma lui non se era mai accorto. Non aveva mai voluto vedere, forse non aveva mai potuto. Che senso ha guardarsi intorno quando si ha una meta? Quando si deve correre? Quando si deve cercare di vestirsi di più? Che senso ha guardarsi intorno?

Lei era bella, cavolo se era bella. Era perfetta. Lineamenti dolcemente perfetti, magra, bionda, occhi celesti, occhi cerulei, occhi fantastici. Alta, portamento signorile aveva delle pose estremamente eleganti, tali da lasciarlo senza fiato. La sua pelle chiara era purezza. Ne fu sconvolto.  Più di tutto lo colpì lo sguardo, era strano. Sembrava perso. Fissava il nulla. Si fermò per guardarla, per osservarla meglio. Non poté fare a meno di innamorarsi, era il momento giusto. Il negozio non era ancora aperto. I negozi aprono sempre troppo tardi, ma lei era già lì, la poteva vedere. Era in vetrina. Guardava tutta quella vita passarle davanti, leggeva le storie di tutti, le oltrepassava; era forse questo il motivo per cui il suo sguardo pareva così perso, troppa vita, troppa gente,troppa storia, oppure non aveva una meta, forse si era persa anche lei non solo il suo sguardo. Jeans: 99,59€, maglia: 49,90€, cappotto: 139,90€, stivali 89,90€, sciarpa 19,90€, cappello: 19,90€. Studiò quei prezzi, studiò anche lei, senza che lei mostrasse una minima reazione di fronte a tutto quell’impegno e dedizione. Era abituata a farsi osservare. Lui era come tutti gli altri. Con il suo sguardo perso lo trapassò.

Perse la sua gara quel giorno e nei giorni a venire. Al suo ritorno dal lavoro il negozio era già chiuso. Ritenne di avere degli orari terribili (i negozi chiudono sempre troppo presto, oppure si inizia a lavorare troppo presto e si smette di farlo troppo tardi, non era colpa dei negozi) si consolò alla magnifica idea che lo raggiunse all’improvviso: fotografarla, farle tante foto per poterla avere sempre con sé. L’indomani macchina fotografica alla mano si presentò davanti al negozio, le fece una foto, gliene fece un’altra e un’altra ancora, lei al solito non si accorse di nulla, o fece finta. Amò quella sua indifferenza, lo faceva un po’ soffrire, ma come spesso accade amò la causa della propria sofferenza, la amò. La amò terribilmente. A tal punto da pensarla continuamente. Da sognarla sempre. Solo lei. Da iscriversi in palestra per esserne degno. Da leggersi una marea di libri perché immaginava che a lei piacesse leggere, a tal punto da comprarsi un paio di occhiali, per rendersi più affascinante, da farsi crescere la barba per rendersi più misterioso, la amò a tal punto da dare di nuovo un senso alla sua vita.

Aveva riempito la sua abitazione con  le foto di lei. Si svegliava la mattina e la guardava, abbracciava il cuscino con la sua foto, la baciava. In bagno c’era una sua foto. Ovunque c’era una sua foto, solo in ufficio non c’era, lì si vergognava troppo, non era un posto degno. Aveva trasformata la casa in una specie di santuario e non ci faceva più entrare nessuno. Doveva essere un luogo ove celebrare la sua bellezza, e quella bellezza non poteva essere profanata da nessuno.  Le scriveva poesie e lettere che non le avrebbe letto mai. Le scriveva del suo amore, di quanto si ritenesse indegno per quella bellezza, di quanto  non la meritasse affatto, e di quanto avrebbe voluto essere un’altra cosa per poterne essere all’altezza. Piangeva perché non era poeta, genio, attore, pornodivo, angelo, Dio. Piangeva perché sapeva che lei non avrebbe mai potuto amarlo. Lei si meritava l’eccellenza e nonostante tutti i suoi sforzi, le palestre, i libri letti, le poesie scritte lui restava una persona mediocre salvato un giorno di pioggia  da quel suo sguardo così perso, ma sempre una persona mediocre. L’amava con tutto il furore di cui disponeva la sua anima, e non sapeva nemmeno il suo nome.

Decise che la doveva avere. Decise che si meritava la felicità, e che la sua felicità era lei. Decise che era giunto il momento che lei sapesse. Le scrisse una lettera e la lasciò alla porta del negozio. Il giorno dopo le scrisse un’altra lettera, e il giorno dopo ancora un’altra, e un’altra ancora. Lei non rispondeva. Lei lo oltrepassava col suo sguardo e basta, mai un gesto mai un sorriso. Pensò ai fiori. Tutti i giorni per due mesi le lasciò una rosa davanti all’entrata del negozio. Lei non lo guardava, era lì ma non lo guardava,lo oltrepassava come sempre. Si vedeva sempre più piccolo, sempre più strisciante, sempre più ridicolo poggiarle i fiori, guardarla con immenso amore e andarsene e lei che non diceva mai nulla, lei che non lo guardava, lei che lo oltrepassava.

Fino a quando un giorno non la vide più. Immaginati una mitragliata, immaginatela dritta al cuore, immaginati di sanguinare e non riuscire a fermare il proprio sangue. Immaginati un dolore così forte da non farti respirare, immaginati un dolore così forte da toglierti il desiderio di respirare. Immaginati un uomo che lentamente agonizza e muore. Prese ferie. Doveva sapere, non poteva non vederla più. Doveva sapere cosa le era successo.

-Buongiorno, posso aiutarla?

Andò a cercare i vestiti che aveva indossato la prima volta che l’aveva vista. Riconobbe il cappello: 19,90€ lo comprò. Riconobbe la sciarpa:19,90€ la comprò. Riconobbe il cappotto lo comprò. I jeans: 99,59€ li comprò.  La maglia: 49,90€ la comprò. Solo gli stivali non c’erano. Ne soffrì. La commessa lo guardava perplessa.

-E’ per sua moglie?

-Non ho una moglie.

-Ah per la sua fidanzata? Sua sorella?

-E’ per me.

La commessa lo guardò con aria ancora più perplessa pensò alle stravaganze del suo tempo e sorridendo maternamente gli comunicò che probabilmente il cappotto era troppo piccolo, e forse anche la maglia, un po’ tutto a parte la sciarpa.

-Dov’è?

-Chi?

-Lei.

-Lei chi?

-La ragazza bionda che era sempre qui, proprio qui in vetrina.

-Ahahahah. Abbiamo dovuto sostituirla. Era ridotta un po’ male.

Il sangue salì al cervello con rapidità, tentò di mantenere la calma.

-E ora dov’è?

-Che domanda è?

-D-oooooooooo-v-eeeeeeee è?

-Non lo so.

-Voglio parlare con il suo principale.

-Come vuole.

Comunicò al suo capo che un individuo un po’ strano, un po’ pazzo, ma che aveva comprato un sacco di cose chiedeva della “ragazza bionda” in vetrina. Lui fece la faccia da uomo di mondo che non si stupisce più di nulla e tentò di sbrigare la faccenda in pochi secondi.

-Eccoci, buongiorno. Mi dica.

-Voglio sapere dove avete messo la ragazza bionda che era in vetrina.

-“La ragazza bionda” ora è in magazzino.

-Posso vederla?

-Mi scusi, perché?

-Perché la amo.

-Ah! Sono un romanticone. Mi segua pure.

Lo portò in magazzino. Lei era nuda, al freddo. La vide, la coprì con il suo corpo, la abbracciò forte. La strinse di nuovo a sé. Cosa ti hanno fatto? Guarda cosa ti hanno fatto.

-Perché le avete fatto questo? Perché? Io la amo.

L’uomo assisteva alla scena sempre con la stessa espressione da uomo di mondo che non si stupisce di nulla.

-Sa, come può vedere non è proprio ben messa. Invecchiamo tutti, è invecchiata anche “la ragazza bionda”, l’abbiamo dovuta sostituire. Le giovani generazioni premono. Questo non è un lavoro per vecchi. Ahahaha.

-Cosa ti hanno fatto?

Lei continuava ad oltrepassarlo, non aveva pietà nemmeno in quel momento lo oltrepassava e basta. Lui la abbracciava forte e lei non reagiva, passiva come sempre sotto quel caldo abbraccio, passiva, incapace di capire tale amore, incapace di amarlo. Ma cosa importava? Iniziò a vestirla. Le fece indossare i jeans: 99,59€, la maglia: 49,90€, il cappotto: 139,90€, sciarpa 19,90€, il cappello: 19,90€. Era una scena commuovente, commuovente a tal punto da suscitare qualcosa anche nel uomo di mondo che sembrò cambiare espressione per un nanosecondo.

-Non ho trovato gli stivali, ma tanto non ti preoccupare, ti porto io, non ti faccio toccare terra. Ti porto io. Ti ho mandato così tante lettere… Così tante rose…

-Ah, erano per lei le lettere?

-Io la porto via.

-Eh no.

-Ho detto che la porto via.

-Non può portarla via.

-Quanto vuole?

-300€.

-Avrà i suoi 300€.

-Laura, le rose non erano per te tesoro. Erano per la “ragazza bionda” il signore paga con carta di credito, aggiungi anche 300€.

Pagò e se ne andò con il suo amore impossibile in braccio, avvinghiato a lei che lo oltrepassava come sempre.

( -Il cliente ideale.

-Non gli costava meno andare a troie? )

La portò nel suo santuario. La portò nella loro casa. Aprì il portone. Sul muro.

Loro credono di amare in maniera diversa. Loro credono di amare in maniera diversa.Loro credono di amare in maniera diversa. Loro credono di amare in maniera diversa.Loro credono di amare in maniera diversa.Loro amano come me.Loro amano un manichino come me.

 

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