Siate saggi dite TAT

Ci sono certi istanti in cui le piccole cose diventano grandi. Si espandono a dismisura di fronte all’evidenza di un qualcosa. Non ci sono motivi precisi, o forse sì, ma di non chiara lettura. Allora il tuo ruolo non è altro che quello di godere passivamente, il più possibile, sperando che diventino in qualche modo eterni. Che tale diventi la piacevole passività: eterna.

Divennero immensi gli occhi, solitamente piccoli, di Luca appena la vide. Strano perché la vedeva sempre. Era parte della sua vita da un pezzetto ormai. Eppure c’era qualcosa di nuovo in quello sguardo come se fosse la prima volta. Come se fosse.

Scese dal treno. Lo intravide da lontano. Lo salutò con un sorriso, come si saluta persona gradita.  Si salutarono. Si sorrisero. Si baciarono. Si abbracciarono. Poi lentamente si allontanarono l’uno dall’altro prima le labbra, poi il corpo e alla fine le mani. Non c’era niente di strano. Routine. La solita routine. Solito posto. Soliti gesti. Solite mani. Solito corpo. Solito treno. Solito sorriso. Cambiava solo quello sguardo.

-Tu lo sai quanto t’amo?!

T’amo. Aveva detto “t’amo”. Lui che non conosceva il significato di queste parole. Lui così restio a dare dimostrazioni d’affetto. Lui che l’amore andava dimostrato e non dichiarato. Lui, aveva detto t’amo. Guardandola con quegli occhi. Mangiando lei, il mondo, il loro amore. Ingordo. Aveva fame Luca. Non era solito provare quella sensazione. Aveva fame di lei, di se stesso, dell’universo, di loro. Aveva fame e la guardava come chi scopre, come chi si stupisce. E si stupiva di fronte a quel sentimento. Di fronte alle parole che escono così da sole senza un perché. Che assumono vita propria. E rimangono lì a vibrare con  forza ore e ore, che in realtà sono nanosecondi, ma chi avrebbe il cattivo gusto di guardare la realtà in una simile situazione. Vibrava quel “t’amo” vibrava come gli atomi di un reticolo cristallino ed era lì tra di loro a dividerli e a legarli. Corda necessaria quanto labile. Strumento e fine. Il tutto e il nulla. Parola e fatto. Immenso. Con loro.

Lei perplessa, lo guardava. Il palpitare accelerato del cuore. L’incapacità di assorbire quelle parole. Il tutto che all’improvviso sentiva vuoto. E lo stomaco che la divideva in due. Con il tempo che si era fermato in funzione di quel “t’amo”. Lei che s’era fermata per quel “t’amo” così labile, così perfetto. Sentiva il tremare dell’aere. Sentiva il trepidare di quelle parole. Viveva quella parole. Vivevano in lei. E il tempo che assume  significato solo in loro funzione. L’universo che obbedisce al “t’amo”. Lei che abbassa la testa, abbassa lo sguardo. Succube per tutta la vita di quei nanosecondi che sembrano anni che sembrano eternità.

Sembrano.

L’esperienza insegna  che bisogna avere il cattivo gusto di guardare la realtà. Il saggio dice che un nanosecondo è un nanosecondo. Niente più.

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