Tra Mc Donald’s, l’Eur Suite e tante belle fighe.

“Voi siete meravigliosi” questo è il grido di don Ciotti dal palco dell’auditorium di Via Conciliazione in Roma. Sono pugnali quelle parole. Non mi piacciono, mi inquietano, mi infastidiscono, mi irritano. Ecco che inizio ad agitarmi e a dimenarmi in quel seggiolino non troppo comodo, ecco che inizio a vagare con la mente altrove. Si ragiona su quel palco. Si ragiona di mafia, di politica, di società ed ecco all’improvviso quel grido, forse fuori contesto, forse un po’ esagerato, forse un po’ retorico, ma che ha un effetto dilaniante su di me. Meravigliosa io? E dove? E perché mai? Cosa ho fatto? Cosa ho detto? Niente, niente, niente. No, quel meraviglioso non è rivolto a me.
Portare una banda di trenta ragazzini da qualsiasi parte non è mai una cosa semplice, è ancora più difficile se la destinazione del viaggio è un’incontro di buon livello culturale sulla mafia. Non è facile in quanto non è certo una cosa che sentono vicino, in quanto il problema gli sembra essere lontano anni luce, non è facile perché tutto sommato hanno dodici e tredici anni, e non è facile perché in fondo non gli interessa nulla. È stato senza ombra di dubbio un viaggio faticoso, dal punto di vista fisico, e soprattutto da quello spirituale, uso questo termine perché non me ne vengo in mente altri anche se non è propriamente azzeccato.
Siamo a Roma, non c’è bisogno che io descriva Roma, meglio, non ne sarei in grado. Un museo a cielo aperto, monumenti, chiese, opere d’arte, ma soprattutto storia , storia vera, storia viva. Bene, di fronte a tutto questo quello che ha colpito l’attenzione dei nostri giovanissimi compagni di viaggio sono stati i palloni da calcio, quelli da dieci – quindici euro delle varie squadre, siamo anche arrivati alla conclusione che quello del Bayern è in assoluto il più bello, gli artisti di strada, ai quali abbiamo pensato bene di dire “tieni vai poverino, tu mi fai pena”, i negozi dei vari stilisti, che abbiamo ritenuto essere meglio del “Laura chic” rufinese, e forse qualcuno addirittura  meglio del Brizzolari, l’albergo, in realtà la nostra vera meta, e il cibo la nostra meta in seconda. Mentre mi facevo abbracciare dal colonnato di San Pietro e in sottofondo sentivo i miei ragazzi dire “ma quando si mangia?”, mi è balenato in testa il magico “non di solo pane vivrà l’uomo” che tanto mi aveva fatto riflettere a suo tempo, e che in questo momento  mi sembrava una cosa così stupida e fuori dal mondo.  Questo è stato il nostro viaggio, questa probabilmente la nostra vita: continuamente lottare contro l’indifferenza assoluta, contro la trinità, mai messa in discussione, del mangiare, addormentarsi e fare sesso.

Ricordati di bere sempre.

Io devo scrivere perché sennò sclero, così canta il Capa, ed è anche quello che ho cantato per tutto il giorno rompendo le scatole a ignari malcapitati, stanchi della vita, stanchi della giornata che avrebbero dovuto affrontare, o semplicemente scocciati dalla mia irresistibile voce.
Ho passato il mio oggi così, tra il secondo principio della termodinamica, Dostoevskij, le scarpe bianche sudice, le pozzanghere, la pioggia di cui ho percepito la presenza  solo dagli urti contro il vetro, i fatti, le priorità, le sette, il vuoto, il nichilismo, Nietzsche, il Maestro e Margherita, l’angoscia, i treni e la gente. Tra scoperte più o meno sensazionali quale quella che da vecchi la soglia di percezione del dolore diminuisce irrimediabilmente, e che si rischia la disidratazione perché non si percepisce più la sete. E ho subito capito la bontà dell’abitudine. Guardavo quella bottiglia di acqua, che la  premurosa mamma mette sulla scrivania tutte le mattine, e mi imponevo di bere per fare sì che quella diventasse un’abitudine e non una necessità per evitare così di morire disidratata quando non sarò più in grado di sentire la sete.  Ma se andando avanti con gli anni perdo via- via la capacità di percepire il mio dolore, potrei invecchiare e non rendermi conto della mancanza non solo dell’acqua, ma anche di altre cose, e forse già non riconosco più le cose di cui avevo bisogno qualche anno fa. Angoscia. Quindi la decisione ponderatissima di fare una lista delle cose  necessarie,  da usare nei momenti in cui il fisico mi abbandonerà.  Inizierò a lavorarci subito, sarà dura, ma per evitare di sbagliare segnerò tutto.  

Secondo me Aristotele diceva un monte di cazzate

In terza superiore( sapevo tutto, questa è una battuta che può capire solo mia sorella per di più anche stupida, andiamo avanti) cambiano un sacco di cose, al liceo scientifico si inizia a fare fisica, la matematica cambia del tutto e poi si inizia a studiare filosofia. Per chiarirci  in terza superiore leggevo Kafka, mi occupavo, o facevo finta, di Dostoevskij, e mi facevo in vena di Pirandello, non è molto inerente, ma lo volevo dire così per gasarmi un po’. All’inizio dell’anno avevo un professore di filosofia un tale Turi, col nome del quale scherzavo sempre stupidamente andando in giro a cantare “Questo turi turi turi nella testa che fa turi turi turi e non mi passa”, riprendendo il motivo di una stupida canzone. Il primo giorno di scuola, questo individuo, che definirò strano anche se la definizione è decisamente riduttiva, arrivò e fissando il vuoto con aria interrogativa disse questa magnifica espressione: ” La filosofia è quella materia con la quale o senza la quale il mondo rimane tale e quale”, ovviamente detta con venti pause di riflessione , senza esagerare credo che per finire questa frase c’abbia messo circa dieci minuti. Per fortuna il Turi durò poche settimane, forse due, e se ne andò non mi ricordo bene il motivo, ma ricordo il momento preciso in cui con immensa invettiva cambiai il motivetto di prima con uno più adatto alla nuova situazione: “Non c’è Turi turi turi nella testa…” e così via. 
Arrivò lei, la donna degli incubi, l’ho chiamata donna? non volevo. Il sergente, il maresciallo, l’SS così la chiamavano i più colti, io invece con immensa fantasia variavo tra la stronza, quando mi sentivo abbastanza buona, e la testa di cazzo, quando proprio ero all’esaurimento nervoso. Lei è colei che mi ha fatto odiare la filosofia greca, che anche ora non mi fa avvicinare a tale argomento per una specie di timore reverenziale, lei è colei che mi disse che avevo l’intelligenza di un topo semplicemente per il fatto che  con massima onestà le manifestai che secondo me  Aristotele diceva un monte di cazzate e che Socrate mi piaceva di più. Insomma è stato un anno tremendo per molti motivi, ovviamente non solo per colpa sua, ma sicuramente il suo era un ruolo da protagonista nel mio periodaccio.  Grazie al cielo se ne andò via  alla fine della terza e io potei apprezzare tutto il resto dei filosofi dagli epicurei in poi, tranne San Tommaso che ho sempre creduto un po’ stolto. Tutto questo mi è tornato in mente oggi, non in quanto la reminescenza di questa persona sia per me gradevole, ma in quanto mi sono ricordata una delle sue frasi così illuminanti e tenere.
Era ricreazione, e io mi stavo semplicemente sganasciando dalle risate con una mia amica mentre inventavo una stupida canzone, tipo “turi turi turi nella testa” per capirci. La Betti ( è il suo vero nome non è il diminuitivo di Elisabetta) arrivò mi guardò con la sua aria da SS(secondo i più colti )da stronza (secondo me), con  il massimo del disprezzo di cui era capace e tipo oracolo sibillò: “Vedi tu ridi, ridi, ma la realtà è che sei profondamente infelice. E sei infelice perchè non fai il tuo dovere”. Non ebbi il coraggio di domandarle quale era il mio dovere, probabilmente mi avrebbe risposto di andare a zappare la terra, insomma anche il  mio masochismo ha un limite e decisi di non farmi ulteriormente del male. Lasciai che se ne andasse per riprendere a sghignazzare sulla mia nuova creazione artistica. Le sue parole mi sconvolsero però. In fondo era l’unica che aveva capito che c’era qualcosa che non andava,  mi chiedevo come mai l’avesse capito lei e non persone che mi conoscevano da una vita e questo fu motivo in più per odiarla. Oggi però mi ritornano in mente le sue parole, ne capisco il significato, e condivido anche. E’ da molto che identifico la causa della mia inquietudine interiore proprio in quello che diceva lei, il problema però è che non riesco a farci molto. Allora si pone un ulteriore quesito: non è che ho sbagliato dovere?        

tutti i nostri ieri hanno illuminato stupidi la via verso una morte di polvere.

Il mio intelletto mi impone di pubblicare una delle cose più belle che abbia mai letto:
Macbeth Act 5, scene 5, 19-28, ovviamente parliamo di Shakespeare, e si tratta precisamente del monologo finale. Macbeth, l’ assassino spietato che non dorme più, l’uomo reso cattivo dalla sete di potere, così lamenta la morte dell’amata moglie, per arrivare a considerazioni generali sulla vita, tipiche di Shakespeare, e desiamente uniche nella forza e nella bellezza espressiva:

“She should have died hereafter;
There would have been a time for such a word.
To-morrow, and to-morrow, and to-morrow,
Creeps in this petty pace from day to day,
To the last syllable of recorded time;
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.”


dato che sono infinitamente buona riporto anche la traduzione in italiano: 

“Sarebbe dovuta morire dopo:
ci sarebbe stato tempo per la parola “morte”.
Domani, e domani, e domani,
trascina il suo lento passo di giorno in giorno
fino all’ultima sillaba del tempo registrato,
e tutti i nostri ieri hanno illuminato stupidi
la via verso una morte di polvere.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita è solo un’ombra che cammina: un povero attore
Che incede e si agita sul palcoscenico,
e poi non lo si sente più: è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia,
che non significa niente”.

E anche io come Francesco vago tra le valli.

Francesco Petrarca, L’ascesa al Monte Ventoso (dalle Familiari, IV, 1) 


Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. Ebbi finalmente l’impulso di realizzare ciò che mi ripromettevo ogni giorno, soprattutto dopo essermi imbattuto, mentre giorni fa rileggevo la storia romana di Livio, nel passo in cui il re dei Macedoni Filippo – quello che fece guerra con Roma – salì sull’Emo, monte della Tessaglia, e di lassù credette di vedere, secondo si diceva, due mari, l’Adriatico e l’Eusino. […]
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che «l’ostinata fatica vince ogni cosa». Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani. Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana. Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito oramai di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà. Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più. Deluso, sedevo spesso in qualche valletta e lì, trascorrendo rapidamente dalle cose corporee alle incorporee, mi imponevo riflessioni di questo genere: «Ciò che hai tante volte provato oggi salendo su questo monte, si ripeterà, per te e per tanti altri che vogliono accostarsi alla beatitudine; se gli uomini non se ne rendono conto tanto facilmente, ciò è dovuto al fatto che i moti del corpo sono visibili, mentre quelli dell’animo sono invisibili ed occulti. La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce. Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi; sulla cima è la fine di tutto, è quel termine verso il quale si dirige il nostro pellegrinaggio. Tutti vogliono giungervi, ma come dice Ovidio, «volere è poco; occorre volere con ardore per raggiungere lo scopo». Tu certo, se non ti sbagli anche in questo come in tante altre cose, non solo vuoi, ma vuoi con ardore. Cosa dunque ti trattiene? Nient’altro, evidentemente, se non la strada più pianeggiante che passa per i bassi piaceri della terra e che a prima vista sembra anche più agevole; ma quando avrai molto vagato, allora sarai finalmente costretto a salire sotto il peso di una fatica malamente differita verso la vetta della beatitudine, oppure a cadere spossato nelle valli dei tuoi peccati; e se mai – inorridisco al pensiero – le tenebre e l’ombra della morte lì dovessero coglierti, dovrai vivere una notte eterna in perpetui tormenti». Non so dirti quanto tale pensiero mi rinfrancasse anima e corpo per il resto del cammino. E potessi compiere con l’anima quel viaggio cui giorno e notte sospiro così come, superata finalmente ogni difficoltà, oggi l’ho compiuto col corpo! E io non so se quello che in un batter d’occhio e senza alcun movimento locale può realizzare l’anima di sua natura eterna e immortale, debba essere più facile di quello che si deve invece compiere in una successione di tempo, con il concorso di un corpo destinato a morire e sotto il peso grave delle membra.
C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il «Figliuolo»; perché non so dirti; se non fosse per antifrasi, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno. Dapprima, colpito da quell’aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. Mi volgo d’attorno: le nuvole mi erano sotto i piedi e già mi divennero meno incredibili l’Athos e l’Olimpo nel vedere coi miei occhi, su un monte meno celebrato, quanto avevo letto ed udito di essi. Volgo lo sguardo verso le regioni italiane, laddove più inclina il mio cuore; ed ecco che le Alpi gelide e nevose, per le quali un giorno passò quel feroce nemico del nome di Roma rompendone, come dicono, le rocce con l’aceto, mi parvero, pur così lontane, vicine. Lo confesso: ho sospirato verso quel cielo d’Italia che scorgevo con l’anima più che con gli occhi e m’invase un desiderio bruciante di rivedere l’amico: Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute, premettendovi le parole di Agostino: «Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio». Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: «Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia». Non sono ancora passati tre anni da quando quella volontà malvagia e perversa che tutto mi possedeva e che regnava incontrastata nel mio spirito cominciò a provarne un’altra, ribelle e contraria; e tra l’una e l’altra da un pezzo, nel campo dei miei pensieri, s’intreccia una battaglia ancor oggi durissima e incerta per il possesso di quel doppio uomo che è in me». Così andavo col pensiero a quel passato decennio. Rivolgendomi all’avvenire, mi domandavo: «Se ti accadesse di prolungare per altri due lustri questa vita che fugge e di avvicinarti alla virtù nella stessa proporzione in cui, in questo biennio, per l’insorgere della nuova volontà contro la vecchia, ti sei allontanato dalla primitiva protervia, non potresti forse allora, se non con certezza almeno con speranza, andare incontro alla morte sui quarant’anni e questi residui anni di una vita che già declina verso la vecchiezza, trascurarli senza rimpianti?». Questi ed altri simili erano i pensieri, padre mio, che mi ricorrevano nella mente. Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava. I Pirenei, che sono di confine tra la Francia e la Spagna, non si vedono di qui, e non credo per qualche ostacolo che vi si frapponga, ma per la sola debolezza della nostra vista; a destra, molto nitidamente, si scorgevano invece i monti della provincia di Lione, a sinistra il mare di Marsiglia e quello che batte Acque Morte, lontani alcuni giorni di cammino; quanto al Rodano, era sotto i nostri occhi. Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato, io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande. e la patria anche se, in quello stesso momento, provai un poco di vergogna per questo doppio desiderio non ancora virile; eppure non mi sarebbero mancate, per l’uno e per l’altro, giustificazioni confermate da grandi testimonianze. Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. «Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna
Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa: quelle parole tormentavano il mio silenzio. Non potevo certo pensare che tutto fosse accaduto casualmente; sapevo anzi che quanto avevo letto era stato scritto per me, non per altri; tanto più che ricordavo ciò che di se stesso aveva pensato Agostino quando, aprendo il libro dell’Apostolo, come lui stesso racconta, lesse queste parole: «non gozzoviglie ed ebbrezze, non lascivia e impudicizie, non risse e gelosia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, e non seguite la carne nelle sue concupiscenze». La stessa cosa era già accaduta ad Antonio quando, leggendo nel Vangelo «se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri; vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli», come se quelle parole fossero state scritte per lui (lo dice Atanasio autore della sua vita), si guadagnò il regno celeste. E come Antonio, udite quelle parole, non chiese altro; e come Agostino, letto quel passo, non andò oltre, così anch’io raccolsi tutta la mia lettura in quelle parole che ho riferito, riflettendo in silenzio quanta fosse la stoltezza degli uomini i quali, trascurando la loro parte più nobile, si disperdono in mille strade e si perdono in vani spettacoli, cercando all’esterno quello che si potrebbe trovare all’interno; pensando a quanta sarebbe la nobiltà del nostro animo se, di per sé tralignando, non si allontanasse dalle sue origini e non convertisse in vergogna le doti che Dio gli diede in suo onore. Quante volte quel giorno – credilo – sulla via del ritorno ho volto indietro lo sguardo alla cima del monte! Eppure mi parve ben piccola altezza rispetto a quella del pensiero umano, se non viene affondata nel fango delle turpitudini terrene. Ed anche questo pensiero mi venne quasi ad ogni passo: se non ho esitato a spendere tanta fatica e sudore per accostare solo di un poco il mio corpo al cielo, quale croce, quale carcere, quale tormento potrebbero atterrire un’anima nel suo cammino verso Dio, mentre calpesta le superbe vette della temerarietà e gli umani destini; e quest’altro: quanti non vengono distratti da questo sentiero per timore dei patimenti o per amore dei piaceri? Veramente felici, se pur ce ne sono, coloro dei quali credo volesse dire il poeta: «felice chi poté scoprire il perché delle cose e tiene sotto di sé calpestato ogni timore e il destino implacabile e lo strepito dell’esoso Acheronte». Ma quanta fatica dovremo durare per tenere sotto i piedi non una terra più alta, ma le passioni che si levano da istinti terreni!
Tra questi ondeggianti sentimenti del mio cuore, senza accorgermi del sassoso sentiero, nel profondo della notte tornai alla capanna da cui m’ero mosso all’alba, e il chiarore della luna piena ci era di dolce conforto, nel cammino. Mentre poi i servi erano affaccendati nel preparare la cena, mi sono ritirato tutto solo in un angolo della casa per scriverti, in fretta e quasi improvvisandole, queste pagine; non volevo infatti che, differendole, magari mutando con i luoghi i sentimenti, mi si spegnesse il desiderio di scriverti. Tu vedi dunque, amatissimo padre, come io non ti voglia nascondere nulla di me, io che con tanta cura ti svelo non solo tutta la mia vita, ma tutti i miei segreti pensieri, uno per uno; prega per essi, te ne supplico, perché erranti e incerti da tanto tempo, finalmente si arrestino, e dopo essere stati trascinati inutilmente per ogni dove, si rivolgano all’unico bene, veramente certo e duraturo. Addio.

26 aprile, Malaucena

Ode alla lampada

Tra le varie mie piccole manie, tra le varie cose di cui ho bisogno per potermi sentire me una assume un ruolo particolare direi quasi determinante. C’è un oggetto su cui sono rivolti i miei pensieri, che mi serve come microfono tramite cui con fare disinvolto e con timbro decisamente stgradevole cantare le canzoni che fanno da colonna sonora alla mia vita. C’è un oggetto che in questo particolare momento, che mi vede protagonista di innumerevoli tentativi di meditazione quasi buddhista o scintoista  o qualsiasi cosa, mi aiuta nel focalizzare i miei pensieri alla ricerca della concetrazione perduta, che devo assolutamente ritrovare prima di essere crudelmente selezionata da Madre Natura, negli affascinanti  panni della moderna società occidentale. C’è un oggetto che in camera mia non ha più la sua solita funzione, ovvero emettere luce, e anche calore a dire il vero, il perfido effetto Joule, ma ormai svolge un altro compito ovvero quello di identificare il mio spazio. Sa di solitudine, sa di meditazione, sa di me.
“Amata solitudine, isola benedetta” canta Battiato, io invece la detesto questa solitudine, è maledettamente gradevole, così maledettamente affascinante da non riuscire a farne a meno e da legarmi per sempre a questo oggetto blu, che siede accanto a me e mi guarda con aria perplessa mentre emette questa sua timida luce. 

Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento

Mi è venuta un’ improvvisa voglia di Shakespeare: 

Sonetto 116

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
All’unione di due anime fedeli; Amore non è amore
Se muta quando scopre un mutamento
O tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
Che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
È la stella che guida di ogni barca,
Il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra
E gote dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
Ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio;
Se questo è un errore e mi sarà provato,
Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.