L’orgoglio del piccolo.

Torno ora dalla casa della vera ragazza di Bube. Sì quella di Cassola,  Mara, che in realtà sarebbe Nada, ma cosa conta poi. Con il libro c’entra ben poco, come del resto immaginabile, lo scrittore inventa. Lei ci tiene a rivendicare con forza la sua estraneità, il suo essere altro da Mara, e soprattutto il suo Renato così diverso dal Bube raccontato da Cassola. Sembra quasi essere arrabbiata con lo scrittore, potrei anche togliere il quasi, è arrabbiata. Lei è  Nada, e lo vocia. Il suo Renato è suo ed è Renato.
La sua storia è forte. Non mi stupisce che Cassola ne abbia preso spunto. Ma a renderla a suo modo eccezionale sono  gli occhi stanchi che luccicano nel vedere la foto dell’ amato e con un po’ di tremore esclamano: ” Com’era bello i mi Renato “.
Quello che mi colpisce, non voglio parlare della sua storia, lo farò prossimamente forse, è la voglia di raccontare. Il volere testimoniare la propria vita, volere lasciare qualcosa. Il dire “Vedi se io morissi ora sarei contenta perché insomma qualcosa l’ho fatto” e quel piccolo qualcosa, pur rendendosi conto della sua infinita piccolezza, volerlo mostrare a tutti. Essere orgogliosi di quella piccolezza e raccontarla, raccontarla una, dieci, cento volte. A tutti. Forse perché questo lo rende grande? Non credo.

Per una megalomane come me è una rivelazione il piccolo raccontato con tanto orgoglio, con tanta passione ed entusiasmo.

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