Revival moderno di un vecchio quadro di Degas

C’era desolazione
Desolazione in quello sguardo fisso in terra,
desolazione in quegli occhi neri e ardenti come la brace,
desolazione in quella frangia nera come la pece,
desolazione nell’uomo che le sedeva accanto ,
desolazione nella fasciatura bianca che aveva sulla mano.
Desolazione.

L’ho vista, riconosciuta
 identificata,
e l’ho evitata.

La ragione non può rinchiudere la vita nei suoi schemi

Vedete: la ragione, signori, è una bella cosa, non se ne discute, ma la ragione è soltanto ragione e soddisfa soltanto la facoltà raziocinativa dell’uomo, laddove il volere è manifestazione di tutta la vita, ossia di tutta la vita dell’uomo, ragione e sue prurigini comprese. E sebbene la nostra vita, in tale manifestazione, risulti spesso essere molto misera cosa, ma è però sempre la vita, e non già solamente un’estrazione di radice quadrata. Ed è per esempio del tutto naturale che io voglia vivere soddisfacendo a tutte le mie facoltà vitali e non alla sola facoltà raziocinativa, ossia alla ventesima forse parte sull’intera somma delle mie facoltà vitali. Che cosa sa la ragione? La ragione sa soltanto quello che le è riuscito di conoscere (e magari certe cose non le conoscerà mai; questo non è forse edificante, ma perché nasconderselo?), mentre la natura umana agisce tutta intera, con tutto quanto contiene in sé, coscientemente e incoscientemente, e se anche mentisca vive però. Sospetto, signori, che mi stiate guardando con compassione; volete forse ripetermi che un uomo illuminato ed evoluto, insomma quale sarà l’uomo futuro, non può scientemente volere qualcosa di contrario al proprio interesse, e che questa è matematica. Perfettamente d’accordo, è proprio matematica. Ma, ve lo ripeto per la centesima volta, c’è però un caso, un unico caso, in cui l’uomo può di proposito e in piena coscienza desiderarsi addirittura il male, e cose assurde e stupide, stupidissime se volete con questo preciso scopo: avere il diritto di desiderarsi cose stupidissime e non esser tenuto a desiderarne solo d’intelligenti. Perché, quella stupidissima cosa, quel capriccio, può nel fatto, signori, essere al nostro simile piú profittevole di tutto quanto si dà al mondo, specie in certi casi. E, per dir tutto, può essere piú profittevole di qualunque profitto anche nel caso che ci produca un male evidente e che contrasti alle piú corrette conclusioni dei nostri ragionamenti su ciò che è profittevole, e ciò perché in ogni caso ci conserva la cosa piú importante e preziosa, ossia la nostra personalità e individualità. E c’è chi afferma che questa è davvero la cosa che l’uomo tiene piú cara; certo la volontà può anche, se vuole, accordarsi colla ragione, specie se di questa non si faccia cattivo impiego e ove se ne usi moderatamente; il quale accordo è cosa utile e persino talvolta lodevole. Ma gli è che spessissimo, e anzi nella maggior parte dei casi, la volontà contraddice apertamente e cocciutamente alla ragione. 
Questo  brano è tratto da “Memorie dal sottosuolo”  a mio avviso il  libro più bello in assoluto della  opera creativa di  Dostoevskij, un capolavoro.

Lettere a un giovane poeta

Egregio signore,
la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.
Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, La mia anima. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia A Leopardi affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello a Leopardi. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome.
Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda
su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare.
Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.
Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke

Il mio guru è fuggito

 

Mi stavo chiedendo, mentre rileggevo Dostoevskij, se Fedor si sarebbe mai immaginato di finire copia-incollato da una pagina all’altra di internet, se gli facesse piacere che qualcuno estrapolasse frasi a caso dalle sue opere, per incollarle sul suo stato di facebook, per farci un gruppo o che so io.

Dostoevskij, personaggio col quale io ho un rapporto un po’ complicato ( quasi quasi potrei mettere su facebook alla voce relazione sentimentale relazione complicata con Fedor Dostoevskij, cavolo provvedo subito..) sostiene che noi, intesi come uomini, deliberatamente scegliamo di essere uomini-sociali in-esistenti, perché sentiamo il peso e (qui rincara la dose) la vergogna di essere uomini autentici. Quanta verità dalle pagine di Fedor! Bersani, Samuele non Pierluigi, dice in una sua canzone: “Sei solo la copia di mille riassunti”, esatto noi non siamo autentici non abbiamo quasi niente che possiamo dire con certezza che sia nostro, qualcosa che sia una nostra conquista, intendo nostra nostra. A me se togli i libri, i pochi libri, che ho potuto leggere, quelle poche conoscenze che mi sono state trasmesse, e gli incontri con l’autenticità e la genialità di Nietzsche, Dostoevskij, Hesse, Rilke e così via non so bene cosa mi possa rimanere. Quello che però fa ancora più male è che nemmeno si prova ad andare oltre a questo misero copiare, all’accumulare conoscenze in maniera passiva. Ha ragione Fedor noi scegliamo d’essere in-esistenti, troppo faticoso essere autentici si rischia di fare la fine di Nietzsche. Quindi è molto più facile scegliersi un guru, qualcuno le cui frasi ti sembrano particolarmente ad effetto e usare le sue parole, usare il suo sudore, la sua fatica nel mettersi a nudo, usare tutto questo per il tuo post su facebook. L’importante è che agli occhi del mondo tu possa essere in grado di dimostrare “profondità” e “cultura”; ed ecco che avviene che ci siano frasi di Jim Morrison sui profili di tutti o quasi, frasi di Einestein prese e schiaffate lì senza alcun nesso. Poi Gandhi, Ernesto Guevara, Bob Marley etc. senza avere la più pallida idea di quello che si sta citando e che cosa effettivamente volesse dire l’autore. Eccoci qua, siamo noi gli uomini del 2000, uomini che campano di aforismi perché sarebbe troppo complicato leggersi un intero brano, figuriamoci un libro. Uomini immersi così profondamente nella mediocrità generale da non ritenere se stessi capaci di dire qualcosa di più originale di tanti auguri a una persona il giorno del suo compleanno. Uomini che per potere esprimere il proprio amore a qualcuno hanno bisogno di un bacio perugina da cui prendere spunto. E io? Persnolamente sguazzo allegramente nella mia mediocrità.

Piero Fassino mi ha guardato negli occhi e gli ho fatto paura ne sono convinta

Accidenti, accidenti!!! Non è per niente piacevole ritrovarsi nella solitudine della propria camera distesi sul pavimento, (per di più con una scarpa sotto la schiena in una posizione davvero scomodissima) a guardare il soffitto interrogandoti su cose non meglio definite,  mentre Godano canta convinto: “Ci sono istanti che vivere è una merda che vada a fuoco poi è pur sempre una scoperta”. Meno piacevole ancora rialzarsi e dare la colpa di non si sa cosa a Piero Fassino. Piero Fassino??? Qual è il nesso tra quella stupida scarpa, il freddo pavimento,  i post-it sul soffitto, i miei vuoti,  i Marlene e Piero Fassino? 

Alcuno è per questo che è poco piacevole.    

Il vostro cattivo amore per voi stessi fa della vostra solitudine una prigionia.

Riporto le parole di Nietzsche nuovamente, capisco d’essere un po’ ripetitiva,  ma non ci posso fare molto sto rileggendo per circa la terza volta “Così parlò Zarathustra” e dato che è un libro che mi spinge alla riflessione estrema devo per forza condividere…
da ” Così parlò Zarathustra” Dell’amore del prossimo

“Voi fate ressa intorno al vostro prossimo e in cambio ne ricevete belle parole. Ma io vi dico: il vostro amore del prossimo non è che il cattivo. amore per voi stessi.
Voi vi rifugiate presso il prossimo fuggendo voi stessi, e desiderate anche fare di ciò una virtù: ma io intuisco il vostro ‘altruismo’.
Il Tu è più vecchio dell’Io; il Tu è stato proclamato sacro, ma l’Io non ancora: perciò l’uomo fa ressa intorno al prossimo.
Forse che io vi consiglio l’amore per il prossimo? Piuttosto vi consiglio la fuga dal prossimo e l’amore per i più lontani!
Al di sopra dell’amore per il prossimo c’è l’amore per il più lontano e per il futuro; al di sopra dell’amore per gli uomini, stimo l’amore per le cose e per i fantasmi.
Questó fantasma che ti precede, fratello mio, è più bello di te; perché tu non gli doni la tua carne e le tue ossa? Ma hai paura di lui e corri dal tuo prossimo.
Voi non vi sopportate e non vi amate abbastanza: ed ecco che volete invogliare il vostro prossimo all’amore e fregiarvi del suo errore.
Io vorrei che voi non andaste d’accordo col vostro prossimo e con i suoi vicini; così sareste costretti a crearvi da voi stessi il vostro amico e il suo cuore traboccante.
Quando volete parlar bene di voi stessi, invitate un testimone; e solo quando lo avete indotto a pensar bene di voi, allora anche voi pensate bene di voi.
Non mente solamente colui che parla contro la sua coscienza, ma a maggior ragione, colui che parla contro la sua incoscienza. E così voi parlate nelle vostre relazioni e con voi ingannate anche il vicino.
Così parla il folle: ‘Il rapporto con gli uomini corrompe il carattere, soprattutto quando non se ne ha’.
L’uno va verso il prossimo perché cerca se stesso; e l’altro perché desidera perdersi. Il vostro cattivo amore per voi stessi fa della vostra solitudine una prigionia.
I più lontani sono coloro che pagano il vostro amore per il prossimo; non appena vi trovate in cinque, il sesto deve sempre morire.
Io non amo neppure le vostre feste: vi scorgo troppi attori; e anche gli spettatori spesso hanno un aspetto da attori.
Io non vi insegno a trovare il prossimo, ma l’amico. L’amico sia per voi la festa della terra e un presentimento del Superuomo.
Io vi insegno a trovare l’amico e il suo cuore traboccante. Ma bisogna essere disposti a divenire una spugna, se vogliamo essere amati da cuori traboccanti.
Vi insegno a trovare l’amico, nel quale sta un mondo finito, un guscio del bene; l’amico creatore, che ha sempre un mondo compiuto da elargire.
E come il mondo per lui rotola in pezzi, così anche si riforma in nuovi giri, come il divenire del bene dal male, come il divenire dei fini dal caso.
Il futuro e il remoto siano la ragione del tuo oggi: nel tuo amico devi amare il Superuomo come l’origine di te stesso.
Fratelli miei, io non vi consiglio l’amore del prossimo: io vi consiglio l’amore del più lontano.”
Così parlò Zarathustra.

Hai mai guardato il tuo amico dormire?

Non posso per nesssuon motivo al mondo non inserire nel mio blog le “parabole” di Nietzsche, il mio preferito in assoluto: 
“Dell’amico” tratto da Così parlò Zarathustra
‘Uno è sempre intorno a me’ pensa l’eremita. ‘Sempre uno via uno: questo alla fine produce il due!
Io e Me siamo sempre in premuroso colloquio: come sopportare ciò, senza un amico?’
L’amico per l’eremita è sempre il terzo: il terzo è il sughero che impedisce che il colloquio tra i due cada nel fondo.
Ahimè tutti gli eremiti hanno troppa profondità. Perciò bramano tanto un amico e le sue alture.
La nostra fede negli altri tradisce ciò in cui noi desideriamo credere. La nostra brama di un amico ciò che ci tradisce.
Spesso si vuole con l’amore superare l’invidia. Spesso si finisce per aggredire e farsi un nemico, solo per celare la nostra vulnerabilità.
‘Sii almeno mio nemico!’ Così parla il vero rispetto, che non osa domandare amicizia.
Se si vuole davvero un amico, bisogna anche avere il coraggio di scendere in guerra per lui: e per eondurre una guerra, bisogna saper essere nemio.
Bisogna onorare il proprio amico anche nel nemico.
Puoi forse avvicinarti al tuo amico senza passare dalla sua parte?
Nel proprio amico si deve avere il proprio miglior nemico. Devi essergli il più vicino possibile con il cuore quando ti opponi a lui.
Vuoi presentarti al tuo amico senza abiti? E fare onore al tuo amico, ché tu ti presenti a lui come sei? Egli così ti manderà al diavolo!
Chi non sa nascondere, indigna: tante sono le ragioni per nascondere la vostra nudità! Solo se foste degli dèi avreste il diritto di vergognarvi dei vostri abiti!
Tu non ti acconcerai mai abbastanza bene per il tuo amico: infatti tu devi essere per lui un dardo e un desiderio ardente verso il Superuomo.
Hai mai guardato il tuo amico dormire, per conoscere come è fatto? Che cosa è invece d’ordinario il volto del tuo amico? È il tuo proprio volto, rispecchiato in uno specchio rozzo e imperfetto.
Hai mai guardato il tuo amico dormire? E non ti sei spaventato che avesse quell’aspetto? Oh, amico mio, l’uomo è qualcosa che deve essere superato.
L’amico deve essere maestro nell’indovinare e nel tacere: tu non devi voler vedere ogni cosa. Il tuo sogno ti sveli ciò che il tuo amico fa da sveglio.
L’indovinare sia la tua compassione; affinché tu sappia prima se il tuo amico vuole compassione. Forse egli ama in te l’occhio puro e lo sguardo dell’eternità.
La compassione per l’amico si deve nascondere sotto una ruvida scorza; in lui dovrai trovare di che romperti i denti. Così le cose appariranno dolci e fini.
Sei tu aria pura e solitudine e pane e medicina per il tuo amico? Qualcuno non riesce a spezzare le proprie catene, e tuttavia è un redentore per il proprio amico.
Sei tu uno schiavo? In tal caso tu non puoi essere amico. Sei un tiranno? In tal caso tu non puoi avere amici.
Troppo a lungo nella donna si celarono uno schiavo e un tiranno. Perciò la donna non è ancora capace di amicizia; essa conosce solo l’amore.
Nell’amore della donna è ingiustizia e cecità per tutto ciò che essa non ama. E anche nell’amore cosciente della donna c’è sempre, insieme con la luce, aggressione, lampo, e notte.
La donna non è ancora capace di amicizia: le donne sono sempre gatte, e uccelli. O, nel migliore dei casi, vacche.
La donna non è ancora capace di amicizia. Senonché, ditemi, o uomini, chi di voi è mai capace di amicizia?
O quanta miseria in voi, o uomini, e quanta avarizia dell’anima!. Ciò che voi date all’amico, io la darei anche al mio nemico, e non ne diverrei per questo più povero.
Esiste il cameratismo: potesse esistere anche l’amicizia!”
Così parlò Zarathustra.