Il palazzo dei pazzi, delle menti e dei cuori lacerati

La mia storia non è comune. Peccato. Avevo tutte le carte in regola, tutte. Avrei potuto vivere una vita tranquilla e banalmente beata invece gli eventi sono precipitati. Hanno cambiato la mia storia. Mi hanno tolto la mediocrità nella quale avrei sguazzato volentieri per concedermi meno banalità e molte più sofferenze. Avrei voluto dialoghi sul tempo atmosferico e mi sono ritrovata dialoghi sul Tempo. Non poche lacerazioni ha subito il mio animo e durante tutta la vita un incredibile vano senso di solitudine mai colmata nonostante la casa sempre piena di parole. Avrei amato davvero anche un po’ di silenzio, non so mi avrebbe dato la sensazione di pace. Ormai, aspetto solo il silenzio eterno. Lo aspetto tutti i giorni terrorizzata dalla novità e dai suoi effetti. A braccia aperte attendo la morte che si è presa mio marito liberandomi da almeno una parte delle mie sofferenze e prego giorno e notte un dio a cui non ho mai smesso di credere di mandarmi in un posto in cui possa non ritrovarlo. Non lo voglio più vedere sarebbe inferno anche il paradiso con lui accanto. Dio non voglia!

La mia storia vuole emergere. Ascoltami!

Ero giovane e bella. Che dico bella ero bellissima. La più bella della città si diceva. Ero corteggiatissima. Tutti mi volevano. Tutti mi cercavano. Tra tutti scelsi lui. Bello, bello come il sole. Abbagliava. Me ne innamorai perdutamente. Avevo sedici anni. Mio padre si rese conto di questo moto del mio animo e decise di condannarmi all’infelicità eterna. Nonostante il mio amore fosse ricambiato, nonostante il tentativo di unirci in matrimonio, nonostante la forza del nostro reciproco sentimento mio padre scelse la sua parola: ero promessa sin dalla nascita a un uomo orribile. Un uomo non può venire meno alla parola data. Lo accettai. E in cuor mio mi maledii con tutte le forze per avere amato, per essermi fatta scombussolare da quegli occhi ardenti come il carbone. Firmai anch’io la mia condanna all’infelicità eterna per mio padre, per mia madre, per la mia famiglia.  Non lottai. Non lottammo.

Mi rinchiusi in casa fino al giorno del mio matrimonio con mio marito. Ci sposammo. Non ci amammo mai, ma vi assicuro che ci siamo odiati tantissimo. C’è chi sostiene che il confine tra amore e odio sia labile.

Facevo la sarta. Amavo i vestiti. Ero una stilista. Tutte le ragazze venivano da me. Tutte mi ammiravano per le mie capacità, per il mio gusto, per il mio ardire. Anticipai i tempi. In un tempo in cui le gonne dovevano arrivare sopra il ginocchio decisi che non era sbagliato scoprirselo. Andai in giro mostrando il mio bel ginocchio. Fu allora che i normali, e nemmeno tanto dolorosi, schiaffi dell’uomo a cui ero destinata sin dalla nascita divennero botte e calci e pugni. Tanti calci alle ginocchia. Il mio bel ginocchio si gonfiò. Lo mostrai fiera a tutta la città. Di nuovi calci e botte e pugni e la risoluzione finale: sarei rimasta chiusa in casa per sempre. Lo accettai, non protestai. Evitare scandali per mio padre, per mia madre, per la mia famiglia. Mi chiusi in casa. Partorii. Ne feci sei di figli. Cinque maschi e una femmina. Un maschio, dopo un anno un altro maschio, un altro maschio ancora dopo due anni, una femminuccia dopo meno di un anno, un maschio dopo quattro anni, e l’ultimo maschietto a circa quaranta anni.

I miei figli sono cresciuti tra pianti, botte,  schianti e difficoltà economiche. Il primo mio marito lo mandò a lavorare a quattordici anni nonostante io fossi contraria, nonostante a scuola fosse considerato un mezzo genio. Lo mandò a lavorare perché la sua enorme pancia aveva fame. Che dolore doverlo svegliare tutte le mattine alle quattro per mandarlo a lavorare nel frutteto, e vederlo tornare a casa esausto alle sette di sera, che dolore. Poi crebbe così tra una pesca e l’altra decise che voleva fare l’autista. Studiò, si impegnò, misi i soldi da parte per potergli far fare il corso di scuola guida. Lo fece e divenne camionista. Che gioia vederlo rientrare mentre mi sventolava il foglio della patente. Quante botte prendemmo, io e lui insieme. Che gioia, che gioia. Si sposò con una brava ragazza e andò a vivere con lei. Ne vennero fuori due splendide creature.

Il secondo dei miei figli divenne elettricista. Scriveva poesie. Amava tantissimo. Tutto.  Lavorava come un matto. E matto lo divenne davvero. Così dissero. Un giorno si mise a gridare in mezzo alla piazza che non c’era più Tempo, che tutti stavano perdendo Tempo, si interrogava sul senso della Vita, e regalò tutto il suo stipendio a un ragazzino. Lo rinchiusero in manicomio. Ci rimase per sette anni. Porta i segni sul suo corpo. Che gioia vederlo tornare a casa, nonostante le sue condizioni, nonostante la sua mente  lacerata.  Lo seguì, cercammo insieme di ricostruire quello che poteva essere ricostruito. Attaccammo insieme come in un mosaico tutti i pezzi della sua mente non andati completamente distrutti. Facemmo un buon lavoro ritornò quasi normale. Riuscii a trovargli una ragazza. Si sposarono. Lui parla ancora di Tempo. Parla ancora da solo, ma l’affetto di sua moglie lo aiuta più di quanto abbia mai fatto il mio amore.
Ne sono venute fuori due creature nessuna delle quali somiglia a mio figlio. Io la capisco.

Il terzo dei mie figli. Andò a scuola si diplomò col massimo dei voti. Ci impegnammo tutti, io e i suoi fratelli. Mettemmo da parte i soldi per poterlo mandare all’università. Ci andò. Voleva diventare avvocato. Che gioia vederlo in giacca con la sua valigia in mano andare incontro a un glorioso futuro. Che orgoglio! Quante botte ci siamo presi tutti per averlo fatto andare via.
Mi scriveva una lettera al mese. Le aprivo con gioia. Aspettavo quelle lettere. Le leggevo una, due, dieci volte. Mi innamorai della lettura.

Un giorno tornò a casa con la valigia sfasciata. Lo vidi sul soglio della porta mentre parlava da solo. Aveva un aspetto terribile. La sua mente era distrutta. Frantumata. Parlava continuava a parlare da solo senza dire niente. Ogni tanto tirava fuori un nome: Marianna. Nessuno di noi seppe mai cosa gli fosse successo in quella maledetta università. Ci siamo tutti fatti la nostra storia. Provai a cercare di incollare anche la sua mente e il suo cuore. Non ci riuscii. Ora vive ancora qui con me. Parlando in continuazione. Non esce di casa. Parla, parla e basta. E piange ogni tanto piange batte i pugni per terra e la testa e grida Marianna e piange. Io non posso farci niente e leggo. Leggo lo stesso libro da anni. Il libro che aveva dentro la valigia sfasciata. Cerco di capire, ma lui parla.

Mia figlia. L’unica figlia femmina. L’ho amata in maniera particolare rispetto agli altri. L’ho presa con me. L’ho seguita. Volevo che diventasse una sarta come me, e lo divenne. Era bella. Cercai di insegnarle che cos’è l’amore. Volevo che amasse. Che amasse davvero fino in fondo, che si ribellasse. E lei amò. Amò la persona sbagliata. Lui la usò. La sua mente non resse. Per dieci lunghi anni non fece altro che mangiare. Ingrassò. Cercai di ricostruire anche la sua di mente. Rifiutò il mio aiuto. Mi odiò, mi odia. Un giorno da sola decise di mettersi a dieta. Non mangiò per diverso tempo. Finì in ospedale. Ci rimase tanto, si rifiutava di mangiare. Che dolore vederla distesa su quel sudicio letto. Riprese a mangiare solo dopo che aveva perso tutto il peso in eccesso. Iniziò a curarsi di nuovo. Ritornò almeno all’apparenza quella di prima. Amò, credo, di nuovo. L’amore è crudele. Cambiò città. Non mi parlò per diverso tempo. Ora si è sposata con un uomo molto più grande di lei. Mi viene a trovare ogni tanto ma non mi parla. Si siede sul posto di sempre e mi fissa. Guarda me, guarda i suoi due fratelli grida “che famiglia di pazzi” e se ne va.

Il quinto dei miei figli ha una storia identica al primo. Sono anche uguali fisicamente. Che gioia vederlo crescere. Vederlo sposarsi. Vederlo con suo figlio in braccio. Lui non mi parla. Non mi viene nemmeno a trovare.

L’ultimo. Frutto dell’Amore. A quarantatre anni rividi l’uomo che mi aveva fatto palpitare il cuore e non solo. Fu amore. Fu passione. Fu vita. E’ suo. Gli assomiglia. E’ bello mio figlio. Uguale a suo padre. Lo guardo, guardo la storia che avrei potuto avere. Che gioia vederlo.

Io sono qui seduta nel sottoscala del mio palazzo. Il palazzo dei pazzi l’hanno chiamato. Fingo di non sapere che il nome è dovuto alla mia famiglia. Leggo il libro della valigia sfasciata da anni ormai e aspetto che arrivi mia figlia e gridi “che famiglia di pazzi” e ascolto i discorsi sul Tempo, i pianti e le parole senza senso. Gioisco dei miei nipotini. Soffro per le mancate visite dei miei figli. Osservo con gioia le ginocchia scoperte degli altri. E penso a quanto sia vera e fuori dalla normalità la mia storia a quanto ne avrei voluto una più banale e a quanto in fondo questa mi vada bene.

Attendo la morte.

6 risposte a “Il palazzo dei pazzi, delle menti e dei cuori lacerati

  1. Già quale libro nel tuo variegato bagaglio di parole? Variante allotropica o diatopica? Intertesto o pretesto? Il tuo inferno Faty credo si chiami entropia, non è un truismo e non è un luogo benché il caos montante dentro di te tu lo possa spostare ma non rimuovere; forse è una condizione dell’animo, mestizia come dicono i teologi, ma la lontananza da Dio non c’entra, direi piuttosto spossatezza, come chi volendo rimuovere il disordine dalla propria camera finisce per trasferirlo su di sé. Se può consolarti fa tuo il motto di Callois: “Non esiste lavoro inutile, Sisifo si faceva i muscoli”. Alla prossima.

  2. Vorrei scrivere un commento che non pecchi di banalità ma non ci riesco. Provo solo a dirti la sensazione che ho provato mentre lo leggevo: il vuoto. E’ terribilmente bello.

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