La portinaia.

Per potere passare dal palazzo al parcheggio dovevo aprire un cancello. Solo che non sapevo che ci fosse quel cancello, non sapevo come fare ad aprirlo e soprattutto avevo molta furia, forte del mio fisico atletico e dei miei vent’anni (a qualcosa serviranno pure) decisi di scavalcarlo. Mentre ero intenta in questa pericolosa operazione, pericolosa in quanto il cancello era abbastanza alto e pericolosa in quanto i pantaloni vanno stretti quest’anno, sento una vecchia voce gridare. Che fa signorina? Basta chiedere e le porte si aprono, se lo ricordi. Mi giro terrorizzata, rossa in volto causa immane vergogna per essere in una posizione da ladro. Una volta dato un volto a quella  squillante voce  ho sentito l’obbligo morale di spiegare come mai ero in quella posizione. Insomma nessuno ci tiene a passare da ladro, e io non ero certo una ladra, avevo semplicemente fretta e ho scelto la via più facile, avevo il diritto alla difesa. Quindi spiegai le mie ragioni. Lei mi invitò a casa sua. Mi urlò di entrare. Non potevo dire di no. Dimenticai la faccenda per la quale ero già in un odioso ritardo.  Qui vidi Anita e Alberto.

Anita è una donna settantenne ormai, forse qualcosa di più. Si intravedono dietro alle rughe che le ricoprono il viso i lineamenti perfetti di un tempo. Si intravede la gioventù e la bellezza di allora. Quello che si vede, invece, sono solo dei capelli tenuti come tutte le signore della sua età, rossi e con quell’acconciatura bigodinata così assurda (spero di non avere mai dei capelli del genere), i reumatismi, sono di solita la prima cosa che si nota di una persona anziana o meglio che una persona anziana ti fa notare, e una chiara decadenza. Anita ha una casa perfetta, vecchia, pulita, straordinariamente ordinata e profumata di antico. Nelle pareti di casa tante foto della lontana gioventù, tante foto di lei e del marito, tante foto. Anita mi offre un caffè e insieme al marito mi parlano.

Si sono sposati giovanissimi. Un amore fulminante, dice Alberto, tanto da lasciarlo senza alcuna via di fuga, solo il desiderio di prometterle amore eterno di fronte al più alto essere mai pensato. Così si sono promessi  il reciproco amore di fronte a Dio. Noi non crediamo a Dio, però Dio è la più alta forma di pensiero, è la cosa più bella che l’uomo abbia inventato, è giusto promettere di fronte a Dio. Lo dice Alberto e io gli credo. Che tipo strano, ha anche lui la sua discreta età, ma confrontato con le foto appese alla parete sembra quasi migliorato. Due grossi occhiali gli coprono metà viso e un’espressione buffa lo ravviva. Fa sempre lo stesso verso quello di grattarsi prima il mento e poi la testa, lo fa in continuazione e in maniera particolare e ti affascina quel movimento regolare a tal punto da non riuscire a vedere altro. Mi dice che lui è un poeta e che ha scritto molti libri, a confermare questo le sue foto con Adriano Celentano. Non hai idea di quanti concorsi ho vinto e quanta gente importante ho conosciuto. Ecco questa è la foto con Pertini, poi c’è quella con il Papa etc.

Alberto mi regala un suo libro, poi all’improvviso magicamente, magicamente davvero, si addormenta sulla sua sedia, quasi morto. Dorme sempre così all’improvviso, sai lui lavora moltissimo, pensa moltissimo, scrive quelle sue poesie. Le dico che deve essere bello avere un marito poeta. Lei dice che sono solo parole, e non capisce cosa abbiano di così bello. Capisco che non è il caso e smetto di fare l’elogio del poeta. Allora lei mi racconta.

Io e Alberto non abbiamo avuto figli, non potevamo averne. Lo dice con uno sguardo interrogatorio come se chiedesse a me perché, come se avesse smesso da un pezzo di soffrirne e ormai fosse rimasto solo quel perché senza soluzione. Non sapevo perché. I miei occhi non le offrono risposte, allora delusa, mi fa male quel rivo di delusione sul suo volto, continua a raccontarmi.

Non ho avuto un bambino, avremmo potuto adottarlo, ma io non mi sentivo pronta.  La vita senza figli è comunque bella un po’ monotona sicuramente, ma molto libera noi abbiamo viaggiato moltissimo, abbiamo fatto molte cose. Siamo andati a teatro, corsi di flamenco, tango. Tutto quello che volevamo l’abbiamo potuto fare senza impedimenti senza dovere pensare a delle piccole creature da gestire. Una bella vita sì, monotona, ma bella. Non abitavamo qui noi, si vede, no? Si vede che siamo gente di città? Siamo venuti qui perché Alberto era poco ispirato, Firenze non gli offriva più gli spunti  di cui aveva bisogno per scrivere le sue poesie quindi decidemmo di vendere la casa e venire ad abitare qui in campagna. Una tragedia. Alberto aveva gli spunti e gli alberi, e le foglie e che so io, ma io non avevo niente se non l’immagine di Alberto che sereno scrive, scrive, scrive. Mi sentivo un po’ rinchiusa in questo posto fatto di natura, di tanta natura e di nient’altro. Decisi allora di prendere ad abitare con noi mia mamma. Era sempre più vecchia e io  del resto avevo sempre più quaranta anni quasi cinquanta.  Passavo il mio tempo con lei a cercare di renderle dolci gli ultimi anni di vita. Dividevamo insieme la nostra solitudine mentre Alberto nel suo studio tingeva i fogli di vane parole. Solo un pensiero mi terrorizzava mentre osservavo mia madre: chi ci sarebbe stato con me? Chi avrebbe diviso con me la sua solitudine quando anch’io avrei raggiunto la sua età? Che avrei fatto?  Tale pensiero mi lacerava, per fortuna però i conti tornano sempre e qui davanti a casa nostra iniziarono a costruirci questo palazzo. Mia madre morì proprio durante la sua costruzione: stavamo guardando da questa stessa finestra gli operai lavorare con in mano una tazza di tè, erano le cinque di pomeriggio mi disse addio. Mi si spezzò il cuore. Da quel momento non c’è stato pomeriggio che io non abbia passato qui alla finestra a guardare fuori. Sempre alla finestra, mentre mio marito impreca contro l’ecomostro che non gli consente più di guardare le stelle, gli alberi, le foglie e il cielo. E’ stata  la mia salvezza. Dopo la costruzione del palazzo hanno costruito il parcheggio e poi il cancello che tu volevi scavalcare. Solo io ho il pulsante per poterlo aprire. Le persone, come te, hanno fretta e passano tutte da questo cancello, molte cercano di scavalcarlo, altri invece sanno che là dietro alla finestra ci sono io, e allora suonano il campanello o mi chiamano, scambiano con me due parole, io apro loro il cancello e loro dividono con me la mia e la loro solitudine.  Alberto voleva cambiare casa di nuovo. Voleva di nuovo vedere le stelle e gli alberi, ma io ormai ho trovato il mio posto, il mio ruolo, la mia gente. Non lascerò questa casa e non lascerò questo cancello. Quindi Alberto si fa delle salutari passeggiate per trovare le sue muse, mentre io aspetto che ritorni lui come tutti gli altri per aprire loro il cancello. Ho trovato il mio posto. Il mio ruolo.

A che ora passi domani per il caffè? o preferisci il tè?

Caffelatte, caffelatte freddo, grazie. Alle cinque.

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4 risposte a “La portinaia.

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