La mia ombra al tramonto

La domanda è patetica, lo so, ma io me la faccio: Quando si diventa grandi?

Mio padre sostiene che si diventa grandi quando si è in grado di camminare con le proprie gambe, e in grado di stabilire la misura del proprio passo. Dice anche che la gioventù porta spesso a ritenersi alti come le nostre ombre al tramonto, e che quando si impara a misurarsi con l’ombra allo zenit allora si è già sulla buona strada. Sapere quando è il momento di correre, quando è il momento di fermarsi, essere in grado di dosare le proprie immense giovani energie, e soprattutto essere in grado di scegliere per cosa valga la pena usarle questo significa  diventare grandi secondo lui.

Mio nonno dice che si diventa grandi quando si è scelta la propria cornice, quando si sono scelti i propri colori e si prende consapevolezza del volere costruire un’opera d’arte. Del volere essere opere d’arte. Per mio nonno bisogna essere grandi uomini. E’  pesante e faticoso, ma che senso avrebbe una vita non spesa in questa direzione?

Mia mamma ritiene che si diventi grandi quando si capisce quello che si vuole e per ottenerlo si combatte fino a raggiungere il proprio obbiettivo. Quando si ha il senso dell’Altro e quando si impara ad Amare. Poi dice anche che si diventa grandi quando si va da soli dall’ortopedico e ci si fa operare al ginocchio, quando si smette di usare i carrelli dell’Ikea come skateboard, e si smette di andare a Parigi sette volte al giorno, con la fantasia ovviamente.

Mia nonna taglia corto e dice che io alla mia veneranda età dovrei già sapere cosa significhi essere grande.

Io non so in realtà. Non sono grande. E’ quello che più mi manca, questo lo so, è la capacità di soffrire e di gioire. Non so per cosa soffrire, per cosa gioire, penso di avere una visione un po’ distorta della realtà. Mi perdo facilmente e soffro terribilmente come gioisco del Tutto.

Però non so affatto cosa significhi soffrire meno che mai  gioire.

Credo  di vedere più la mia ombra che me stessa, di vedere le ombre degli altri più che gli altri. Le ombre mi fanno paura e allora corro, so solo correre, io non so camminare. Quando andavo in bici e correvo come una matta mio padre, fedele alla sua teoria del saper misurare i passi, mi invitava ad andare piano, a stare in equilibrio da ferma, io avevo furia dovevo raggiungere folli velocità. Perché perdere tempo nello stare in equilibrio ferma? Che senso ha? Senza equilibrio statico è difficile che ci sia equilibrio dinamico, dice lui.
I miei problemi sono perennemente grossi e senza soluzione perché non sono in grado di vedere le cose nella loro molteplicità. Le mie gioie sono effimere perché non ho il coraggio di gioire in pieno. Non ho il coraggio della pienezza, troppo rischiosa.

C’è una cosa, l’unica forse, che adoro degli studi che faccio ed è la concretezza: dovere affrontarsi con il problema, valutarne i vari aspetti, capirlo, trarne tutte le informazioni necessarie e poi il momento fatidico della scelta. Si sceglie la via, non si rimane in un limbo si sceglie.  E ad ogni passo si confrontano i dati per vedere se la strada che si è scelto è quella giusta. Si combatte affinché lo sia, affinché lo diventi, ma mai in maniera ottusa o perdendo di vista la realtà. Non si va alla cieca, non si corre così per il gusto del vento nei capelli, si corre per raggiungere una destinazione. Forse meno nobile del correre fine a se stesso, ma sicuramente fa meno male del vento nei capelli.

Io a ventitre anni non ho una meta, nessuna destinazione, e nessuna certezza. Vago. trotterello e vaneggio nell’ozio e in quello che io boriosamente chiamo amore.  Inizio, però, a vedere strane rughe e i capelli che cambiano colore. “Ma tu cosa vuoi?” è una domanda che si fa sempre più insistente, mi marca ad uomo e mi impone insieme alle mie rughe di trovare una soluzione. A che pro traccheggiare ancora?

 

5 risposte a “La mia ombra al tramonto

  1. Va da sé che l’ombra rinvia a un solido e a una sorgente luminosa, vedere la propria ombra e quella degli altri è come percepire controluce delle immagini in negativo, condensarle in positivo forse significa crescere e per farlo si suppone il coraggio della pienezza, mentre in che modo riuscirvi dipende dalle circostanze e dalla situazione individuale.

  2. Tu sai rispondere alla domanda “ma io cosa voglio?” Ti fa comodo non rispondere, poiché tu nell’ozio ci sguazzi bene come diresti tu.

  3. L’ho trovato finalmente il tuo blog, ora sarò anche io a marcarti a uomo.

    Non è poi così strano a 23 anni dai, perdonati😉

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