Inno all’amore

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla.  Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente.
L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male,  non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità;  soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.
L’amore non verrà mai meno.



L’indifferenza è il peso morto della storia

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.”

A. Gramsci

Battiti vuoti e strani effetti

Fu in quel preciso istante che posso dire di avere capito chi leggeva il fondo del caffè, chi interrogava il grande Thelma, chi gli dei egizi, chi Vanna Marchi, chi cartomanti e maghi, chi preti e imam, pastori e rabbini, monaci e guru, psicologi e psichiatri, farmacisti e personal trainer. Distesa per terra sul freddo pavimento, mentre ascoltavo il battito vuoto del mio cuore capii l’insopportabilità del mio dolore.

Discorsi malsani

Ordunque una persona sana di mente si chiederebbe: ma se tu creatura sai cosa ti serve per stare bene, e sai anche che la puoi avere, che è a portata di mano, perché non ti muovi in questa direzione?
A quel punto sempre la persona sana di mente direbbe: Hai ragione. Allora inizio. E fine del discorso.

La persona malsana, invece, nei rari momenti di lucidità si domanderebbe: ma se tu creatura sai cosa ti serve per stare bene, e sai anche che la puoi avere, che è a portata di mano, perché non ti muovi in questa direzione?
E la risposta sarebbe: ma sai  in fondo, in fondo, io a farmi del male un po’ ci godo. E in fondo, in fondo,  del mio dolore, della mia angoscia e della mia inquietudine sono follemente innamorata. E inizio del discorso.
Ma tu vuoi farti del male, allora? Ma non proprio. Vorrei farmi del bene, ma dato che il bene mi comporta fatica, allora mi innamoro del mio soffrire. Ma non è un po’ troppo comodo? Forse sì, ma non riesco a fare diversamente. Tu sei malsana, lo sai? Lo so, e credo di essere innamorata anche di questo, sai? Sei pigra. Son pigra. Sei un’inetta. Sono un’inetta. Tu ti sei rassegnata al tuo essere così, così stupida. Sì. Non voglio più parlarci con te. Hai ragione è tempo perso.
To be continued.

Il coraggio di una pentola a pressione.

Mi svegliarono le urla di mia madre. Feci quello che fanno tutti la mattina.  Colazione, bagno e simili. Non era un giorno normale, non per me. Le cose  diventavano sempre  più complicate. Crescere non era poi tutta questa gran cosa. Eppure non potevo non farlo.  Mi feci bella.  Chiesi a mia madre di scegliermi il vestito migliore e me lo misi. La mia mamma era bella, era un motivo sufficiente per fidarsi, ed io mi fidai della sua esteticità.
Andai a scuola. Ero agitata. Tremavo. Niente compiti. Niente interrogazioni. Peggio.
Erano già tutti lì. Avevo percorso la strada più lunga sperando che allungando il tragitto mi capitasse qualcosa di grave per costringermi a tornare a casa. Avrei potuto dire tutto a mia madre, e forse con difficoltà avrebbe capito, ma se uno avesse sempre la lucidità da narratore esterno, la vita sarebbe ben più noiosa.
Non ero molto bella. Fuori. Se io fossi un narratore esterno, direi che ero esattamente quello che nel linguaggio comune cordialmente viene definito un cesso.  Ma ho scelto di essere un narratore interno, quindi non ero molto bella e basta.  Non alta, non bassa, non grassa, non magra.  Denti normali, occhi normali, bocca normale,  naso normale. Nel complesso, però, la cosa non risultava gradevole. Me ne ero fatta una ragione e puntavo sul dentro. Che cosa si può fare, del resto, in questi casi.

Ecco si inizia. Tutto pronto. Arriva la maestra. Spiega le regole. Ascolto terrorizzata. Mi maledico per essermi fatta trascinare in questo gioco. Che cosa mi era passato per la testa.  Era una cosa così stupida. Poi con quali intenzioni.
Ora avrei vissuto l’esperienza più vergognosa della mia vita. Tutti avrebbero riso di me. Non potevo più tirarmi indietro. Fecero il mio nome. Salii. Sentivo la faccia esplodere come una pentola  a pressione senza valvola di sfogo. Avrei voluto sotterrarmi. Camminai lungo il percorso che avevano tracciato per me, e al quale non ero riuscita a ribellarmi. Andai in contro al mio destino nei panni di  una pentola a pressione.  Una strana sensazione di vomito accompagnò quella traversata verso il mio personalissimo abisso. Non guardai nessuno.  Il pavimento mi ricordava che male- male la terra mi avrebbe accolto tra le sue braccia.  Questo un po’ m’incoraggiava. E’ sempre bello avere un posto dove andare.  Finirono anche quei trenta secondi. Scesi di lì. Feci finta di non accorgermi delle risate generali.  Andai a sedermi da qualche parte. Distaccata, assorta nei miei pensieri. Pensai  alla spiacevole umidità della terra,  al freddo, e alle talpe. Simpatiche le talpe.
Fecero di nuovo il mio nome. Non pensai più alle talpe e ai vermi. Rivolsi l’attenzione verso chi conduceva quel sadico gioco, odiandola. Mi aveva eliminato. Menomale.  La prima delle escluse. Non tutti hanno la capacità di cogliere il fascino delle pentole a pressione. Mi ringraziarono per la mia partecipazione e per il mio coraggio. Giuro, dissero coraggio. Sorrisi, così per allontanare il pianto, facendo finta d’essere lusingata di quell’insolito complimento. E tornai a pensare  che mi sarei sicuramente reincarnata in un’aquila.

“L’ho fatto mamma”
“Cosa”
“Miss terza bi. L’ho fatto”
“Oh amore, perché?”
Mi abbracciò e mi strinse forte. Pensai che forse anche la terra mi avrebbe accolto in quel modo. Se la chiamano Madre Terra, un motivo ci sarà. Se fossi un narratore esterno, direi che stavo seriamente pensando al suicidio a otto anni, ma ho scelto di essere un narratore interno e dico che ero solo un po’ triste e depressa.

I russi mi piacciono, ma è un’altra storia.

Mi piacciono molto i russi. La letteratura. I russi non proprio. Non esteticamente.
Ci sono delle cose che colpiscono per la loro semplicità, o più semplicemente toccano delle corde particolari della propria anima, per cui diventano per te stesso medesimo una specie di capolavoro.
Accidenti. Vedi, mi devo giustificare. Non riesco a dire semplicemente che sono legata a questa poesia. Mi parla. Mi ricorda. La trovo bella. Scarna. Sobria. Densa. Piena. I russi non c’entrano nulla.

Io vi ho amata: e ancora forse l’amore
Nell’anima del tutto non ho spento;
Ma che esso non sia per voi tormento;
Non voglio che alcunché vi dia tristezza.
Io vi ho amata in silenzio, senza speranza,
Di timidezza soffrendo, di gelosia;
io vi ho amata davvero, e così teneramente
Come Dio vi conceda d’essere amata da un altro.

Lentamente

Ecco.  Altri due. Chissà cosa vogliono. Si sfiorano la mano. Si guardano con intensità. Si spingono.  Pianta.
Muovo le mie mani lentamente, molto lentamente. Uova.
Loro mi guardano. Sembrano ansiosi. Hanno fretta. Sono infastiditi dalla mia lentezza. Io mi diverto. Loro sbuffano. Lei si agita. Iniziano a scambiarsi sorrisini ironici. Lei si avvicina all’orecchio. Gli dice qualcosa. Lui annuisce. Loro sbuffano.  Assorbenti.
Continuano a guardarsi. Fanno progetti per la serata. Tacciono. Sono insieme da tempo. Si vede. Parlano della pianta della mamma. Io gli infastidisco. Vogliono scappare da me. Velocemente.  A occhi bassi muovo le mie mani lentamente. Bicchieri per tre.
Lei inizia a muoversi a dimenarsi. Lui muove agitatamente la gamba. Porta avanti e indietro il suo ginocchio. Lei lo tocca. Lui la guarda. Loro mi guardano. Muovo le mani lentamente. Lentamente. Vogliono fuggire. Non gradiscono la mia lentezza. Hanno fretta. Per  cosa. Vino per due.
Mi alzo vado da Veronica. Lei sbuffa. Lui le dice che sarebbe stato meglio andare altrove. Lei si sente offesa. Lui sbuffa. Parlo con Veronica. Torno. Non si parlano più. Non si guardano più.  Sbirciano me e guardano altrove. Torno  lentamente.   Mi siedo lentamente. Muovo le mani lentamente. Pomodori.
Lei lo guarda male. Lui sbuffa. Lei sbuffa. Lui muove il ginocchio avanti e indietro. Lei gioca con la borsa.
Ventinove e settantacinque.

A voi Furia la cassiera.