Senza palle quadre e spalle coperte e nessuna via aperta

Nel mio girovagare, nel mio eterno incespicare, sono inciampata. Più volte. L’età avanza, le ginocchia non sono più quelle di una volta. Con questo caldo il tutore dà noia.  Si cade con facilità. Poi se ci aggiungi anche la mente che vaga e una buona dose di miopia, insomma diventa un mix perfetto che porta tendenzialmente al cadere tra le braccia di ignari passanti. L’unico inconveniente è che non sai tra quali braccia finirai. Ieri sono finita tra le braccia di un borghese borghese. Un vero avvocato. Giacca e cravatta, ventiquattro ore in mano. Una persona seria. Andava di fretta. Suppongo che avesse un sacco di cose da fare. Scendeva le scale con passo celere. Era nel suo regno. Io mi ero intrufolata per poche ore in quel mondo fatto di giacche, codici penali e civili, aule giudiziarie, casellari giudiziari etc. Affascinata come si è di solito dal posto nuovo, mi guardavo intorno incuriosita. Tutti quei poliziotti, e i giudici vestiti a giudice. Mi sono sempre chiesta se si fossero mai sentiti ridicoli nell’essere vestiti in quel modo, così, così da sacerdoti, le loro facce serie smentiscono i miei antichi pensieri. Penso  a quanto sia ridicolo il pensare che si potessero sentire ridicoli. Ma torniamo al mio incontro-scontro con il perfetto borghese. Egli vedendosi arrivare una spaesata fanciulla che meravigliata guardava intorno le facce, le borse, i discorsi, e il codice penale, stizzito sentenzia: “E faccia attenzione, ma guarda che gente”. Io domando perdono. Egli continua nel suo imprecare dicendo qualcosa sull’umanità, deduco che non fossero belle parole. E avanza  sicuro verso i suoi importanti appuntamenti. Lo guardo impaurita, colpevole di avere violato il suo spazio e il suo tempo. Mi maledico, come faccio sempre e domando mentalmente perdono, di nuovo, a quell’uomo dall’aspetto così viscido.

Finita la visita in quel sacro luogo fatto di codici e sacerdoti, nella mia neonata e deformata mente borghese diversi scombussolamenti. Perché io in fondo una vita che si intersecava con la mia, anche se per poche frazioni di secondo, l’avrei apprezzata tantissimo, avrei ringraziato il Tempo che mi faceva piombare tra le braccia un’altra storia, che mi costringeva a un incontro. Io avrei amato l’incontro. Ho  pensato superbamente e superficialmente di essere una persona migliore di quel triste individuo incapace di apprezzare il Tempo, la Vita, l’Incontro e me. Sì, sono decisamente superiore a lui e i suoi importanti appuntamenti. Ancora.  Ho dalla mia la meraviglia negli occhi. Ancora. E ancora “fiera del mio sognare di questo mio eterno incespicare” me ne vado a girovagare per incontrare altre vite, pali, alberi, cestini etc.

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