Il quotidiano.

Dormo. La mia mano destra copre il mio volto, regge la mia testa. Mi fa male, cerco di trattenerla di non fare uscire i mostri. Il mo sonno è irrequieto, agitato, una strana normale angoscia pervade tutte le mie ossa.

Mi sposta la mano, percepisco quel movimento. Sento il suo volto accanto al mio. Con il dito esplora il mio viso. Zigomi, parte dagli zigomi. Scende giù lentamente. Il mento. Si ferma sulla mia cicatrice, la esplora nella sua irregolarità, si sposta poco più in là: il neo. Poi di nuovo cicatrice, indaga, chissà cosa pensa, e di nuovo neo. C’è molto nel mio mento. Risale, di nuovo: zigomo, sopracciglia, le delinea. Sembra volere deformare il mio volto, volerlo plasmarlo a suo modo. Avvicina le sue labbra, sento il suo respiro. Soffia sul mo occhio. Scende giù con il dito. Il naso. Poi le labbra, le circonvalla  più volte. Mi dona un tenero infinito bacio sulle guance. Evocazioni. Mi sveglio la guardo. Mi guarda. Sorride.

-Posso dormire con te?

-Vieni.

Si infila nel mio letto. Mi abbraccia. E dorme con me. Il suo piccolo respiro mi rasserena. Il suo piccolo corpo mi dona speranzosa tenerezza.
Signori, mia nipote.

Abrasioni

Salutandoti anelo.
Anelo a quella strana forma di eternità che ci siamo concessi.
Tu ed Io.

Salutandoti tremo.
Tremo come trema chi ha paura.
Chi ha freddo.
Il morto.
L’immobile.
L’escluso.

Il temperino del tempo pugnala senza pietà il mio rene.

Lo vediamo agire questo nostro attimo.
Tu ed Io.
Lo accettiamo.
Lo sopportiamo.

Il rene sinistro è l’organo dell’abbandono.
E’ il mio nuovo dolore.

Salutandoti mi svuoto e mi stempero.
E per un attimo, questo nostro attimo, sfumo.

Ci ameremo sempre noi due.
Tu ed Io.
A modo nostro.
Con abbracci erosivi.

Te ne vai.
Ma ritornerai.

Tu ritornerai.
Con erosivi abbracci.

L’uomo che leccava il mondo

Ero in ospedale. Niente di grave. Visite di routine, mi avrebbero aperto la testa per l’ennesima volta. Chissà cosa pensavano di trovarci là dentro. Io avevo smesso di cercarci da un pezzo, ma per loro sembrava così importante. Tac, encefalogrammi e simili erano diventati il mio pane quotidiano e dentro quel posto ormai mi sentivo a casa. La testa mi faceva sempre male, non mi abbandonava mai il mio fedele compagno di viaggio Gradient, avevo deciso di chiamare così il mio dolore, come il suo antidoto. Come le medicine che mi davano e che mi facevano tanto dormire. Il mio sollievo e la mia vera malattia. Non avevo più una vita serena per colpa di Gradient, il mal di testa, e per colpa del Gradient, il medicinale, non avevo più un’attività cerebrale, non avevo più una vita, il mio immenso cervello si limitava solo alle funzioni vitali. Controllava un corpo disteso in un letto. Senza vita. Dormiente.

Ho incontrato diverse persone nel mio soggiornare a Careggi, l’ospedale fiorentino. Molti li vedevo così dalla prospettiva malata del mio letto e non me li ricordo più, non mi ricordo le loro malate espressioni, né la fasciatura della loro testa. Ricordo bene la mia, la toccavo in continuazione. Era brutta e mi faceva male.  Altri, invece, li ho incontrati mentre sorretto da due gentili donzelle, che donzelle non sono, ma donzelle possono sembrare sotto l’effetto Gradient, attraversavo il corridoio per andare in bagno. Ma anche di questi il mio ricordo non è altro che vago. Solo una persona colpì la mia memoria, segnandola con l’Uniposca e non è per fare pubblicità, ma è la cosa più indelebile che conosca. Colore: rosa.

Il rosa a me non piace, il rosa mi infastidisce, ferisce la mia memoria, è l’unico colore che la colpisce, l’unico colore che si ricorda. Così la mia vita per me è tutta  rosa. E io la detesto anche per questo. Poteva essere blu, come il cielo. Io amo il blu, invece è rosa. Rosa come niente, niente è rosa solo l’Uniposca.

-Che cosa fa?

Chiedo alla donna che sorregge la parte destra del mio corpo. Non sono poi così pesante eppure mi hanno messo due infermiere a disposizione. Forse sono tanto malato, oppure sono solo tanto fortunato. Non so come si chiamino queste due persone. Perché non lo so? Forse lo sapevo. Nel viaggio precedente me l’avranno pur detto, mi sarò certamente posto questa domanda e avrò certamente chiesto loro il nome. Senza dubbio. Sono malato, ma non scemo non mi farò prendere in giro da queste signore. Non chiederò loro di nuovo il nome. La mia parte destra la chiamerò la mia parte destra. La mia parte sinistra la chiamerò la mia parte sinistra. Lei, la mia parte destra, è una donna un tempo bella. Così sembrerebbe. Oggi si presenta come una specie di mongolfiera. Ha una faccia molto buffa e molto grassa. E se continuassi a osservarla mi metterei a ridere, o forse potrei innamorarmi di quel bello che c’è stato in lei e che qualcuno ha amato a tal punto da prosciugarlo. Potrei amare quel amore irriverente, meglio che non la guardi.

-Chi?
Risponde lei perentoriamente. Sembra prestarmi attenzione. Non fa finta che non abbia detto niente. Non mi tratta come un malato. Mi considera. Mi risponde. Mi sento in colpa per la mongolfiera che ho immaginato al suo posto. Mi sento in colpa perché ho colto che il bello che fu. Mi sento in colpa perché lei mi ha risposto, lei sapeva rispondermi. E io non sono poi così in grado di domandare.

-Quello lì.

-Lui?

-Sì.

-Non so cosa stia facendo.

-Lecca il muro?

-Sì.

-Perché?

-Non lo so è nuovo.

Sono stupito. Lei no. Non lo è affatto. Chissà cosa avrà visto nella sua vita qua dentro. Forse anch’io avrò leccato il muro qualche volta. Sono nel reparto neurologico non a caso. Chissà cosa avrò fatto io. Mi vergogno. La mia parte sinistra, giovane e bella, ma un po’ inesperta mi regge a fatica. Forse il mio corpo pende a sinistra, o forse lei è troppo esile per fare questo lavoro. Forse non ha voglia di portare la mia croce. Forse vuole essere da un’altra parte. Mi vergogno. Sono un peso per me stesso, per la mia parte sinistra, e per la mia parte destra. E ho una fascia bianca in testa.

La mia parte sinistra sembra, invece, essere stata colpita da quella visione: l’uomo che lecca i muri. Chissà di che colore sarà il suo Uniposca. Chissà. Azzardo un verde, perché lei è verde come la freschezza. Io sono rosa come niente. Si gira per guardare meglio quella scena, forse vuole fissare quella scena nella sua memoria per sempre. Vuole ricordarsi tutti i dettagli. O forse come me non capisce perché un uomo debba leccare il muro. Sembra guardare tutto con ardore, forse il suo Uniposca è rosso. Non le sfugge nulla. Lei può guardare. Può guardarsi intorno lei è giovane, è bella, è sana e ha in sé forse tutti i colori dell’arcobaleno. Lei non si vergogna. Lei non ha una fascia.

Io cado.

-Fai attenzione! L’hai fatto cadere di nuovo. Dovresti aiutarlo non farlo cadere. E’ tanto difficile?

-Lo so, hai ragione, ma perché lecca i muri quello lì?

-Non lo so, è arrivato oggi.

Mi rialzo e cerco di finire il mio percorso il prima possibile. Non è possibile per un solo uomo affrontare in una sola giornata una caduta, un uomo che lecca i muri,  la mia parte destra e la mia parte sinistra che mi sostengono, e soprattutto l’orrida fascia in testa. Mi vergogno.

Le mie due parti mi lasciano da solo per un istante. Il tempo di andare a rifornirsi del Gradient per poi somministrarmelo. Torna la mia parte destra. Era sempre lei che mi curava. Lei che mi cambiava la fascia, lei che mi rispondeva. Io amavo la mia parte sinistra perché mi faceva cadere, ma lei se ne andava sempre. Mi lasciava sempre solo.

-Si chiama Arturo.

-Chi?

-Quello che lecca i muri. Si chiama Arturo Toccoegusto.

-Ha un nome buffo.

-Tutti qua dentro hanno un nome buffo.

-Anche io?

-Anche tu.

-Non lo voglio sapere.

-Non te lo dico.

-Come mai si chiama Arturo Toccaegusto?

-Perché ha perso tutti i sensi, gli sono rimasti solo il tatto e il gusto: Arturo Toccaegusto.

-E perché lecca i muri?

-Perché hanno sapore, dice.

-Lecca anche le persone?

-No.

-Le persone non hanno sapore?

-Sono sporche, dice, ma le tocca.

-Lecca anche altre cose?

-Tutto ciò che incontra. Prima tocca poi gusta.

-Che schifo.

-Non ha altro, non può sentire diversamente il sapore del mondo. Tocca e gusta. Tu che faresti al suo posto?

-Toccherei e basta per cercare di capire.

-Eh ma lui vuole sentire il sapore del mondo, non vuole solo capire.

-Io non so che sapore abbia il mondo.

-Te lo sei mai chiesto?

-Prima di oggi no.

– Arturo sì da quando ha perso la vista e l’udito.

– Forse lo gustava anche prima.

-Credo di sì. Non si impara certo a gustare da un giorno all’altro.

-Già… Perché è qui?

-Per guarire. Come te.

-Guarire da cosa?

-Vogliamo fargli tornare la vista,  l’udito, e l’olfatto.

-E perché? Così smetterà di gustare e di toccare.

-Perché possa ritornare a vivere.

-Leccare i muri non è vivere?

-No.

-Anche se hanno sapore.

-No.

-Sì… E io perché sono qui?

-Perché tu possa ritornare a vivere.

-Lo sapevo, lecco i muri anch’io. Guarirò?

-No tu non lecchi i muri. Ti farebbe troppo schifo. A te tutto fa schifo, ma guarirai.

-Come guarirò?

-Inizierai a cercare il sapore del mondo.

– Volete farmi leccare il mondo?

-No, vogliamo solo svegliarti.

-Io dormo?

-Tu dormi.

-Mi sveglierò?

-Ora sei sveglio.

-Sono sveglio.

-Tu come ti chiami?

-Rosa.

-Odio il rosa. La mia memoria è rosa.

-Ora ti do il Gradient.

-Ma mi farà dormire.

-Dormire è necessario per svegliarsi.

-Quanto ancora dormirò?

-Fino a quando non imparerai a soffrire.

-Perché la mia parte sinistra mi lascia sempre solo?

-Perché non hai ancora imparato a soffrire.

-Imparerò.

-Imparerai.

-Non mi dare il Gradient. Voglio stare sveglio. Voglio la mia parte sinistra, la amo. Lei mi fa cadere. Sono sveglio. Imparerò a soffrire, sono sveglio.

 

Al mio Narciso

E’ un pensiero fisso nella mia testa.
L’assenza diventa improvvisa ferocia.
Il cuore sembra tuonare, spalancarsi e squarciare.
Non è necessità, non è bisogno, è più.
E’ oltre.
E’ comprensione.
Complicità.
Sono pezzi.
Pezzi di cammino.
E’ gioia.
Autenticità.
Lacrime.
Dolore.
Sono ricordi.
Sono abbracci.
Lunghissimi.

E’ l’assenza.

E’ il tornado gelido della lontananza.
E’ il tuo non esserci qui con me.
E’ l’amicizia.
E’ la vigliaccheria.
Il non chiamarti.
Il non cercarti.
L’orgoglio.
La stupidità.
L’assenza, la tua insostituibile assenza.
La brutalità del tuo mancarmi.
Così improvviso.

E’ l’amicizia.

 

 

 

Gli opposti si attraggono e si picchiano

Anna è piccola, ha tredici anni. Anna è piccola pesa nemmeno quaranta chili. Anna è piccola è alta meno di un metro e cinquanta. Anna è piccola. I piccoli si innamorano dei grandi. Così Anna si innamorò grandemente di Andrea. Andrea è grande, ha diciotto anni. Andrea è grande e grosso. Andrea è grande è alto quasi due metri. Andrea si innamorò piccolamente di Anna. Non è certo bello Andrea, non è certo intelligente, non ha nemmeno un po’ di fascino, ma è così che ci si innamora grandemente a tredici anni. Dal canto suo Anna è una graziosa fanciulla, leggera, e a suo modo fascinosa. E’ così che ci si innamora piccolamente sempre. Erano buffi insieme il grande e la piccola. Si vivevano così: piccolamente grandemente. Lui la tradì piccolamente con un’altra graziosa fanciulla, leggera e a suo modo fascinosa. Anna ne soffrì terribilmente, non riuscirono a fermare le sue lacrime per diverso tempo. Il dolore la formò. Il volto divenne più duro, lei più dura e si riprese piano-piano. Incontrò un altro ragazzo. Uscirono insieme. Il destino volle che lei proprio quel giorno incontrasse Andrea. Volle che lui la picchiasse. Volle che Anna amasse quel momento. Amasse le sue mani sul suo volto. Amasse il pugno che la trasformò in panda. Amasse il dolore del suo cuoio capelluto. Amasse i calci alla schiena. Amasse il suo polso rotto. Amasse il rotolare dalle scale. Amasse l’energumeno che le privava per sempre la possibilità di essere piccolamente felice. Il destino volle che Anna fosse grandemente infelice.  Era diventata più dura, ma si sa i materiali più duri sono quelli più fragili. Si spezzano.

 

Non ho bisogno di tempo

Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere
là dove taci, o nelle
parole con cui taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all’indietro
in ciò che hai fatto, prima,
sommare azione a sorriso,
anni a nomi, sarà
come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell’equivoco,
della storia, del passato,
tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente
ed inatteso arrivo,
sei così anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanni conti
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile.