Tragedia

Dal momento in cui il destino( a cui credo solo quando mi fa comodo e in questo caso mi fa comodissimo poiché mi consente di autocommiserarmi, che arte sublime…) ha deciso di mettermi i bastoni tra le ruote, del resto non avrebbe avuto senso  “La ruota spezzata” se fosse stato diversamente, io non ho più il mio portatile. Si è rotto, fulminato, lo schermo gioca a ping pong da solo, speriamo si diverta almeno lui.

Avrei avuto un sacco di storie da scrivere, e una marea di cose da dire, ma ho un computer non mio sul quale non riesco a scrivere.  Forse riuscirò a disintossicarmi nel mentre, potrebbe essere un lato positivo. Scriverò lettere e ve le manderò tramite piccione.

Intanto vado a prendere il caffè con Anita.

Usami, straziami, prendimi l’ultima goccia.

Mentre con gli occhi mezzo addormentati e un cervello ancora limitato alle minime funzioni vitali mi facevo il caffè mi è venuto da piangere. Niente di drammatico è successo nella mia vita, ma una certa confusa riflessione mi ha fatto male. Pensavo alla mia macchinetta del caffè, che vive senza un nome, e che io sfrutto quotidianamente fino a sei volte al giorno. Pensavo alla sua vita, pensateci.

Le persone ti usano perché tu apri loro gli occhi, i cervelli, ravvivi la loro intelligenza, dai loro nuove energie. Hanno bisogno di te, senza di te la loro vita è qualitativamente peggiore. Gli uomini sono bastardi però: prendono quello che tu hai da offrire e poi ti parcheggiano lì sui fornelli, senza preoccuparsi di te, anzi ti sbattono in qua e là, senza usare nemmeno un po’ di dovuta delicatezza. Tu ti fai bruciare per loro, cerchi di offrire loro il migliore caffè possibile, loro ti ringraziano in fondo perché necessitano della caffeina che tu puoi darli, ma poi ti abbandonano lì in mezzo ai loro mille altri utensili. Ti sfruttano perché tu dai. Hanno bisogno di te, ti ringraziano, ma non ti amano. Sei per loro sempre e solo un oggetto. Ti sono riconoscenti, ti ringraziano, ma non ti amano. E quando poi non funzioni più?

Non è triste?

La portinaia.

Per potere passare dal palazzo al parcheggio dovevo aprire un cancello. Solo che non sapevo che ci fosse quel cancello, non sapevo come fare ad aprirlo e soprattutto avevo molta furia, forte del mio fisico atletico e dei miei vent’anni (a qualcosa serviranno pure) decisi di scavalcarlo. Mentre ero intenta in questa pericolosa operazione, pericolosa in quanto il cancello era abbastanza alto e pericolosa in quanto i pantaloni vanno stretti quest’anno, sento una vecchia voce gridare. Che fa signorina? Basta chiedere e le porte si aprono, se lo ricordi. Mi giro terrorizzata, rossa in volto causa immane vergogna per essere in una posizione da ladro. Una volta dato un volto a quella  squillante voce  ho sentito l’obbligo morale di spiegare come mai ero in quella posizione. Insomma nessuno ci tiene a passare da ladro, e io non ero certo una ladra, avevo semplicemente fretta e ho scelto la via più facile, avevo il diritto alla difesa. Quindi spiegai le mie ragioni. Lei mi invitò a casa sua. Mi urlò di entrare. Non potevo dire di no. Dimenticai la faccenda per la quale ero già in un odioso ritardo.  Qui vidi Anita e Alberto.

Anita è una donna settantenne ormai, forse qualcosa di più. Si intravedono dietro alle rughe che le ricoprono il viso i lineamenti perfetti di un tempo. Si intravede la gioventù e la bellezza di allora. Quello che si vede, invece, sono solo dei capelli tenuti come tutte le signore della sua età, rossi e con quell’acconciatura bigodinata così assurda (spero di non avere mai dei capelli del genere), i reumatismi, sono di solita la prima cosa che si nota di una persona anziana o meglio che una persona anziana ti fa notare, e una chiara decadenza. Anita ha una casa perfetta, vecchia, pulita, straordinariamente ordinata e profumata di antico. Nelle pareti di casa tante foto della lontana gioventù, tante foto di lei e del marito, tante foto. Anita mi offre un caffè e insieme al marito mi parlano.

Si sono sposati giovanissimi. Un amore fulminante, dice Alberto, tanto da lasciarlo senza alcuna via di fuga, solo il desiderio di prometterle amore eterno di fronte al più alto essere mai pensato. Così si sono promessi  il reciproco amore di fronte a Dio. Noi non crediamo a Dio, però Dio è la più alta forma di pensiero, è la cosa più bella che l’uomo abbia inventato, è giusto promettere di fronte a Dio. Lo dice Alberto e io gli credo. Che tipo strano, ha anche lui la sua discreta età, ma confrontato con le foto appese alla parete sembra quasi migliorato. Due grossi occhiali gli coprono metà viso e un’espressione buffa lo ravviva. Fa sempre lo stesso verso quello di grattarsi prima il mento e poi la testa, lo fa in continuazione e in maniera particolare e ti affascina quel movimento regolare a tal punto da non riuscire a vedere altro. Mi dice che lui è un poeta e che ha scritto molti libri, a confermare questo le sue foto con Adriano Celentano. Non hai idea di quanti concorsi ho vinto e quanta gente importante ho conosciuto. Ecco questa è la foto con Pertini, poi c’è quella con il Papa etc.

Alberto mi regala un suo libro, poi all’improvviso magicamente, magicamente davvero, si addormenta sulla sua sedia, quasi morto. Dorme sempre così all’improvviso, sai lui lavora moltissimo, pensa moltissimo, scrive quelle sue poesie. Le dico che deve essere bello avere un marito poeta. Lei dice che sono solo parole, e non capisce cosa abbiano di così bello. Capisco che non è il caso e smetto di fare l’elogio del poeta. Allora lei mi racconta.

Io e Alberto non abbiamo avuto figli, non potevamo averne. Lo dice con uno sguardo interrogatorio come se chiedesse a me perché, come se avesse smesso da un pezzo di soffrirne e ormai fosse rimasto solo quel perché senza soluzione. Non sapevo perché. I miei occhi non le offrono risposte, allora delusa, mi fa male quel rivo di delusione sul suo volto, continua a raccontarmi.

Non ho avuto un bambino, avremmo potuto adottarlo, ma io non mi sentivo pronta.  La vita senza figli è comunque bella un po’ monotona sicuramente, ma molto libera noi abbiamo viaggiato moltissimo, abbiamo fatto molte cose. Siamo andati a teatro, corsi di flamenco, tango. Tutto quello che volevamo l’abbiamo potuto fare senza impedimenti senza dovere pensare a delle piccole creature da gestire. Una bella vita sì, monotona, ma bella. Non abitavamo qui noi, si vede, no? Si vede che siamo gente di città? Siamo venuti qui perché Alberto era poco ispirato, Firenze non gli offriva più gli spunti  di cui aveva bisogno per scrivere le sue poesie quindi decidemmo di vendere la casa e venire ad abitare qui in campagna. Una tragedia. Alberto aveva gli spunti e gli alberi, e le foglie e che so io, ma io non avevo niente se non l’immagine di Alberto che sereno scrive, scrive, scrive. Mi sentivo un po’ rinchiusa in questo posto fatto di natura, di tanta natura e di nient’altro. Decisi allora di prendere ad abitare con noi mia mamma. Era sempre più vecchia e io  del resto avevo sempre più quaranta anni quasi cinquanta.  Passavo il mio tempo con lei a cercare di renderle dolci gli ultimi anni di vita. Dividevamo insieme la nostra solitudine mentre Alberto nel suo studio tingeva i fogli di vane parole. Solo un pensiero mi terrorizzava mentre osservavo mia madre: chi ci sarebbe stato con me? Chi avrebbe diviso con me la sua solitudine quando anch’io avrei raggiunto la sua età? Che avrei fatto?  Tale pensiero mi lacerava, per fortuna però i conti tornano sempre e qui davanti a casa nostra iniziarono a costruirci questo palazzo. Mia madre morì proprio durante la sua costruzione: stavamo guardando da questa stessa finestra gli operai lavorare con in mano una tazza di tè, erano le cinque di pomeriggio mi disse addio. Mi si spezzò il cuore. Da quel momento non c’è stato pomeriggio che io non abbia passato qui alla finestra a guardare fuori. Sempre alla finestra, mentre mio marito impreca contro l’ecomostro che non gli consente più di guardare le stelle, gli alberi, le foglie e il cielo. E’ stata  la mia salvezza. Dopo la costruzione del palazzo hanno costruito il parcheggio e poi il cancello che tu volevi scavalcare. Solo io ho il pulsante per poterlo aprire. Le persone, come te, hanno fretta e passano tutte da questo cancello, molte cercano di scavalcarlo, altri invece sanno che là dietro alla finestra ci sono io, e allora suonano il campanello o mi chiamano, scambiano con me due parole, io apro loro il cancello e loro dividono con me la mia e la loro solitudine.  Alberto voleva cambiare casa di nuovo. Voleva di nuovo vedere le stelle e gli alberi, ma io ormai ho trovato il mio posto, il mio ruolo, la mia gente. Non lascerò questa casa e non lascerò questo cancello. Quindi Alberto si fa delle salutari passeggiate per trovare le sue muse, mentre io aspetto che ritorni lui come tutti gli altri per aprire loro il cancello. Ho trovato il mio posto. Il mio ruolo.

A che ora passi domani per il caffè? o preferisci il tè?

Caffelatte, caffelatte freddo, grazie. Alle cinque.

Mostri, orribili mostri.

Camminavo per le vie della città, era deserta, era troppo presto. Tutti dormivano. Firenze dormiva.

Davanti a me una ragazza. Sembrava triste, sembrava abbandonata, sembrava…
Fermai subito la mia riflessione, mi fece paura. La guardai, mi fermai per osservarla meglio. Era immobile in mezzo a una strada grande grande, pareva paralizzata, il suo sguardo fisso nel vuoto: terrorizzato. Mi terrorizzò.  Si presentò davanti a lei e davanti ai miei occhi un mostro orribile, una bestia feroce, tutta nera, di un nero cattivo. Mi fece paura, mi nascosi dietro all’angolo non volevo che mi vedesse quella belva orribile dagli occhi color argento, argento cattivo. Lei non si mosse, il suo sguardo tradiva spavento, ma non si mosse. Lo guardava dritto negli occhi mentre lui con astio e odio le rivolgeva il suo malvagio sguardo.  Le saltò addosso poi iniziò una tremenda battaglia. No, non era una battaglia solo il mostro combatteva, lei restava immobile. Era per terra con la belva che non le lasciava possibilità di fuga sopra di lei, ma non urlava, non si muoveva. Immobile. Lui iniziò col graffiarle il viso con le sue unghie che sembravano più degli artigli, poi tutto il corpo,  non contento iniziò a sbranarla a prendere pezzi del suo corpo e inghiottirli. A inghiottirla. Le mani, le braccia, passò all’addome, tirava fuori tutte le sue viscere. Lei non si muoveva. Lui le strappò ogni fibra del suo corpo, non lasciò niente. La sbranò, la smembrò. Solo il cuore non toccò, sembrava averne paura. Si mise allora a fare un strano rituale attorno a quel cuore solitario lasciato lì in mezzo alla strada, in mezzo a un fiume di sangue. Gli girava intorno seguendo una traiettoria perfettamente circolare, poi evidentemente stanco di quel girare inutile, con curiosità si apprestò a toccarlo, e lo toccò. Gli fece un taglio. Il cuore ferito reagì, ne uscì all’improvviso di nuova la ragazza, ma stavolta diversa, non più terrorizzata, non più immobile, non sembrava nemmeno più lei. Con il suo nuovo sguardo lo annientò, solo con lo sguardo. E il mostrolentamente crollò su stesso, senza vita. Lei se ne andò. La vidi camminare fiera, nuova. Aspettai un po’ per essere sicura che fosse lontana, mi avvicinai al mostro e piansi, piansi malvagiamente la sua morte.

Rivoluzionari al BlackBerry

-Ma tu non hai sogni.- mi disse l’uomo con il BalckBerry in mano.

-Il mondo si può cambiare, pensa all’ingiustizie che ci sono nel mondo, non si può rimanere senza fare nulla. Ma lo sai che il 20% della popolazione usa l’80% delle risorse mondiali? Pensa all’Africa ti sembra giusto?- continuò l’uomo con la maglia Philip Lauren, i pantaloni Replay e le Nike ai piedi.

-Tu sei giovane, ma vecchia. Nessun sogno, pensi solo a te. Io, io, io l’unica cosa che riesci a dire. Passi il tempo a leggere, a scrivere. A che pro? A che scopo? Solo per te stessa. Bisogna agire- continuò mentre con la sua Volkswagen si apprestava a dirigersi verso il suo posto di lavoro a tempo indeterminato.

-Tu cosa fai? Io vado a una cena di beneficenza per il Darfur stasera.- e se ne andò.

Non so come, non so perché, ma la prima cosa a cui ho pensato è stato: “Non potete servire Dio e  mammona”. Tra me e me mi terrorizzò l’idea che forse anch’io stavo solo cercando il BlackBerry, per sentirmi poi, non so come, in diritto di fare un simile discorso.

Alice

Nel momento in cui tutto è buio.
Nel momento in cui la vita non è altro che oscenità, obbrobrio e orrore.
La sofferenza prevale.
E tu sei piegato, schiacciato, domato.
Strisci, riesci solo a strisciare.
Come un verme.
Sei un verme.
Nel momento in cui concludi ogni giorno pensando di avere toccato il fondo.
Sperando finalmente di avere toccato il fondo.
Nel momento in cui tutto, tutto, tutto, perde il suo valore.
Nel momento in cui dai per scontata la tua desolazione.
Nel momento in cui c’è solo il tuo dolore.
Nel momento in cui ci sei solo tu.

Vedi solo te stesso.
Ascolti solo te stesso.
Provi solo te stesso.

Arriva la Luce.
Arriva lei.
Ti sorride.
Ti guarda dritto negli occhi.
E ti perdona.
Ti dona la sua luce.
La luce del suo sguardo.
Ti abbraccia.
Invade il tuo mondo.
Ti dona calore.
Ti scuote.
Ti smuove.
Ti ama.

Lei se ne va e il buio rimane.
Se ne va il suo calore e il freddo rimane.
Se ne va il suo amore e l’aridità rimane.

La speranza, effimera, rinasce.