Non solo calcio

Una volta un mio professore mi disse: “la sua terra, signorina,  è tutta un tormento”. Tormento è la parola giusta per descrivere il groviglio di popoli e culture che abitano la penisola balcanica.  Non voglio e non posso entrare in un discorso più grande di me dico solo che i confini segnati senza tenere conto delle varie etnie hanno serie conseguenze. E chi nei Balcani ci vive queste conseguenze le sopporta tutti i giorni, spesso non è facile mi hanno detto.

Nel vedere il saluto dei giocatori serbi, quello a tre dita, mi sono tornati in mente diversi episodi. Ne racconto uno, gli altri mi fanno un po’ male. Avevo dodici anni. Incontrai un ragazzo bosniaco. Me lo presentarono informandomi subito della sua nazionalità. E’ un’informazione necessaria.

Da figlia della mia terra mi chiesi nel vederlo e nel stringergli la mano se lui fosse mio nemico. Già mi domandai se quel ragazzo che io non avevo mai visto prima fosse mio nemico. Avevo dodici anni. Crescere nei Balcani vuol dire anche questo: avere dei nemici. La sensazione di essere sempre e perennemente attaccato. Di doverti difendere.

C’è odio. E non è una cosa che riguarda pochi imbecilli. E’ un discorso atavico da cui difficilmente ci si libera. C’è in Serbia, c’è in Albania, c’è in Bosnia, c’è in Grecia, c’è in Macedonia. Lo chiamano nazionalismo.

Ecco, a me viene in mente questo ingenuo episodio nel vedere le tre dita, chissà cosa pensano e ricordano il ragazzo bosniaco, che da quelle tre dita è scappato, e Besa, la donna kosovara che per quelle tre dita ha visto morire suo marito e  due figli. Chissà cosa ricordano. Chissà cosa vivono.

 

 

 

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2 risposte a “Non solo calcio

  1. Non ci pensare, anche in Italia c’è un finto nazionalismo o una tolleranza di circostanza, mal sostenuta che è lo stesso e le cose non vanno meglio. Alain Finkielkraut ha posto un distinguo tra due concetti di uso comune, tra il “nemico” e l'”altro”. Il nemico (hostis) incarna una categoria storico-politica, l’Altro (hespes) è invece una costellazione archetipale, un modello universale, un’antistruttura che ha conosciuto nel tempo numerose e proteiformi raffigurazioni: il disabile, “inadatto alla vita” in quanto fisicamente o mentalmente “difettoso”; l’omosessuale reo di ignominia giacché malakos o arsenokoitês e per ciò stesso assimilato fra quelli che non erediteranno il regno di Dio da bruciare con gli eretici e le streghe.
    Essere in guerra contro il proprio nemico è una possibilità umana, costringersi invece a una guerra contro l’altro è un crimine contro l’umanità. La vittima (hostia) è dunque l’avversario, l’informe, il viscoso, l’impuro perché pur essendo a me simile, non è me, nella stessa misura in cui non sono e non voglio essere come lui giacché il suo sguardo mi scruta come io non potrò mai guardarmi percependo nel farlo il segreto di ciò che sono. Eppure una soluzione al riguardo c’è data proprio dal contestato relativismo culturale che suggerisce di guardare alla cultura degli altri senza doverla ricalcare sulla propria: è un atteggiamento doveroso in un rapporto di alterità per non escludere in anticipo, pregiudizievolmente ciò che è diverso, per l’appunto: altro.

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