Due, due le ore

Voglio raccontare una storia, la mia personale storia. Non ho mai avuto il dono della sintesi soprattutto quando si parla di determinati argomenti, ma cavolo questa storia che mi propone la vita è sintesi della mia stessa vita, e soprattutto sintetizza me.
La storia è questa, è breve e non ha nulla di interessante:
Mare, sole, stato d’animo al top dell’ebrezza: nulla che non andasse, era tutto maledettamente ok.
Scoglio. vedo uno scoglio alto sì, forse, non troppo, non saprei, non ne ho misurato l’altezza; ma era uno scoglio è per me in quel momento era alto, altissimo.
Due. Due i secondi necessari alle mie sinapsi per portare il mio corpo nella direzione di quel “altissimo” scoglio, ripeto due secondi; senza paura.
Due. Due le ore che il mare ha dovuto attendere per potere abbracciare e ricoprire interamente il mio corpo.

Indecisione? Paura? Cosa?

La passione delle trascorse sofferenze, della futura ilarità e della presente apatia

Ieri sera distesa sul mio letto, stanca ma non troppo , mi sono soffermata a pensare a quello che in particolare in questo momento della mia vita mi fa soffrire, le cose che mi fanno arrabbiare, le cose sulle quali focalizzo, o almeno tento di farlo, tutti i miei pensieri. Cavolo, quanto tempo trascorso a leggere articoli di giornale, a cercare di informarsi su quello che accade nel mondo; quanto tempo trascorso nel leggere e nel cercare di interrogarsi sulla mia essenza, quanto tempo trascorso nel cercare di vedere in me qualcosa di Nietzsche, di Hesse, di Dostoevskij; quanto tempo trascorso ad ascoltare musica “impegnata”, quanto tempo passato ad arrabbiarsi delle ingiustizie che mi sono capitate sotto tiro; quanto tempo trascorso a cercare soluzione ai problemi sui quali nessuno mi avrebbe mai interrogato; quanto tempo trascorso nel cercare, cercare disperatamente di sognare. Pensavo ed ero angosciata. A essere causa del mio particolar turbamento il fatto che mi pensavo tra 20 anni a ridere dei miei 20 anni, a ridere di questo vano tentativo di prendere il volo. Mi faceva rabbrividire l’idea chiara e ben delineata in me, che tra 20 anni i miei 20 anni sarebbero diventati esilaranti. Ma come??? Soffro, soffro immensamente; vivo tutte le esperienze con tutte le energie a mia disposizione con tutta la linfa vitale in mia disposizione; faccio quel poco che faccio con la convinzione che possa essere un piccolo passo per cambiare il mondo; tento di amare… e di tutto questo avrei riso, mi sarei fatta una gran bella risata e sarei andata oltre a pensare alle cose veramente importanti. Quella ilarità futura provocava in quel momento soltanto grande angoscia e pianti rimasti inespressi, quella donna che ride di gusto di se, di me mi pare aliena e mi spaventa, mi terrorizza.

E di nuovo faccio i conti con la ruota spezzata che mi limita a ripensare al viaggio, a immaginare come sarà il viaggio futuro, e a starmene qui ferma, ferma ad aspettare.

A quelli nati dopo di noi

Mi è tornata in mente più volte una poesia di Bertolt Brecht durante questa mia ultima settimana, dunque la ripropongo per la sua efficacia, per quello che dice e soprattutto per la sua forza espressiva

Veramente, vivo in tempi bui!

La parola disinvolta è folle. Una fronte liscia
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia.

Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
forse non è più raggiungibile per i suoi amici
che soffrono?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un puro caso. Niente
di ciò che faccio mi da il diritto di saziarmi.
Per caso sono stato risparmiato. (Quando cessa la mia fortuna sono perso)

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere di acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.

Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il breve periodo senza paura.

Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri, ma dimenticare
questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
veramente, vivo in tempi bui!

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlate delle nostre debolezze
anche i tempi bui
ai quali voi siete scampati.

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre delle classi, disperati
quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure sappiamo:
anche l’odio verso la bassezza
distorce i tratti del viso.
Anche l’ira per le ingiustizie
rende la voce rauca. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l’uomo è amico dell’uomo
ricordate noi
Con indulgenza.