L’attimo prima dei perché.

“Senti… Come dire? Insomma è inutile… No?”
“No. ”- aggiunse per porre fine al suo discorso.

Lo salutò cordialmente, senza dirgli nulla. Lo guardò, incrociò il suo sporco sguardo per qualche frazione di secondo e andò verso la macchina.  “No, no, no. No!”-disse con le spalle rivolte verso l’uomo a cui aveva dedicato gli ultimi due mesi.

Ho trent’anni, determinate cose non mi feriscono più come una volta. Ho trent’anni, ho sviluppato un certo sistema immunitario riguardo a queste cose. Riguardo alle cose in generale, non mi stupisce più niente, non mi spaventa più niente. Ho trent’anni, non mi faccio certo piegare dal primo che passa, da chi senza  motivo distrugge un inizio di conoscenza. E poi è solo un inizio di conoscenza. Ho trent’anni, non mi metto certo a piangere per un idiota qualunque che non è in grado di capire cosa sono, chi sono. Non mi metto certo a piangere per chi non ha avuto nessuna intenzione di conoscermi. Non mi metterò a piangere per chi non è in grado di capirmi. No, io non mi metto a piangere per uno che ha solo voglia di divertirsi. Non sono quel tipo di donna. Non io. Non piango, non piango, non verserò nemmeno una lacrima. Ho trent’anni. Piangere per cosa poi? Per uno che mi ha solo preso in giro? Non ho più sedici anni. Ho trent’anni. No, non ho bisogno di una bocca da baciare. Ho bisogno di altro. E lui non è  quell’altro. Lui è un cretino, coglione. Coglione. Solo un emerito coglione. Non ho bisogno di lui. Ho trent’anni.

Si guardò allo specchio, si guardò con attenzione. No, io non piango. Non piango. Nessuna lacrima uscì dai suoi sporchi occhi, nessuna. Pianse l’autostima. Si piegò, si sdraiò, si fece solo schiacciare l’autostima.

Si guardò di nuovo allo specchio.
“No, dai, non ho niente che non va.”- si raccontò.

E poi fu il lungo tempo del perché. Del fallimento.

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Culi, tette, Vespa.

E’ l’una. Sono stanca. Ho appena preso la mia medicina che presto mi farà dormire come un ghiro. Triste quest’immagine del ghiro. Ho come la sensazione che oggi avrei dovuto fare qualcosa, ma è una sensazione giacché temo di non averlo fatto. Vivo della mia accidia e nella mia accidia.

Accendo la TV, rai uno: Vespa. Dio ce ne liberi. Presto possibilmente. Ragionano di Botox, botulino, cosce, culi, tette, liposuzioni, rughe etc. Normali argomenti di discussione da salotto televisivo, almeno credo che siano normali, io guardo solo Uomini e Donne perché ormai fa parte dei miei ritmi biologici. Mangio solo con la De Filippi, infatti ora che sta per finire, il mio lato “donna turbata” è molto contento perché si augura che questo comporti una perdita di peso. Tornando a Vespa. Nello studio un po’ di chirurghi o ritenuti tali, un po’ di culi, tette, gambe, cosce, etc. un po’ di signore anzianotte intelligentone in modo tale da rendere evidente la differenza con i culi, tette, boccone, gambe, cosce etc. e giusto per andare oltre al solito cliché.

Nel momento stesso in cui accendo la TV Vespa narra la storia, la triste storia, della Parietti, non presente in studio, che si è resa conto dell’errore fatto in gioventù quando all’improvviso le sue labbra decisero  loro  sponte ( si dirà loro sponte?) di ingrossarsi all’infinito. Dopo intervento di una delle presenti che esclama che è sicura che agli uomini non piacciono le donne rifatte. Poi, intervento del chirurgo che sostiene che siano tutti falsi. E Poi, intervento della signora che dice che le rughe sono espressione del viso e se le terrà sempre. E ancora Vespa che sostiene di avere i capelli naturali. Un’altra che si chiede come sia possibile che uno decida di rifarsi. Un’altra ancora che racconta di quanto questi interventi facciano male alla pelle.
Ora, dopo avere visto questo  cosa può pensare una persona normale dell’umanità?

Macchine, cellulari, macchine fotografiche, computer, orologi, collane, maglie, pantaloni, una quarta di seno, cosce senza cuscinetti adiposi, cellulite, naso nuovo, palestra, moto, lavoro, suv, denaro: ma noi che ce ne facciamo di tutto questo?

Bubu settete. Stop.

Si annusò le mani, puzzavano di sigaretta. Detestava quell’odore. Si fermò. Si guardò intorno. Si annusò le mani. Puzzavano di sigaretta. Aprì la macchina ed entrò. Retromarcia. Prima. Seconda. Stop. Prima. Seconda. Stop. Prima. Seconda. Terza. Stop. Prima, seconda, terza, quarta, quinta. Quarta. Terza. Si annusò le mani, puzzavano di sigaretta. Detestabile odore. Le ritornò in mente quel suo grado ghiacciato, terrorizzato.  Lo spaventò quella traccia indelebile nella sua memoria. Stop.

Uscì.
Si annusò le mani, puzzavano di sigaretta.

Si toccò i capelli. Aprì. Lo adagiò sul sedile posteriore. Lo legò per bene. Gli sorrise. Lui iniziò un lungo pianto. Si toccò i capelli. Tentò di calmarlo. Gli diede ciò che desiderava, si calmò. Musica. Si toccò i capelli. Accese. Prima, seconda, terza. Si toccò i capelli, quarta. Iniziava a piangere di nuovo. Si toccò i capelli. Si girò verso lui. Bubu settete. Si voltò. Si toccò i capelli. Stop.

Uscì.
Si toccò i capelli.

Stavano litigando. Seconda. Si grattò il mento. Io non ti sopporto più. Terza. Tu non mi sopporti più? Sono io a non sopportarti più. Si grattò il mento. Quarta. Benissimo allora non ci sopportiamo più. Spiegami perché siamo qui allora. Si grattò il mento. Perché continuiamo con questa storia? Sembra che sia una zavorra per te, un peso insostenibile. Quinta. Perché? Mi chiedi perché? Vuoi che te lo dica? Sì, dimmelo perché? Si grattò il mento. Quarta. Perché mi fai pena ecco perché. Stop.

Uscì.
Si grattò il mento.

Stavano chiacchierando. A vent’anni si hanno molte cose da dire. Parlavano del futuro. Dei progetti. Sogni, desideri, ambizioni, vizi, virtù. Filosofeggiavano nell’accezione più negativa che si possa dare al termine. Così lontani dalla realtà da fare quasi pena. Pietà per loro. Il viaggio doveva essere stato evidentemente lungo giacché erano arrivati a quel punto, a raccontarsi quelle cose. Si sa se vuoi parlare non c’è cosa migliore di un viaggio lungo, magari lento. Ti racconti.

Era notte, ormai. Buio. La strada non era illuminata. Solo i fari della macchina davano un po’ di luce a quel cammino. Si potrebbe estendere il discorso al generale, ai loro tetri vent’anni, ma sarebbe un semplice filosofeggiare. Quattro frecce. La macchina davanti lampeggiava tutta. Stop. Si fermarono. In curva. Guardarono terrorizzati.

Uscirono.

Tre corpi giacevano per terra. Tre macchine capovolte. Grida e pianti. Sangue.

Tanto sangue.

Stop.

Gioia nera

Ci sono certe canzoni che raccontano certi periodi. Sono queste canzoni che riportano alla memoria labili fatti, poco percettibili ricordi che nella luce di una canzone diventano un’esperienza nella traccia che lasciano. Una di queste canzoni è “Gioia nera”. Mi si presenta davanti agli occhi il momento in cui in balia del dolore del mio essere inadeguata la ascoltavo  e sceglievo di cambiare. Non mi bastavo io. Non mi bastava il mondo. Son passati tre anni quasi e si ripropone il problema cambiano le canzoni, e anche le decisioni.  Alcuna scelta stavolta, solo il rimpianto dell’abitudine. Una scelta (forse) a suo modo.

Ma che cos’è l’amore? Che cos’è il dolore?

Scoprirsi travestiti.

Guardavo la partita urlando scompostamente, assai poco graziosamente, “Alè Alè Inter Inter”. Mi vergogno anch’io quando mi immagino vista dal di fuori perdere qualsiasi tipo di freno inibitore, mentre faccio i versi che faccio, mentre urlo come urlo. Lo maledico sempre il calcio.

Mancano 30 secondi alla fine. La partita. Quella che aspetti da sempre, la finale di Champions , e la tua squadra che si appresta a portarsi a casa la coppa.  Nei miei occhi questa immagine.

Avevo otto anni quando per la prima volta feci caso al pallone. Sai sono una femmina, alle femminucce non si regalano palloni. Il mio amico del piano sopra,  Kevin, mi pare che si chiamasse, era intento ad apprendere la fantastica arte del palleggio. Suo padre cercava di insegnarli come si fa a tenere un pallone sul proprio piede, a fare sì che quell’oggetto tondo sia un proseguimento naturale del proprio corpo, ma credo di ricordare che Kevin fosse abbastanza impedito. Mi pare di ricordare anche che gli piacessero le bambole, ma è un’altra storia e poi saranno problemi di Kevin, che poi non si chiamava Kevin o forse sì, non mi ricordo. Insomma guardando lui, guardando quel movimento, la magia del pallone che rimbalza sul  piede, fu come dire, amore. Volli imparare, subito. Dovevo essere in grado anch’io di far compiere al pallone i movimenti che volevo. Con il piede a martello inizia a provare con il mio Supertele verde e nero, bellissimo regalo di mio babbo. Insomma non è per tirarmela, ma alla fine dell’estate sfidai il mio povero cugino, il neo battezzato Kevin l’avevo già sconfitto il terzo giorno di allenamento autodidatta, e con 68 palleggi di fila vinsi sul disgraziato umiliandolo pubblicamente di fronte a tutti i suoi amici. Battuto da una femmina. Sciagura. Ho scoperto poi che andava a dire in giro che  in realtà ero un maschio travestito da femmina, non ricordo bene i motivi per cui mi sarei travestito secondo lui, ma sembrava essere un racconto credibile e poi cosa non si fa per l’onore. L’ho capito e perdonato.

Inter:  squadra maledetta, eterna seconda,  squadra dalle tante potenzialità che non riesce mai a vincere, la più forte, ma non vincente; partite al cardiopalma, sofferenze infinite, e grida e urla e pianti, tanti.
Ha vinto per una volta, che goduria. Che goduria.

L’orgoglio del piccolo.

Torno ora dalla casa della vera ragazza di Bube. Sì quella di Cassola,  Mara, che in realtà sarebbe Nada, ma cosa conta poi. Con il libro c’entra ben poco, come del resto immaginabile, lo scrittore inventa. Lei ci tiene a rivendicare con forza la sua estraneità, il suo essere altro da Mara, e soprattutto il suo Renato così diverso dal Bube raccontato da Cassola. Sembra quasi essere arrabbiata con lo scrittore, potrei anche togliere il quasi, è arrabbiata. Lei è  Nada, e lo vocia. Il suo Renato è suo ed è Renato.
La sua storia è forte. Non mi stupisce che Cassola ne abbia preso spunto. Ma a renderla a suo modo eccezionale sono  gli occhi stanchi che luccicano nel vedere la foto dell’ amato e con un po’ di tremore esclamano: ” Com’era bello i mi Renato “.
Quello che mi colpisce, non voglio parlare della sua storia, lo farò prossimamente forse, è la voglia di raccontare. Il volere testimoniare la propria vita, volere lasciare qualcosa. Il dire “Vedi se io morissi ora sarei contenta perché insomma qualcosa l’ho fatto” e quel piccolo qualcosa, pur rendendosi conto della sua infinita piccolezza, volerlo mostrare a tutti. Essere orgogliosi di quella piccolezza e raccontarla, raccontarla una, dieci, cento volte. A tutti. Forse perché questo lo rende grande? Non credo.

Per una megalomane come me è una rivelazione il piccolo raccontato con tanto orgoglio, con tanta passione ed entusiasmo.

Dammi epica, dammi tragicità, dammi amore Vento.

Lampi, tuoni, fulmini e saette. Io mi immagino anche un vulcano proprio oltre alla collina, che separa me dall’infinito. Un vulcano che erutta lapilli e lava. Perché questo rende il tutto più epico, e ho un urgente bisogno di epica tragicità. Mi immagino  che l’apocalisse possa avere questo aspetto. Non sento le trombe, ma la  campana che indica che un’altra ora è passata, grazie al cielo. Vana come sempre.
Il vento è forte, veloce google meteo sostiene che la velocità sia di sei metri al secondo, ma sbaglia è più veloce, o comunque io lo vedo più veloce. Sento la sua velocità. Mi entra dentro per osmosi.

In terrazza io e la mia amica chiacchieriamo del nulla. Del tutto. Di un bambino che sta per arrivare. Di un amore che non vuole smettere di fare vibrare la mia anima. Di Bangkok. Dell’Afganistan. Di Berlusconi. Fini. Di suo marito. Dei miei libri. Dei suoi dischi. Della mia angoscia. Della sua paura. Della nostra inadeguatezza. Delle sfide. Del mondo. Del dolore. Del vuoto. Del nulla.

Il vento ci smuove i capelli. Ci spettina. Nel suo piccolo ci rivoluziona. La vedo così come entità mitologica, con i capelli al vento mentre cerca di sistemarsi il vestitino che vuole scappare, seguire quell’alito, abbandonarsi ad esso.  Vedo la crudele pancia che presto darà la vita. Nuda. Quella visione mi spaventa, mi terrorizza. Leggo la paura nei suoi occhi mentre si osserva. Mentre legge l’amore inconscio, superbo, sublime di quella pancia.
Leggo l’Amore.