Sorry, we are closed.

Solo per comunicare che La Ruota Spezzata si prende un periodo non meglio definito di ritiro spirituale.

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Ordinario

Eccomi qua. Sto rientrando a casa dal lavoro. Un lavoro che non mi piace. Pensare che avevo sognato altro, che avrei voluto fare lo scrittore, il giornalista, il musicista, il dottore, il missionario. Sono commesso e anche un po’ commosso a dire il vero, perché un po’ ci ripenso a quelli che erano i miei progetti, non i miei sogni, erano progetti, erano concreti, erano ad un passo e ripenso a come me li sono fatti fuggire senza nemmeno rendermene conto, senza nemmeno provarci. Sono questi i fallimenti del resto, no? Sono sposato. Ho quaranta anni. Io e Sofia abbiamo un bambino: Michele, è bellissimo. Per fortuna assomiglia alla madre.  Sofia fa l’insegnate elementare, è un lavoro che le piace, lei ama i bambini, è quello che ha sempre voluto fare, poi ha molto tempo libero, può occuparsi della casa, di Michele etc.etc. Io e Sofia siamo sposati da dieci anni. Il nostro matrimonio procede, avanza da solo, a volte penso che sia un’entità altra da me e da lei. Ora sto rientrando a casa, è giovedì sera, sono le otto e mezzo, sono stanco, penso al mutuo, sono deluso e mortificato, e anche un po’ atterrito. Passare la giornata a vendere carta igienica non è il massimo. Non è il massimo per me.

Michele mi salta addosso, lo bacio, penso che sia l’unica cosa bella che abbia fatto. Abbraccio forte la mia ancora di salvezza, e avrei tanta voglia di piangere. Sofia ha già preparato da mangiare, lei era così impedita quando l’ho sposata, non le piaceva cucinare, adesso invece passa sui fornelli gran parte della sua giornata, non so se per scelta o necessità.  Un tempo cucinavo io. Mi piaceva cucinare, ora lo fa lei – torna a casa prima- io cucino la domenica, e anche il sabato a volte, anche se non ne ho molta voglia. Una volta avevo anche pensato di aprire un ristorante, era una passione per me. Svanita, anche questa.  Ora noi ceneremo, lei mi chiederà com’è andata la mia giornata, io le chiederò com’è andata la sua, lei mi racconterà qualche episodio buffo di Marco, Matteo, Laura, e Giovanni, farò finta di ascoltarla e a ogni suo sorriso ne risponderò con uno mio, mica tanto mio. Lei sembra felice. Porteremo Michele a letto. Io andrò a leggergli le favole. Poi insieme rigoverneremo e insieme andremo davanti alla televisione, guarderemo qualche film, seduti sul nostro divano dell’Ikea, io da una parte e lei dall’altra. Lei mi dirà che ha sentito mia madre, che vuole che io la chiami, io le dirò che lo farò domani, lei mi dirà che dico sempre così, io le dirò che domani la chiamerò davvero. Mi racconterà di Michele, della sua tosse secca e della sua nuova fidanzatina. Poi io mi addormenterò sul divano, lei mi sveglierà alla fine del film e andremo a dormire, e ci risveglieremo che è Venerdì, che è il giorno prima del Sabato. Io andrò a lavorare, lei porterà Michele a scuola, e andrà a lavorare anche lei. Penseremo al mutuo, e alle vacanze di Michele, alle sue nuove scarpe, al suo mal di gola. Ci chiameremo a metà giornata per chiederci se è successo qualcosa di straordinario nella nostra ordinaria vita, lei mi dirà di come la sua collega sia insopportabile, io le racconterò della morbidezza della nuova marca di carta igienica.  Poi ci ritroveremo la sera alle otto e mezzo. Come sempre. Così.

-Dorme?

-Dorme.

-E’ un cucciolo, oggi a scuola ha fatto un disegno di noi tre insieme. Ti ha disegnato in un modo strano. L’hai visto?

-No.

-Te lo vado a prendere, aspetta.

 

-Hai visto?  C’è qualcosa di strano. Guarda che barba ti ha fatto, e i tuoi capelli guarda  come sono grigi.- Ride.

– Mi ha fatto triste.

-Come?

-Lo vedi? Mi ha disegnato triste. Guarda che sguardo.

– No dai, Michele non è molto bravo con i disegni. Guarda invece come mi ha fatto bella, amore della mamma…- Ride.

-Certo. Che film c’è stasera?

-C’è quel programma che mi piace tanto, quello con i bambini che cantano.

-Ah, fantastico.

-Che hai?

-Niente.

-Niente? Sei tutto imbronciato, che hai? Hai qualche problema con il tuo capo?

– No. Canta bene questo ragazzo eh?

– Sì.  Daniele, che hai?

– La domanda giusta è: come stai? Perché non me lo chiedi mai? Come stai Daniele? Sei felice Daniele? Perché non me lo chiedi mai?

-Come?

– Non ho niente, è questo il problema, non ho assolutamente niente.

– Daniele…

– Sofia.

– Daniele, che hai?

– Niente, Sofia, niente. Guardiamo la televisione, guardiamo questi adorabili bambini che cantano.

– Guarda che se non ti piace questo programma basta dirlo. Abbiamo un altro televisore. Magari c’è qualche partita stasera e la vuoi vedere. Io che ne so!

Ad Ulisse

(Cerca, almeno tu, di capire i miei vuoti.)

Nel tuo mancarmi.
In queste lunghe sere in cui non ci sei.
In questi giorni grigi.

A farmi compagnia:
La mia immagine riflessa nello specchio.
L’immaginare di parlarti.
Parlarti.
Abbracciare le tue cose.
Sentirti.
Baciare il cuscino, le porte, i bicchieri.
Baciare tutto.
Baciarti.
Stringerti.
Stringerti ancora.
Averti con me ad ogni passo.
Vederti in ogni luogo.
Camminarti affianco.
Sorriderti.
Parlarti ancora.
Baciarti.

Baciarti.

Ad accarezzarmi:
Il tuo reo non esserci.
Così dolce.
Così bello.
Così flebile.
Da farmi accettare
la gravità della tua lontananza.

Improvvisa, s’impossessa di me
L’immensa gioia
Della mia nuova, inaspettata
Solitudine.
E l’angoscia eterna.
Il tuo non esserci.
Il mio aspettarti.
Aspettarti sempre.
Aspettarti ancora.

Penelope

Che cosa posso fare?

C’è un muro in Palestina, lo chiamano “The wall of shame”, il muro della vergogna. L’ho visto. So quanto è alto, so quanto toglie il fiato, so quanto è brutto, so quanto non fa vedere il cielo. E’ il simbolo della resa dell’Umanità intera, del suo fallimento. Di fronte a quel muro due distinte sensazioni invadevano il mio corpo: l’impotenza e la colpa. E’ sempre così, è ancora così. Domandai a chi mi accompagnava che cosa potessi fare io. Come potevo dare una mano? Mi rispose che dovevo cercare di essere una persona migliore, che alcune cose non dipendono poi da noi, che si deve capire dove e quando si può intervenire. Mi disse che le battaglie contro i mulini a vento sono deleterie, deleterie per chi le combatte e deleterie per l’umanità stessa. Non so se ho capito, non so se gli ho creduto, ma continuo a sentirmi in colpa e impotente.
Ho giocato di gusto con i bambini dell’orfanotrofio e ho chiesto loro scusa e sono ritornata nella mia casa con la mia famiglia. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Una volta in ospedale ho visto una signora in carrozzella più vicina alla morte che alla vita. Il suo sguardo mi è rimasto impresso. Mi è sembrato di capire il suo dolore e mi sono sentita per un attimo meglio, per poi portarmi addosso quello sguardo e sentirlo ancora su di me che mi avvolge e attanaglia. Di nuovo in colpa e impotente perché io cammino, corro se voglio, e salto  per farla passare. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Lui invece lo vedo spesso. Ha gli occhi sempre più gonfi. Sembra avere finito le lacrime, ha un cuore che gli esplode e due gambe che sembrano non sostenerlo più. E’ due anni che non fa altro che piangere, piangere, piangere. Sono due anni da quando ha seppellito sua figlia, mia coetanea, sono due anni che i sensi di colpa lo uccidono piano piano senza pietà. Non l’ha potuta difendere. Io lo vedo e cerco di salutarlo con un sorriso. Impotente e in colpa perché io esisto e sorrido. Che altro posso fare?

Che cosa posso fare?

“Allora amore bello cosa vuoi che ti porti babbo natale?” “Io voglio tante cose, ma la cosa che voglio più di tutte è che papà torni a lavorare. Me lo porterà questo babbo natale?” “Certo che te lo porterà.” “Speriamo.” L’ho abbracciato forte. Impotente e in colpa. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Guerre, morire di fame, terremoti, inondazioni, vulcani, carestie, bombardamenti, ingiustizie, bombe a mano, mine antiuomo, proteste, attentati, pietre, sampietrini, lacrime, malattie, cuori infranti, corpi a brandelli, ospedali, carcasse, dolore, ovunque dolore. Impotente e colpevole. Lo sento, lo sento sul mio corpo e mi scoppia la testa e le mie ulcere mangiano il mio stomaco e rifletto e penso e provo a dare una spiegazione, provo a non pensare, a cambiare pensieri, a pensare ad altro, ma tutto torna prepotente. Continuo a pensare, penso ancora, penso di nuovo. Impotente e colpevole. Che altro posso fare?

Che cosa posso fare?

 

Incontri natalizi

-No!  Non ci credo. Sei proprio tu!

-In verità, in verità ti dico che sono proprio io. La tunica bianca e l’aureola mi fregano sempre.

– Per non parlare delle stigmate. Te l’hanno imitate in tanti, lo sai? Sì lo sai. E’ una vita che desideravo vederti. Ti immaginavo diverso però, un po’ più bello.

– Sai mettere a proprio agio le persone tu. Cosa conta poi la bellezza?

-No, niente hai ragione. Solo che t’immaginavo diverso.

-Se la cosa ti dispiace così tanto puoi continuare a immaginarmi.

-No, preferisco guardarti. Tu, tu sei… sei…  così, così  uomo.

-In verità, in verità ti dico che sono un uomo. Sono un uomo palestinese.

-Ci sono stata in Palestina. Sei un po’ abbronzato in effetti.

-Non citare mio fratello Silvio.

-Lo sapevo che eri un figo.  Ma l’aureola non ti dà noia?

-Un po’.

-E non ti fa freddo con quel lenzuolo bianco?

-Un po’. Ma è della mia tunica che volevi parlare? No perché su questo ci hanno perso già abbastanza tempo.

-No, però mi potresti dire, già che ci siamo, se la tunica era tua.

– Sciocchezze. Di cosa mi volevi parlare?

-Beh, io non lo so.

-Camminiamo?

-Camminiamo.

-Con quel ginocchio farai fatica.

-Sai proprio tutto.

-Non è difficile, stai zoppicando. Allora mi hai tanto cercato, volevi tanto parlare con me. Eccomi sono qui dimmi tutto.

-Senti, ti dispiace se cominciamo la conversazione gradualmente?

-Va bene. Facciamo piano.

-Grazie. Hai visto che nevicata? Non ho mai visto una nevicata del genere. Ti piace la neve?

-In verità, in verità ti dico che amo tutti gli agenti atmosferici, ma con questa tunica la neve non è proprio il massimo.

-Anche a me non piace il freddo. Vuoi una delle mie maglie?

-Sì, grazie. Che spalle enormi hai?

-Non è divertente.

-No, non lo è. E’ bruttina però questa tua maglina.

-E’ l’unica che ho. Non posso darti il giubbotto, tu sei Gesù, io prendo la broncopolmonite, e muoio.

-Non importa. Scherzavo.

-Sono un po’ ipocondriaca.

-Lo so. Smetterai di esserlo prima o poi.

– Senti, Gesù, ma tu come stai?

-Non molto bene direi. L’umanità mi fa penare.

-Immagino. Cosa c’è che ti fa tanto soffrire?

-Lo sai. Lo sai bene.

-E’ vero lo so. Beh soffro anch’io.

-Perché?

-Io non lo so.

-In verità, in verità ti dico che tu lo sai.

-Penso di assomigliarti.

-Che arroganza, mi stupisci. Chi te lo dice?

-La Checca. Lo dice sempre.

-Beh allora.

-Pensi che sia bello che io ti assomigli?

-Non credo, non ho fatto una bella fine. Ma tu non mi assomigli, Io sono abbronzato.

– Menomale. Ma hai vinto tu, no?

-Hai aperto gli occhi tu? Lo vedi in che mondo vivi? Cosa ti fa pensare che abbia vinto io? Ho perso. Io ho perso. E ha perso anche l’umanità. Guardati intorno.

-Tu l’hai già visto “Natale in Sudafrica”?

– …

-Hai ragione, non guardarmi così. Te l’ho detto che si doveva procedere piano, poi che ci posso fare se c’è la locandina di “Natale in Sudafrica” lì?

– …

-Cosa stai facendo?

-Niente sto riflettendo. Cerco un modo per sollevarti un po’ di morale.

-Tu a me?

-Beh sì, perché non penso che tu abbia torto. Non hai vinto tu purtroppo, vince sempre  Barabba. Sarà sempre così?

-No.

-Menomale. Ci sediamo?

-Sediamoci. Sei stanca?

-Molto.

-Sei giovane.

-Lo so, ma sono stanca lo stesso. Non posso?

-In verità, in verità ti dico che tu devi essere il sale della terra.

-Perché?

-Non lo so, ma la terra deve pur avere sapore.

-E perché devo essere proprio io?

-Perché dovrebbero esserlo tutti.

-E’ faticoso.

-Lo è.

-Perché si deve faticare così tanto?

-Perché il mondo è abitato da insipidi. Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? Dove state andando? Che cosa volete voi da questo vostro mondo?

-Non lo so, io ci provo, ti giuro ci provo davvero. Ci provo a fare qualcosa, a cambiare, a migliorare questo nostro habitat.

-No, tu non ci provi affatto.

-Insegnami come si fa. Voglio farlo.

-Devi essere tu. Tu lo devi capire.

-Ma tu non mi aiuti?

-No.

-Perché?

-Non posso.

-Lo capirò?

-Non so, dipende da te.

-Gesù, tu sei felice?

-Non lo so.

-Perché non lo sai?

-Perché sono combattuto.

-Anche tu?

-Anche io.

-Perché io non sono felice?

-Perché fai di tutto per non esserlo.

-Io ci provo.

-Tu non ci provi affatto. Tu non ti rendi conto. Non capisci quello che sei, quello che hai ed è per questo che sei immobile. E’ per questo che sei come Rien.

-Chi è Rien?

-Rien era un uomo che tutte le notti andava a letto e cercava di dormire, non ci riusciva allora svestiva il pigiama si vestiva elegantemente e aspettava che fosse mattino per potere agire. Sul letto a fissare il vuoto aspettando che fosse di nuovo alba. L’alba arrivava, torna sempre, lui faceva colazione e poi passava la giornata nel tentare di trovare la forza di aprire la porta, uscire e affrontare il mondo. Non ci è mai riuscito Rien, è morto sul suo letto, mentre aspettava l’alba, vestito elegantemente.

-Morirò come Rien?

-Non lo so, dipende da te.

-Che fai?

-Penso.

-Dovresti agire.

-Lo so.

-A che punto sei con i regali di Natale?

-Non lo so. Non  credo che farò regali di Natale.

-Perché?

-Non lo so, non credo nemmeno che andrò a baciare qualche statua che ti raffigura da bambino. Scusa, ma mi fa un po’ schifo.

-Non mi è mai piaciuto nemmeno a me. Sono così brutti quei bambini.

-Applauso a Gesù… Mi dici un’ultima cosa?

-Sì.

-Che vuole dire “attenti e vegliate”?

Un bicchiere di abitudine.

Bevo molto. Vino, birra, grappa, vodka, rum, scotch, whiskey, acqua, succhi di frutta, coca cola, ma preferisco vino, birra, grappa, vodka, rum, scotch, whiskey. Non riesco a stare più di due minuti senza bere qualcosa. Non che questo mi piaccia. Non mi piace affatto, ho l’alito pesante e il dottore mi ha detto che se continuo così abbandonerò presto questo mondo. Non ho mai fame e questo mi dispiace, il mio stomaco si riempie di liquidi e io ci nuoto dentro. Non bevo per dimenticare, né per stordirmi, non ho una vita particolarmente infelice, né una particolarmente felice, non ho grandi disgrazie, né grandi responsabilità, non ho niente. Bevo molto per abitudine.

Ogni volta che passo davanti alla profumeria compro un profumo. Vorrei profumare e non puzzare della mia abitudine. A casa ne ho ottocentoottantanove. Sono tutti pieni. Non me li spruzzo mai. Ho paura di non riconoscermi più. E poi perché profumare? Per chi? Mi faccio sempre la barba. Mi taglio spesso, ma ho una pelle liscia. Non uso il dopobarba e non mi lavo nemmeno i denti, non voglio perdere il mio sapore. Cosa sarei senza il mio sapore? Vorrei profumare, lo vorrei tanto, ma ho perso gli occhiali e non riconoscerei il mio corpo da quello di un altro, mi dispiacerebbe dovere grattare il sedere di qualcun altro, non sarebbe carino.

La giornata la passo bevendo e a volte tra un sorso e l’altro riesco a fare altre cose. Lavoravo un tempo, poi ho smesso. Leggevo un tempo, poi ho smesso. Scrivevo un tempo, poi ho smesso. Andavo al cinema un tempo, poi ho smesso. Ascoltavo musica un tempo, poi ho smesso. Parlavo un tempo, poi ho smesso. Mi informavo un tempo, poi ho smesso. Pregavo un tempo, poi ho smesso. Camminavo un tempo, poi ho smesso. Amavo un tempo, poi ho smesso. Vivevo un tempo, poi ho smesso. Ora barcollo fino al supermercato sotto casa. Compro cose da bere. Mi aggrappo alle scale, apro la porta. E bevo.

Ho visto un giorno in un negozio del centro commerciale un computer. Usavo il computer un tempo, poi ho smesso. Ho visto un sacco di foto, mi sono detto che avevo trovato qualcosa da fare, e l’ho comprato. L’ho portato a casa. Ho scaricato le foto, ho attivato lo screensaver. Ho preso un bicchiere, non bevo mai dalla bottiglia non è elegante, mi sono seduto davanti allo schermo, e ho guardato le foto passarmi davanti agli occhi. Faccio così tutti i giorni ormai, mi siedo davanti al computer con il mio sporco bicchiere in mano e guardo quelle immagini. Non sono foto mie, né della donna che ho amato, né di mia madre, di mio padre, di mia moglie o dei miei figli. Quelle le ho nascoste o bruciate,  non mi ricordo. Sono foto di donne nude. Non che mi eccitino. Un tempo mi eccitavo, poi ho smesso. Non so perché ho scelto quelle immagini. Non so nemmeno se le donne che sono rappresentate sono belle. Non so se sia una cosa da pervertiti alcolizzati. So solo che passo le mie giornate bevendo e guardando lo schermo nero del computer che ogni cinque secondi cambia immagine. Riconosco quei corpi a cui non so dare un nome, ma ad ogni corpo abbino una bevanda. E’ un gioco stimolante e molto difficile. Cinque secondi sono pochi per buttarsi da bere e bere anche per un esperto come me.

Mia figlia è venuta a trovarmi una sera. Ha detto che sono un alcolizzato. Non mi sono stupito. Ha detto che sono un pessimo padre. Non mi sono stupito. Ha detto che non sono capace di comprendere il significato della parola amore. Non mi sono stupito. Ha detto che avevo fatto soffrire sua madre. Non mi sono stupito. Ha detto che non l’avevo mai amata. Non mi sono stupito. Ha detto che piangeva tanto e si disperava. Non mi sono stupito. Mentre lei mi parlava io guardavo lo schermo del computer e cambiavo bevanda ogni cinque secondi, deve essersi offesa. Ha detto che mi meritavo il nulla in cui vivevo. Non mi sono stupito.

Mia moglie mi ha mandato una lettera un giorno. Mi diceva che non poteva vedermi, che non voleva vedermi in questo stato, che le faceva male vedere come  mi stavo autodistruggendo. Mi chiedeva: Perché? Perché ti stai facendo questo? Ho spento il computer. Ho preso una bottiglia di amaro. Ho preso un nuovo bicchiere. Ho preso un foglio e una penna. Ho scritto. Dov’eri tu quando il peso del mio fallimento mi ha schiacciato? Dov’eri tu quando il mio risveglio è diventato una tremenda abitudine? Dov’eri tu quando lavorare è diventata una tremenda abitudine? Fare l’amore con te una tremenda abitudine? Mangiare un’abitudine? Amarti e amarvi una tremenda abitudine? Dov’eri tu quando parlarti è diventata un’abitudine? Scrivere un’abitudine? Non essere capito un’abitudine? Dov’eri tu? Non dovevi esserci sempre? Non dovevi aiutarmi? Non dovevi salvarmi tu? Ho capito che non avrebbe capito. Lei non aveva mai capito. Ho preso un altro foglio. Ho scritto. Scusami cara, ti meriti di meglio.