Ordinario

Eccomi qua. Sto rientrando a casa dal lavoro. Un lavoro che non mi piace. Pensare che avevo sognato altro, che avrei voluto fare lo scrittore, il giornalista, il musicista, il dottore, il missionario. Sono commesso e anche un po’ commosso a dire il vero, perché un po’ ci ripenso a quelli che erano i miei progetti, non i miei sogni, erano progetti, erano concreti, erano ad un passo e ripenso a come me li sono fatti fuggire senza nemmeno rendermene conto, senza nemmeno provarci. Sono questi i fallimenti del resto, no? Sono sposato. Ho quaranta anni. Io e Sofia abbiamo un bambino: Michele, è bellissimo. Per fortuna assomiglia alla madre.  Sofia fa l’insegnate elementare, è un lavoro che le piace, lei ama i bambini, è quello che ha sempre voluto fare, poi ha molto tempo libero, può occuparsi della casa, di Michele etc.etc. Io e Sofia siamo sposati da dieci anni. Il nostro matrimonio procede, avanza da solo, a volte penso che sia un’entità altra da me e da lei. Ora sto rientrando a casa, è giovedì sera, sono le otto e mezzo, sono stanco, penso al mutuo, sono deluso e mortificato, e anche un po’ atterrito. Passare la giornata a vendere carta igienica non è il massimo. Non è il massimo per me.

Michele mi salta addosso, lo bacio, penso che sia l’unica cosa bella che abbia fatto. Abbraccio forte la mia ancora di salvezza, e avrei tanta voglia di piangere. Sofia ha già preparato da mangiare, lei era così impedita quando l’ho sposata, non le piaceva cucinare, adesso invece passa sui fornelli gran parte della sua giornata, non so se per scelta o necessità.  Un tempo cucinavo io. Mi piaceva cucinare, ora lo fa lei – torna a casa prima- io cucino la domenica, e anche il sabato a volte, anche se non ne ho molta voglia. Una volta avevo anche pensato di aprire un ristorante, era una passione per me. Svanita, anche questa.  Ora noi ceneremo, lei mi chiederà com’è andata la mia giornata, io le chiederò com’è andata la sua, lei mi racconterà qualche episodio buffo di Marco, Matteo, Laura, e Giovanni, farò finta di ascoltarla e a ogni suo sorriso ne risponderò con uno mio, mica tanto mio. Lei sembra felice. Porteremo Michele a letto. Io andrò a leggergli le favole. Poi insieme rigoverneremo e insieme andremo davanti alla televisione, guarderemo qualche film, seduti sul nostro divano dell’Ikea, io da una parte e lei dall’altra. Lei mi dirà che ha sentito mia madre, che vuole che io la chiami, io le dirò che lo farò domani, lei mi dirà che dico sempre così, io le dirò che domani la chiamerò davvero. Mi racconterà di Michele, della sua tosse secca e della sua nuova fidanzatina. Poi io mi addormenterò sul divano, lei mi sveglierà alla fine del film e andremo a dormire, e ci risveglieremo che è Venerdì, che è il giorno prima del Sabato. Io andrò a lavorare, lei porterà Michele a scuola, e andrà a lavorare anche lei. Penseremo al mutuo, e alle vacanze di Michele, alle sue nuove scarpe, al suo mal di gola. Ci chiameremo a metà giornata per chiederci se è successo qualcosa di straordinario nella nostra ordinaria vita, lei mi dirà di come la sua collega sia insopportabile, io le racconterò della morbidezza della nuova marca di carta igienica.  Poi ci ritroveremo la sera alle otto e mezzo. Come sempre. Così.

-Dorme?

-Dorme.

-E’ un cucciolo, oggi a scuola ha fatto un disegno di noi tre insieme. Ti ha disegnato in un modo strano. L’hai visto?

-No.

-Te lo vado a prendere, aspetta.

 

-Hai visto?  C’è qualcosa di strano. Guarda che barba ti ha fatto, e i tuoi capelli guarda  come sono grigi.- Ride.

- Mi ha fatto triste.

-Come?

-Lo vedi? Mi ha disegnato triste. Guarda che sguardo.

- No dai, Michele non è molto bravo con i disegni. Guarda invece come mi ha fatto bella, amore della mamma…- Ride.

-Certo. Che film c’è stasera?

-C’è quel programma che mi piace tanto, quello con i bambini che cantano.

-Ah, fantastico.

-Che hai?

-Niente.

-Niente? Sei tutto imbronciato, che hai? Hai qualche problema con il tuo capo?

- No. Canta bene questo ragazzo eh?

- Sì.  Daniele, che hai?

- La domanda giusta è: come stai? Perché non me lo chiedi mai? Come stai Daniele? Sei felice Daniele? Perché non me lo chiedi mai?

-Come?

- Non ho niente, è questo il problema, non ho assolutamente niente.

- Daniele…

- Sofia.

- Daniele, che hai?

- Niente, Sofia, niente. Guardiamo la televisione, guardiamo questi adorabili bambini che cantano.

- Guarda che se non ti piace questo programma basta dirlo. Abbiamo un altro televisore. Magari c’è qualche partita stasera e la vuoi vedere. Io che ne so!

Ad Ulisse

(Cerca, almeno tu, di capire i miei vuoti.)

Nel tuo mancarmi.
In queste lunghe sere in cui non ci sei.
In questi giorni grigi.

A farmi compagnia:
La mia immagine riflessa nello specchio.
L’immaginare di parlarti.
Parlarti.
Abbracciare le tue cose.
Sentirti.
Baciare il cuscino, le porte, i bicchieri.
Baciare tutto.
Baciarti.
Stringerti.
Stringerti ancora.
Averti con me ad ogni passo.
Vederti in ogni luogo.
Camminarti affianco.
Sorriderti.
Parlarti ancora.
Baciarti.

Baciarti.

Ad accarezzarmi:
Il tuo reo non esserci.
Così dolce.
Così bello.
Così flebile.
Da farmi accettare
la gravità della tua lontananza.

Improvvisa, s’impossessa di me
L’immensa gioia
Della mia nuova, inaspettata
Solitudine.
E l’angoscia eterna.
Il tuo non esserci.
Il mio aspettarti.
Aspettarti sempre.
Aspettarti ancora.

Penelope

Che cosa posso fare?

C’è un muro in Palestina, lo chiamano “The wall of shame”, il muro della vergogna. L’ho visto. So quanto è alto, so quanto toglie il fiato, so quanto è brutto, so quanto non fa vedere il cielo. E’ il simbolo della resa dell’Umanità intera, del suo fallimento. Di fronte a quel muro due distinte sensazioni invadevano il mio corpo: l’impotenza e la colpa. E’ sempre così, è ancora così. Domandai a chi mi accompagnava che cosa potessi fare io. Come potevo dare una mano? Mi rispose che dovevo cercare di essere una persona migliore, che alcune cose non dipendono poi da noi, che si deve capire dove e quando si può intervenire. Mi disse che le battaglie contro i mulini a vento sono deleterie, deleterie per chi le combatte e deleterie per l’umanità stessa. Non so se ho capito, non so se gli ho creduto, ma continuo a sentirmi in colpa e impotente.
Ho giocato di gusto con i bambini dell’orfanotrofio e ho chiesto loro scusa e sono ritornata nella mia casa con la mia famiglia. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Una volta in ospedale ho visto una signora in carrozzella più vicina alla morte che alla vita. Il suo sguardo mi è rimasto impresso. Mi è sembrato di capire il suo dolore e mi sono sentita per un attimo meglio, per poi portarmi addosso quello sguardo e sentirlo ancora su di me che mi avvolge e attanaglia. Di nuovo in colpa e impotente perché io cammino, corro se voglio, e salto  per farla passare. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Lui invece lo vedo spesso. Ha gli occhi sempre più gonfi. Sembra avere finito le lacrime, ha un cuore che gli esplode e due gambe che sembrano non sostenerlo più. E’ due anni che non fa altro che piangere, piangere, piangere. Sono due anni da quando ha seppellito sua figlia, mia coetanea, sono due anni che i sensi di colpa lo uccidono piano piano senza pietà. Non l’ha potuta difendere. Io lo vedo e cerco di salutarlo con un sorriso. Impotente e in colpa perché io esisto e sorrido. Che altro posso fare?

Che cosa posso fare?

“Allora amore bello cosa vuoi che ti porti babbo natale?” “Io voglio tante cose, ma la cosa che voglio più di tutte è che papà torni a lavorare. Me lo porterà questo babbo natale?” “Certo che te lo porterà.” “Speriamo.” L’ho abbracciato forte. Impotente e in colpa. Che altro potevo fare?

Che cosa posso fare?

Guerre, morire di fame, terremoti, inondazioni, vulcani, carestie, bombardamenti, ingiustizie, bombe a mano, mine antiuomo, proteste, attentati, pietre, sampietrini, lacrime, malattie, cuori infranti, corpi a brandelli, ospedali, carcasse, dolore, ovunque dolore. Impotente e colpevole. Lo sento, lo sento sul mio corpo e mi scoppia la testa e le mie ulcere mangiano il mio stomaco e rifletto e penso e provo a dare una spiegazione, provo a non pensare, a cambiare pensieri, a pensare ad altro, ma tutto torna prepotente. Continuo a pensare, penso ancora, penso di nuovo. Impotente e colpevole. Che altro posso fare?

Che cosa posso fare?

 

Incontri natalizi

-No!  Non ci credo. Sei proprio tu!

-In verità, in verità ti dico che sono proprio io. La tunica bianca e l’aureola mi fregano sempre.

- Per non parlare delle stigmate. Te l’hanno imitate in tanti, lo sai? Sì lo sai. E’ una vita che desideravo vederti. Ti immaginavo diverso però, un po’ più bello.

- Sai mettere a proprio agio le persone tu. Cosa conta poi la bellezza?

-No, niente hai ragione. Solo che t’immaginavo diverso.

-Se la cosa ti dispiace così tanto puoi continuare a immaginarmi.

-No, preferisco guardarti. Tu, tu sei… sei…  così, così  uomo.

-In verità, in verità ti dico che sono un uomo. Sono un uomo palestinese.

-Ci sono stata in Palestina. Sei un po’ abbronzato in effetti.

-Non citare mio fratello Silvio.

-Lo sapevo che eri un figo.  Ma l’aureola non ti dà noia?

-Un po’.

-E non ti fa freddo con quel lenzuolo bianco?

-Un po’. Ma è della mia tunica che volevi parlare? No perché su questo ci hanno perso già abbastanza tempo.

-No, però mi potresti dire, già che ci siamo, se la tunica era tua.

- Sciocchezze. Di cosa mi volevi parlare?

-Beh, io non lo so.

-Camminiamo?

-Camminiamo.

-Con quel ginocchio farai fatica.

-Sai proprio tutto.

-Non è difficile, stai zoppicando. Allora mi hai tanto cercato, volevi tanto parlare con me. Eccomi sono qui dimmi tutto.

-Senti, ti dispiace se cominciamo la conversazione gradualmente?

-Va bene. Facciamo piano.

-Grazie. Hai visto che nevicata? Non ho mai visto una nevicata del genere. Ti piace la neve?

-In verità, in verità ti dico che amo tutti gli agenti atmosferici, ma con questa tunica la neve non è proprio il massimo.

-Anche a me non piace il freddo. Vuoi una delle mie maglie?

-Sì, grazie. Che spalle enormi hai?

-Non è divertente.

-No, non lo è. E’ bruttina però questa tua maglina.

-E’ l’unica che ho. Non posso darti il giubbotto, tu sei Gesù, io prendo la broncopolmonite, e muoio.

-Non importa. Scherzavo.

-Sono un po’ ipocondriaca.

-Lo so. Smetterai di esserlo prima o poi.

- Senti, Gesù, ma tu come stai?

-Non molto bene direi. L’umanità mi fa penare.

-Immagino. Cosa c’è che ti fa tanto soffrire?

-Lo sai. Lo sai bene.

-E’ vero lo so. Beh soffro anch’io.

-Perché?

-Io non lo so.

-In verità, in verità ti dico che tu lo sai.

-Penso di assomigliarti.

-Che arroganza, mi stupisci. Chi te lo dice?

-La Checca. Lo dice sempre.

-Beh allora.

-Pensi che sia bello che io ti assomigli?

-Non credo, non ho fatto una bella fine. Ma tu non mi assomigli, Io sono abbronzato.

- Menomale. Ma hai vinto tu, no?

-Hai aperto gli occhi tu? Lo vedi in che mondo vivi? Cosa ti fa pensare che abbia vinto io? Ho perso. Io ho perso. E ha perso anche l’umanità. Guardati intorno.

-Tu l’hai già visto “Natale in Sudafrica”?

- …

-Hai ragione, non guardarmi così. Te l’ho detto che si doveva procedere piano, poi che ci posso fare se c’è la locandina di “Natale in Sudafrica” lì?

- …

-Cosa stai facendo?

-Niente sto riflettendo. Cerco un modo per sollevarti un po’ di morale.

-Tu a me?

-Beh sì, perché non penso che tu abbia torto. Non hai vinto tu purtroppo, vince sempre  Barabba. Sarà sempre così?

-No.

-Menomale. Ci sediamo?

-Sediamoci. Sei stanca?

-Molto.

-Sei giovane.

-Lo so, ma sono stanca lo stesso. Non posso?

-In verità, in verità ti dico che tu devi essere il sale della terra.

-Perché?

-Non lo so, ma la terra deve pur avere sapore.

-E perché devo essere proprio io?

-Perché dovrebbero esserlo tutti.

-E’ faticoso.

-Lo è.

-Perché si deve faticare così tanto?

-Perché il mondo è abitato da insipidi. Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? Dove state andando? Che cosa volete voi da questo vostro mondo?

-Non lo so, io ci provo, ti giuro ci provo davvero. Ci provo a fare qualcosa, a cambiare, a migliorare questo nostro habitat.

-No, tu non ci provi affatto.

-Insegnami come si fa. Voglio farlo.

-Devi essere tu. Tu lo devi capire.

-Ma tu non mi aiuti?

-No.

-Perché?

-Non posso.

-Lo capirò?

-Non so, dipende da te.

-Gesù, tu sei felice?

-Non lo so.

-Perché non lo sai?

-Perché sono combattuto.

-Anche tu?

-Anche io.

-Perché io non sono felice?

-Perché fai di tutto per non esserlo.

-Io ci provo.

-Tu non ci provi affatto. Tu non ti rendi conto. Non capisci quello che sei, quello che hai ed è per questo che sei immobile. E’ per questo che sei come Rien.

-Chi è Rien?

-Rien era un uomo che tutte le notti andava a letto e cercava di dormire, non ci riusciva allora svestiva il pigiama si vestiva elegantemente e aspettava che fosse mattino per potere agire. Sul letto a fissare il vuoto aspettando che fosse di nuovo alba. L’alba arrivava, torna sempre, lui faceva colazione e poi passava la giornata nel tentare di trovare la forza di aprire la porta, uscire e affrontare il mondo. Non ci è mai riuscito Rien, è morto sul suo letto, mentre aspettava l’alba, vestito elegantemente.

-Morirò come Rien?

-Non lo so, dipende da te.

-Che fai?

-Penso.

-Dovresti agire.

-Lo so.

-A che punto sei con i regali di Natale?

-Non lo so. Non  credo che farò regali di Natale.

-Perché?

-Non lo so, non credo nemmeno che andrò a baciare qualche statua che ti raffigura da bambino. Scusa, ma mi fa un po’ schifo.

-Non mi è mai piaciuto nemmeno a me. Sono così brutti quei bambini.

-Applauso a Gesù… Mi dici un’ultima cosa?

-Sì.

-Che vuole dire “attenti e vegliate”?

Un bicchiere di abitudine.

Bevo molto. Vino, birra, grappa, vodka, rum, scotch, whiskey, acqua, succhi di frutta, coca cola, ma preferisco vino, birra, grappa, vodka, rum, scotch, whiskey. Non riesco a stare più di due minuti senza bere qualcosa. Non che questo mi piaccia. Non mi piace affatto, ho l’alito pesante e il dottore mi ha detto che se continuo così abbandonerò presto questo mondo. Non ho mai fame e questo mi dispiace, il mio stomaco si riempie di liquidi e io ci nuoto dentro. Non bevo per dimenticare, né per stordirmi, non ho una vita particolarmente infelice, né una particolarmente felice, non ho grandi disgrazie, né grandi responsabilità, non ho niente. Bevo molto per abitudine.

Ogni volta che passo davanti alla profumeria compro un profumo. Vorrei profumare e non puzzare della mia abitudine. A casa ne ho ottocentoottantanove. Sono tutti pieni. Non me li spruzzo mai. Ho paura di non riconoscermi più. E poi perché profumare? Per chi? Mi faccio sempre la barba. Mi taglio spesso, ma ho una pelle liscia. Non uso il dopobarba e non mi lavo nemmeno i denti, non voglio perdere il mio sapore. Cosa sarei senza il mio sapore? Vorrei profumare, lo vorrei tanto, ma ho perso gli occhiali e non riconoscerei il mio corpo da quello di un altro, mi dispiacerebbe dovere grattare il sedere di qualcun altro, non sarebbe carino.

La giornata la passo bevendo e a volte tra un sorso e l’altro riesco a fare altre cose. Lavoravo un tempo, poi ho smesso. Leggevo un tempo, poi ho smesso. Scrivevo un tempo, poi ho smesso. Andavo al cinema un tempo, poi ho smesso. Ascoltavo musica un tempo, poi ho smesso. Parlavo un tempo, poi ho smesso. Mi informavo un tempo, poi ho smesso. Pregavo un tempo, poi ho smesso. Camminavo un tempo, poi ho smesso. Amavo un tempo, poi ho smesso. Vivevo un tempo, poi ho smesso. Ora barcollo fino al supermercato sotto casa. Compro cose da bere. Mi aggrappo alle scale, apro la porta. E bevo.

Ho visto un giorno in un negozio del centro commerciale un computer. Usavo il computer un tempo, poi ho smesso. Ho visto un sacco di foto, mi sono detto che avevo trovato qualcosa da fare, e l’ho comprato. L’ho portato a casa. Ho scaricato le foto, ho attivato lo screensaver. Ho preso un bicchiere, non bevo mai dalla bottiglia non è elegante, mi sono seduto davanti allo schermo, e ho guardato le foto passarmi davanti agli occhi. Faccio così tutti i giorni ormai, mi siedo davanti al computer con il mio sporco bicchiere in mano e guardo quelle immagini. Non sono foto mie, né della donna che ho amato, né di mia madre, di mio padre, di mia moglie o dei miei figli. Quelle le ho nascoste o bruciate,  non mi ricordo. Sono foto di donne nude. Non che mi eccitino. Un tempo mi eccitavo, poi ho smesso. Non so perché ho scelto quelle immagini. Non so nemmeno se le donne che sono rappresentate sono belle. Non so se sia una cosa da pervertiti alcolizzati. So solo che passo le mie giornate bevendo e guardando lo schermo nero del computer che ogni cinque secondi cambia immagine. Riconosco quei corpi a cui non so dare un nome, ma ad ogni corpo abbino una bevanda. E’ un gioco stimolante e molto difficile. Cinque secondi sono pochi per buttarsi da bere e bere anche per un esperto come me.

Mia figlia è venuta a trovarmi una sera. Ha detto che sono un alcolizzato. Non mi sono stupito. Ha detto che sono un pessimo padre. Non mi sono stupito. Ha detto che non sono capace di comprendere il significato della parola amore. Non mi sono stupito. Ha detto che avevo fatto soffrire sua madre. Non mi sono stupito. Ha detto che non l’avevo mai amata. Non mi sono stupito. Ha detto che piangeva tanto e si disperava. Non mi sono stupito. Mentre lei mi parlava io guardavo lo schermo del computer e cambiavo bevanda ogni cinque secondi, deve essersi offesa. Ha detto che mi meritavo il nulla in cui vivevo. Non mi sono stupito.

Mia moglie mi ha mandato una lettera un giorno. Mi diceva che non poteva vedermi, che non voleva vedermi in questo stato, che le faceva male vedere come  mi stavo autodistruggendo. Mi chiedeva: Perché? Perché ti stai facendo questo? Ho spento il computer. Ho preso una bottiglia di amaro. Ho preso un nuovo bicchiere. Ho preso un foglio e una penna. Ho scritto. Dov’eri tu quando il peso del mio fallimento mi ha schiacciato? Dov’eri tu quando il mio risveglio è diventato una tremenda abitudine? Dov’eri tu quando lavorare è diventata una tremenda abitudine? Fare l’amore con te una tremenda abitudine? Mangiare un’abitudine? Amarti e amarvi una tremenda abitudine? Dov’eri tu quando parlarti è diventata un’abitudine? Scrivere un’abitudine? Non essere capito un’abitudine? Dov’eri tu? Non dovevi esserci sempre? Non dovevi aiutarmi? Non dovevi salvarmi tu? Ho capito che non avrebbe capito. Lei non aveva mai capito. Ho preso un altro foglio. Ho scritto. Scusami cara, ti meriti di meglio.

 

La storia che uccide (un po’)

Siccome un paese che “elimina” la sua classe dirigente perché non rappresenta la volontà popolare, un paese che insorge tutto o quasi contro la sua classe politica, corrotta e incapace di dare riposte, un paese arrabbiato e sfinito a tal punto da cedere completamente ad una logica violenta e autodistruttiva  l’ho già visto; e siccome ho già visto come va a finire, e siccome diversi miei amici non hanno più un padre, siccome ho visto gente cadere come birilli; siccome so qual è il rumore della violenza e le impronte che lascia, siccome ancora ho paura dei fuochi di artificio che mi ricordano le bombe a mano, siccome ho visto bambini come me morire colpiti da chi giocava a fare il rivoluzionario; siccome ho visto cosa sia la violenza, e ho visto il cimitero allargarsi, e ho sentito i pianti di madri, padri, mogli, sorelle, figli; siccome tutto questo l’ho ancora davanti agli occhi ogni santo giorno e ancora mi toglie il fiato, e ancora mi uccide; io non posso, non posso davvero, capire coloro che lanciano sassi e spaccano vetri, incendiano macchine e distruggono e picchiano; non posso capirla io questa loro rivoluzione, non posso capire le bombe carta, i petardi, i fumogeni e i manganelli. No. Non ci riesco.

Ministri in erba

Non penso di avere mai visto così tanta gente  tutta insieme. Dov’erano fino a ora? Perché non li ho mai visti?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Rivogliamo i nostri soldi. Non li hai mai visti  perché non abbiamo mai avuto una causa in comune per cui scendere dalle nostre case tutti insieme.

Cos’è una causa?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Rivogliamo i nostri soldi. Beh quando tu e Alfred decidete di vedervi a una certa ora per fare una certa cosa quella certa cosa per voi è una causa.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Quando giochiamo a calcio?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Anche per esempio.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Quindi se io telefono a tutti i numeri della città per dire di scendere e giocare a calcio con me avrò una causa comune?

In qualche modo sì.

E allora potrò organizzare anche io una manistazione?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Rivogliamo i nostri soldi. Non manistazione, ma-ni-fe-sta-zio-ne. Sì potrai organizzarla anche tu, non è per scoraggiarti ma non penso che avrà molto successo.

Perché?

Perché la causa comune deve essere forte. E soprattutto la gente manifesta quando è arrabbiata, non per giocare a calcio con te e Alfred.

Ma se io li invito gentilmente.

Magari funziona, prova.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Sono tutti arrabbiati.

Rivogliamo i nostri soldi. Certo.

Perché?

Perché hanno perso un sacco di soldi, e ora non sanno come mantenere la famiglia.

Anche tu?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Io non tanto.

Perché?

Perché sono stato fortunato.

Dove sono andati questi soldi?

Beh, nessuno lo sa. Si sa solo che un giorno i soldi erano in banca, poi la banca è scappata e si li è presi tutti con sé. E loro sono rimasti tutti senza soldi.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Ah! Quindi la manistazione in realtà è solo un’insieme di persone che cercano la banca che è scappata. Si gioca a nascondino quindi non a calcio. Ma il calcio è più bello del nascondino.  Allora perché urlano, così la banca li sente e scappa, no?

La banca è sempre lì. La banca non si muove. Si muovono le persone che gestiscono la banca.

E si prendono anche i soldi?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Rivogliamo i nostri soldi. Sì, si prendono anche i soldi.

Allora sarà facile trovarli. Avranno un sacco pesantissimo da portare. Ma forse sarebbe meglio divedersi se andiamo tutti nella stessa direzione, poi a questa velocità, quelli scappano in Brasile. Non è molto furbo.  Lo sai qual è la capitale del Brasile?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Rivogliamo i nostri soldi. Brasilia.

Bravo. E della Tunisia?

Rivogliamo i nostri soldi. Tunisi.

Bravo. E dell’Algeria?

Rivogliamo i nostri soldi. Algeri.

Cavolo non ti sembra figo?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Non molto.

Non mi diverte questa manistazione. La mia avrà più successo. Sai qual è la capitale del Burundi?

No.

Nemmeno io. Potrei fare una manistazione per l’Africa. La maestra ieri ci ha fatto vedere un video. C’erano dei bambini con le pance gonfie gonfie ma non erano ciccioni. Ha detto la maestra che la pancia si gonfia quando non mangi. Forse non ha detto proprio così, non me lo ricordo ma sarebbe carino fare una manistazione contro   la fame. Meglio di questo giocare a nascondino col ladro.

Sicuramente.

Ma se noi non ritroviamo la banca?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Rivogliamo i nostri soldi. Non stiamo cercando la banca, e non stiamo nemmeno giocando a nascondino.

Allora cosa stiamo facendo? E perché urlano tutti?

Vogliamo che il governo ( te l’ho spiegato ieri cos’è il governo) trovi chi  ha rubato i soldi, siccome crediamo che chi ha rubato i soldi sia proprio il governo, in realtà vogliamo che il governo renda i soldi. E’ chiaro? Rivogliamo i nostri soldi. E’ come se Alfred ti rubasse il pallone. Tu lo rivorresti il tuo pallone?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Oh certo, ma Alfred non è ladro.

Beh loro rivogliono i loro soldi.

Il governo è ladro?

Sì.

Ma scusa nonno come funzionava quella cosa della demononmiricordocosa era il popolo che sceglieva no?

Sì.

E il popolo ha scelto i ladri?

Sì.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Che stupidi! Perché? Se Alfred fosse un ladro non sarebbe mio amico, però se fosse  Robin Hood allora sì.

Forse non sapeva che erano dei ladri, o sperava che non lo fossero. Chi è Robin Hood?

Un figo. Magari hanno fatto come Robin Hood, hanno preso i soldi per darli ai bambini in Africa.

Non credo. Robin Hood dà i soldi ai bambini in Africa?

Sì, come fai a non saperlo? Perché non credi?

Perché ho visto la casa che si è comprato il ministro G.

Magari ha lavorato tanto.

Magari.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Nonno?

Sì…

A te il governo non ha rubato soldi, perché urli che vuoi i tuoi soldi?

Rivogliamo i nostri soldi. Per solidarietà.

Soliche?

Solidarietà.

E che cos’è?

Sentire gli altri dentro di sé.

Che vuol dire?

Se fanno un torto a un tuo amico è come se lo facessero a te. Potevamo essere noi a rimanere senza un soldo, siamo stati più fortunati, ma come fa la gente che ha perso tutto? Cosa mangeranno? Come andranno avanti?

Li si gonfierà la pancia?

Può darsi.

Nonno?

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Dimmi.

Voglio fare il ministro.

E’ un lavoraccio.

Posso farlo?

Oh certo, certo che lo puoi fare. Ma perché?

Perché non sono un ladro e così la gente non dovrà fare le manistazioni, non dovrà urlare e essere arrabbiata.

E’ un’ottima idea.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Lavorerò per la felicità. Tutti dovranno sorridere e essere contenti. Non mi piacciono proprio le persone arrabbiate.

Bravo!

E se non riesco a fare il ministro?

Continuerai a manifestare.

Non mi piacciono le manistazioni, farò il ministro.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

Rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi, rivogliamo i nostri soldi.

 

Terapia di coppia

Noi non ci conosciamo.

Dici?

Ho pensato che potremmo fare una cosa molto bellina, un po’ pesante, un po’ intima. Così ci scopriamo un po’, ci aiutiamo. Sei d’accordo?

Di che tipo di intimità parliamo?

Non ti preoccupare, se a un certo punto non vorrai andare avanti smettiamo.

Mi preoccupi, ma accetto.

Ora io ti bendo gli occhi. Ci vedi? Quanti sono?

Tre.

Allora ci vedi.

No, ho tirato a caso.

Quanti sono?

Due.

Okay non ci vedi. Ora seguimi.

 

Attenta, gira a destra, okay, avanti, okay, a sinistra, quella è destra, scalino, ecco ,okay, brava, aspetta apro la porta, vai avanti, avanti, gira a destra, no meno, okay ci siamo.

Menomale mi stavo stancando.

Tre, due, uno.

E’ uno specchio!

Sì.

No, non ce la faccio.

Guardami!  No, guardami allo specchio!

Non ce la faccio. Davvero. No, questo no.

Guardami dai!

Ho un problema con gli specchi. Non ce la faccio. Scusami, scusami davvero, ma non ce la faccio.

Lo so che hai un problema con gli specchi, ma hai anche un problema con me.

Quindi mettermi davanti a uno specchio e costringermi a guardarlo ci aiuterà?

Non guardare per terra. Guarda lo specchio. Sì, me l’ha detto un amico psicologo.

Non ce la faccio ti giuro, è un complesso, ce l’ho da sempre. Oddio!

Guardati dai. Non è niente. Non ti farai mica sconfiggere da uno specchio?

Uh, okay. Che idea malsana. Sono un po’ a disagio.

Lo so, se vuoi smettiamo. Ma…

Va bene continua, risolviamo i nostri problemi ma facciamo presto.

Guardati, non guardare intorno.  La regola è una sola tu devi sempre guardare davanti. Devi sempre guardarti. Okay?

Okay.

Hai dei capelli bellissimi.

Oggi poi sono fantastici… Oddio non so se ce la faccio.

La seconda regola è che non devi commentare ciò che dico io.

Cioè devo stare zitta?

No, solo non devi fare come fai di solito: mettere in discussione ogni virgola di ciò che ti viene detto. Accetti e basta la mia verità. Guarda lo specchio!

Che strano principio dialogico.

Ci risiamo. Allora!

Okay, la smetto, ma finiamo presto.

Mi piaci con i capelli raccolti.

Anche tu mi piaci. Mi piace il fatto che tu sia moro.

Mi piace il fatto che tu arrossisca.

A me no.

 

Mi piace il fatto che tu abbia un po’ di capelli bianchi.

Hai le orecchie a sventola.

Uh, credo che non mi faccia bene questa cosa.

Perché?

Non mi piacciono le orecchie a sventola, e non vorrei vedermi con le orecchie a sventola e meno che mai vorrei che gli altri mi vedessero con le orecchie a sventola.

Siamo qui apposta.

Ho capito ma… Uh!

Tu non hai le orecchie a sventola, ma le tue sono enormi.

I tuoi zigomi sono bellissimi.

Mi piace la forma della tua barba e anche il fatto che tu abbia una barba.

Il tuo neo è bellissimo.

Le tue labbra sono bellissime.

Hai gli occhi a cerbiatto, sono tenerissimi.

Il tuo sguardo mi terrorizza.

Perché?

Ho la sensazione che tu mi stia guardando dentro.

Il tuo sguardo mi penetra, ma non mi fa paura.

Perché?

Non lo so.  I tuoi denti sono bellissimi.

Sei sempre a disagio?

Un po’ meno.

I tuoi denti sono bellissimi. Io desidero  i tuoi denti.

Mi piacciono le tue sopracciglia, e anche i tuoi capelli, e anche le tue ciglia. Mi piacciono anche le tue braccia.

Mi piace che tu ancora arrossisca. Voglio baciarti.

Anche io voglio baciarti.

Perché?

Perché mi piaci. Tu perché?

Perché credo di amarti.

Perché?

Non stai rispettando la regola numero due. Devi accettare le mie verità.

E’ una verità?

Lo è.

Io non so se ti amo.

Lo so.

Mi odi?

Ti amo.

Perché io non so se ti amo?

Perché forse non mi ami e non vorresti che fosse così, oppure hai paura di amarmi, oppure… guarda lo specchio.

Non lo so, ma ci penso spesso. Non so cos’è l’amore. Come faccio a dire se ti amo o no? Tu come fai a dirlo?

Mi viene spontaneo.

Dovrebbe venire spontaneo anche a me?

Credo di sì.

Non mi viene spontaneo.

Perché stiamo insieme?

Non lo so.

Perché stiamo insieme?

Non lo so.

Perché stiamo insieme? Guardami.

Penso che forse potrei amarti. Io ti voglio bene, passo volentieri il mio tempo con te, parlo volentieri con te, riesco a stare qui con te davanti a uno specchio.  Penso che potrei amarti.

Non credo che mi basti.

Lo capisco.

Perché io ti amo?

Perché tu mi ami?

Perché è un fatto. Un fatto e basta. Mi è successo di amarti.

Quando l’hai capito?

Quando ti ho vista.

Eh?

Quando ti ho vista davvero.  Ti ho amata, è stato un fatto. E’ successo.

Perché siamo qui?

Perché abbiamo un problema.

Potevamo parlarne da un’altra parte.

Volevo che tu ti guardassi.

Perché?

Perché avevo bisogno della tua sincerità.

Pensi che non sia sincera con te?

No, non mi preoccupa la tua sincerità nei miei confronti, mi preoccupano le bugie che  ti racconti.

Quali?

Che non sai perché stiamo insieme.

Pensi che io lo sappia?

Penso di sì.

E quale pensi che sia il motivo?

Che tu non hai il coraggio di dirti che non mi ami. Non “non so se ti amo”,  ma io non ti amo. Io sto con te perché tu mi piaci, perché mi piacciono le tue labbra, il tuo sguardo che mi penetra, ma non mi fa paura, il tuo sorriso che mi è famigliare, le tue braccia, il tuo corpo. Io sto con te perché so che tu mi ami. Solo perché so che tu mi ami. Questa è la verità.

Non penso che questa cosa ci abbia fatto bene.

Ora sappiamo.

Guardami.

Che facciamo?

Non so, io ti amo, non posso fare altro, sei tu che devi fare.

Penso che piangerò. Non mi sono mai vista piangere. Piangerò.

 

Amori viziati

Tutte le mattine scendeva dal treno e faceva a gara con gli altri pendolari a chi percorreva il sottopasso della stazione più rapidamente. Solo che l’unico a sapere che c’era una gara era lui. Era una vittoria facile, ma significativa, gli faceva iniziare bene la giornata, lo faceva stare bene, lo metteva di buon umore come sanno fare le piccole conquiste quotidiane. Tutti hanno bisogno di piccole vittorie. Tutti hanno bisogno di un po’ di più. Più rapido. Più bravo. Più atletico. Più. Cercava di guadagnarsi il suo più. Per sentirsi più.

Quella mattina durante la sua folle corsa la sua attenzione per un momento si rivolse a qualcosa di diverso dal coordinamento dei suoi arti inferiori. E’ strano perché erano dieci anni che faceva esattamente la stessa strada, nelle stesse dinamiche, erano dieci anni che percorreva velocemente il sottopassaggio ma mai niente l’aveva colpito. Era il momento giusto. La vide.

Nei sottopassaggi ferroviari ci sono un sacco di cose. Ci sono persone, mendicanti, che sono sempre persone ma un po’ diverse, ci sono negozi, dentro i negozi ci sono i commessi, i vestiti, le tazzine, i dischi, il basso dei Beatles in miniatura, i manichini, le scarpe, i lacci, i telefoni, le scale, le scale mobili, i bar, i wafer, il pavimento antiscivolo, pseudo fontane etc.etc.  Soprattutto nei sottopassaggi come in tutti gli altri posti popolati c’è storia, c’è vita. C’era tanta vita, ma lui non se era mai accorto. Non aveva mai voluto vedere, forse non aveva mai potuto. Che senso ha guardarsi intorno quando si ha una meta? Quando si deve correre? Quando si deve cercare di vestirsi di più? Che senso ha guardarsi intorno?

Lei era bella, cavolo se era bella. Era perfetta. Lineamenti dolcemente perfetti, magra, bionda, occhi celesti, occhi cerulei, occhi fantastici. Alta, portamento signorile aveva delle pose estremamente eleganti, tali da lasciarlo senza fiato. La sua pelle chiara era purezza. Ne fu sconvolto.  Più di tutto lo colpì lo sguardo, era strano. Sembrava perso. Fissava il nulla. Si fermò per guardarla, per osservarla meglio. Non poté fare a meno di innamorarsi, era il momento giusto. Il negozio non era ancora aperto. I negozi aprono sempre troppo tardi, ma lei era già lì, la poteva vedere. Era in vetrina. Guardava tutta quella vita passarle davanti, leggeva le storie di tutti, le oltrepassava; era forse questo il motivo per cui il suo sguardo pareva così perso, troppa vita, troppa gente,troppa storia, oppure non aveva una meta, forse si era persa anche lei non solo il suo sguardo. Jeans: 99,59€, maglia: 49,90€, cappotto: 139,90€, stivali 89,90€, sciarpa 19,90€, cappello: 19,90€. Studiò quei prezzi, studiò anche lei, senza che lei mostrasse una minima reazione di fronte a tutto quell’impegno e dedizione. Era abituata a farsi osservare. Lui era come tutti gli altri. Con il suo sguardo perso lo trapassò.

Perse la sua gara quel giorno e nei giorni a venire. Al suo ritorno dal lavoro il negozio era già chiuso. Ritenne di avere degli orari terribili (i negozi chiudono sempre troppo presto, oppure si inizia a lavorare troppo presto e si smette di farlo troppo tardi, non era colpa dei negozi) si consolò alla magnifica idea che lo raggiunse all’improvviso: fotografarla, farle tante foto per poterla avere sempre con sé. L’indomani macchina fotografica alla mano si presentò davanti al negozio, le fece una foto, gliene fece un’altra e un’altra ancora, lei al solito non si accorse di nulla, o fece finta. Amò quella sua indifferenza, lo faceva un po’ soffrire, ma come spesso accade amò la causa della propria sofferenza, la amò. La amò terribilmente. A tal punto da pensarla continuamente. Da sognarla sempre. Solo lei. Da iscriversi in palestra per esserne degno. Da leggersi una marea di libri perché immaginava che a lei piacesse leggere, a tal punto da comprarsi un paio di occhiali, per rendersi più affascinante, da farsi crescere la barba per rendersi più misterioso, la amò a tal punto da dare di nuovo un senso alla sua vita.

Aveva riempito la sua abitazione con  le foto di lei. Si svegliava la mattina e la guardava, abbracciava il cuscino con la sua foto, la baciava. In bagno c’era una sua foto. Ovunque c’era una sua foto, solo in ufficio non c’era, lì si vergognava troppo, non era un posto degno. Aveva trasformata la casa in una specie di santuario e non ci faceva più entrare nessuno. Doveva essere un luogo ove celebrare la sua bellezza, e quella bellezza non poteva essere profanata da nessuno.  Le scriveva poesie e lettere che non le avrebbe letto mai. Le scriveva del suo amore, di quanto si ritenesse indegno per quella bellezza, di quanto  non la meritasse affatto, e di quanto avrebbe voluto essere un’altra cosa per poterne essere all’altezza. Piangeva perché non era poeta, genio, attore, pornodivo, angelo, Dio. Piangeva perché sapeva che lei non avrebbe mai potuto amarlo. Lei si meritava l’eccellenza e nonostante tutti i suoi sforzi, le palestre, i libri letti, le poesie scritte lui restava una persona mediocre salvato un giorno di pioggia  da quel suo sguardo così perso, ma sempre una persona mediocre. L’amava con tutto il furore di cui disponeva la sua anima, e non sapeva nemmeno il suo nome.

Decise che la doveva avere. Decise che si meritava la felicità, e che la sua felicità era lei. Decise che era giunto il momento che lei sapesse. Le scrisse una lettera e la lasciò alla porta del negozio. Il giorno dopo le scrisse un’altra lettera, e il giorno dopo ancora un’altra, e un’altra ancora. Lei non rispondeva. Lei lo oltrepassava col suo sguardo e basta, mai un gesto mai un sorriso. Pensò ai fiori. Tutti i giorni per due mesi le lasciò una rosa davanti all’entrata del negozio. Lei non lo guardava, era lì ma non lo guardava,lo oltrepassava come sempre. Si vedeva sempre più piccolo, sempre più strisciante, sempre più ridicolo poggiarle i fiori, guardarla con immenso amore e andarsene e lei che non diceva mai nulla, lei che non lo guardava, lei che lo oltrepassava.

Fino a quando un giorno non la vide più. Immaginati una mitragliata, immaginatela dritta al cuore, immaginati di sanguinare e non riuscire a fermare il proprio sangue. Immaginati un dolore così forte da non farti respirare, immaginati un dolore così forte da toglierti il desiderio di respirare. Immaginati un uomo che lentamente agonizza e muore. Prese ferie. Doveva sapere, non poteva non vederla più. Doveva sapere cosa le era successo.

-Buongiorno, posso aiutarla?

Andò a cercare i vestiti che aveva indossato la prima volta che l’aveva vista. Riconobbe il cappello: 19,90€ lo comprò. Riconobbe la sciarpa:19,90€ la comprò. Riconobbe il cappotto lo comprò. I jeans: 99,59€ li comprò.  La maglia: 49,90€ la comprò. Solo gli stivali non c’erano. Ne soffrì. La commessa lo guardava perplessa.

-E’ per sua moglie?

-Non ho una moglie.

-Ah per la sua fidanzata? Sua sorella?

-E’ per me.

La commessa lo guardò con aria ancora più perplessa pensò alle stravaganze del suo tempo e sorridendo maternamente gli comunicò che probabilmente il cappotto era troppo piccolo, e forse anche la maglia, un po’ tutto a parte la sciarpa.

-Dov’è?

-Chi?

-Lei.

-Lei chi?

-La ragazza bionda che era sempre qui, proprio qui in vetrina.

-Ahahahah. Abbiamo dovuto sostituirla. Era ridotta un po’ male.

Il sangue salì al cervello con rapidità, tentò di mantenere la calma.

-E ora dov’è?

-Che domanda è?

-D-oooooooooo-v-eeeeeeee è?

-Non lo so.

-Voglio parlare con il suo principale.

-Come vuole.

Comunicò al suo capo che un individuo un po’ strano, un po’ pazzo, ma che aveva comprato un sacco di cose chiedeva della “ragazza bionda” in vetrina. Lui fece la faccia da uomo di mondo che non si stupisce più di nulla e tentò di sbrigare la faccenda in pochi secondi.

-Eccoci, buongiorno. Mi dica.

-Voglio sapere dove avete messo la ragazza bionda che era in vetrina.

-“La ragazza bionda” ora è in magazzino.

-Posso vederla?

-Mi scusi, perché?

-Perché la amo.

-Ah! Sono un romanticone. Mi segua pure.

Lo portò in magazzino. Lei era nuda, al freddo. La vide, la coprì con il suo corpo, la abbracciò forte. La strinse di nuovo a sé. Cosa ti hanno fatto? Guarda cosa ti hanno fatto.

-Perché le avete fatto questo? Perché? Io la amo.

L’uomo assisteva alla scena sempre con la stessa espressione da uomo di mondo che non si stupisce di nulla.

-Sa, come può vedere non è proprio ben messa. Invecchiamo tutti, è invecchiata anche “la ragazza bionda”, l’abbiamo dovuta sostituire. Le giovani generazioni premono. Questo non è un lavoro per vecchi. Ahahaha.

-Cosa ti hanno fatto?

Lei continuava ad oltrepassarlo, non aveva pietà nemmeno in quel momento lo oltrepassava e basta. Lui la abbracciava forte e lei non reagiva, passiva come sempre sotto quel caldo abbraccio, passiva, incapace di capire tale amore, incapace di amarlo. Ma cosa importava? Iniziò a vestirla. Le fece indossare i jeans: 99,59€, la maglia: 49,90€, il cappotto: 139,90€, sciarpa 19,90€, il cappello: 19,90€. Era una scena commuovente, commuovente a tal punto da suscitare qualcosa anche nel uomo di mondo che sembrò cambiare espressione per un nanosecondo.

-Non ho trovato gli stivali, ma tanto non ti preoccupare, ti porto io, non ti faccio toccare terra. Ti porto io. Ti ho mandato così tante lettere… Così tante rose…

-Ah, erano per lei le lettere?

-Io la porto via.

-Eh no.

-Ho detto che la porto via.

-Non può portarla via.

-Quanto vuole?

-300€.

-Avrà i suoi 300€.

-Laura, le rose non erano per te tesoro. Erano per la “ragazza bionda” il signore paga con carta di credito, aggiungi anche 300€.

Pagò e se ne andò con il suo amore impossibile in braccio, avvinghiato a lei che lo oltrepassava come sempre.

( -Il cliente ideale.

-Non gli costava meno andare a troie? )

La portò nel suo santuario. La portò nella loro casa. Aprì il portone. Sul muro.

Loro credono di amare in maniera diversa. Loro credono di amare in maniera diversa.Loro credono di amare in maniera diversa. Loro credono di amare in maniera diversa.Loro credono di amare in maniera diversa.Loro amano come me.Loro amano un manichino come me.

 

Masse

‘Il mare è pericoloso. E’ pericoloso soprattutto per chi sa nuotare. Chi sa nuotare affoga, gli altri restano a riva e non annegano. Non andare mai troppo lontano. Ti voglio vedere sempre, se inizi a non toccare devi immediatamente tornare indietro,  quando io faccio un cenno tu esci fuori dall’acqua. Non voglio mettermi a sbraitare e urlare, io faccio un cenno tu esci. Okay?’
‘Pensi che io sappia nuotare, babbo?’
‘Credo che tu possa imparare.’
‘E quando imparerò affogherò come quelli che sanno nuotare?’
‘No, sei sarai abbastanza furbo, e capirai fin dove puoi andare.’
‘Tu perché non sei mai annegato babbo?’
‘Una volta ho rischiato.’
‘Cosa è successo?’
‘Ero stupido e non molto furbo, mi sono buttato da quella scogliera là? La vedi? Quella sì. Avevo qualche anno più di te. Ecco, mi sono buttato da lì e ho rischiato di annegare.’
‘E poi?’
‘Poi sono risalito, e ho ricominciato a respirare.’
‘Come era quel respiro?’
‘Uno dei più belli della mia vita.’
‘Che aveva di diverso? E’ sempre ossigeno.’
‘Sì, ma è diverso.’
‘Penso che non voglio imparare a nuotare.’
‘Devi invece.’
‘Perché?’
‘Cosa fai se sei in barca e quella inizia piano piano ad affondare? Che fai? Devi metterti a nuotare. Ti devi salvare.’
‘Penso che potrei non salire mai in una barca.’
‘Allora a cosa servirebbe il mare?’
‘Per fare morire le persone che sanno nuotare.’
‘Ma io so nuotare e non sono morto, basta essere attenti, sapere quali sono le proprie capacità, conoscere le proprie forze.’
‘Come si fa a conoscere le proprie forze?’
‘Tu riesci a sollevarmi?’
‘Certo.’
‘Prova. Non ci riesci. Hai visto? Ora sai che non puoi sollevarmi. Io riesco a sollevarti?’
‘Tu sì. Tu riesci a sollevare tutto, il mare, la terra. Anche quel palazzo lì. Ci riesci?’
‘No. Riesco a sollevare al massimo centoventi chili.’
‘Fico quattro me.’
‘Quattro te.’
‘Quindi per sapere fino dove posso arrivare devo prima provare e se prima devo provare allora devo annegare. Babbo, mi sa che non voglio nuotare.’
‘No.’
‘Quanto pesa quel palazzo?’
‘Non l’ho progettato, io non lo so.’
‘Perché non lo sai?’
‘Ci sono cose che non si possono sapere, ma si possono sempre scoprire.’
‘Scopri, per favore, quanto pesa quel palazzo?’
‘Sì, certo. Dopo, quando torniamo, a casa chiamo l’ingegnere che l’ha costruito e glielo chiedo.’
‘Sì, grazie. E’ importante.’
‘Perché?’
‘Voglio allenarmi per sollevarlo. Però prima devo sapere il suo peso. Giusto?’
‘Giustissimo. Puoi sempre però sollevare la terra, e anche il mare.’
‘Uh! Come?’
‘Guarda.’

Con il pugno raccoglie un po’ di sabbia.

‘Fico. Questo lo posso fare anch’io. Sto sollevando la terra. Sto sollevando la terra. Quanto pesa la terra babbo?’
‘Tanto.’
‘Quanto?’
‘Seimila trilioni di tonnellate circa.’
‘Quanti me sono?’
‘Duecentomila trilioni.’
‘Esistono così tanti me?’
‘Ne esistono di più.’
‘Perché non li incontro mai?’
‘Eh.  Perché non sai se riesci a sollevarmi.’
‘Cioè?’
‘Lasciamo perdere.’
‘Perché?’
‘E’ un discorso complicato.’
‘Spiegamelo. Dove sono tutti questi duecentomila trilioni di me?’
‘Dentro di te. ’
‘Forte. Dovrò dare un nome a tutti.’
‘Sarebbe carino.’
‘E perché io non li vedo?’
‘Li vedrai.’
‘Come? Quando?’
‘Basterà guardarti allo specchio.’
‘Tu li vedi?’
‘A volte.’
‘E come sono? Come si chiamano?’
‘Sono tanti. Non li ho dato un nome.’
‘Non sei stato carino. E cosa fanno?’
‘Passano il tempo a litigare tra di loro.’
‘Non è bello. Perché litigano? Non mi piace la gente che litiga, poi inizia a urlare. Non mi piacciono gli urli.’
‘No, non è bello.’
‘Sai perché litigano?’
‘No.’
‘Lo puoi scoprire.’
‘Potrei.’
‘Perché non lo scopri?’
‘È difficile.’
‘Forse litigano perché non li hai dato un nome.’
‘Può darsi.’
‘Darò un nome a tutti, babbo. Non voglio che litighino. Faccio bene?’
‘Fai bene.’
‘Babbo, sto pensando una cosa.’
‘Dimmi.’
‘Tu quanto pesi?’
‘Ottanta chili circa.’
‘Se tu pesi ottanta chili e dentro di te ci sono duecentomila trilioni di te allora babbo tu sei più pesante della terra. Babbo sei pesantissimo!’

 

I’m fine thanks.

Io la vedo nera.
Su via, non scherziamo.
Mah.
Cosa?
Hai visto che succede?
Che succede?
Cavolo, proteste ovunque.
Ah e allora? Hai paura?
Un po’.
Di che?

Silenzio.

Hai paura che ti investano le proteste?
Sono agorafobica, in effetti.
Ah! Che vuol dire?
Che non mi piacciono molto le folle.
Ah! E nei centri commerciali come fai?
Sudo. E poi a volte vomito.
Ah! Deve essere dura.
Un po’.
Io non sono agorafobica. E non la vedo poi così buia.
Come fai?
Fo.
Okay fai.

Silenzio.

Sono convinta che andrà tutto bene. Tutto. Io mi laureerò. Troverò un lavoro fighissimo. Viaggerò un sacco. Dormirò poco, ma è una cosa che posso sopportare. Io e il mio ragazzo ci sposeremo. Avremo un bambino bellissimo che assomiglierà a me. Lui si occuperà di cambiargli il pannolino. Lui stirerà. Io cucinerò. Avremo una casa bellissima. Una villetta in un posto abbastanza isolato ma non troppo. Nostro figlio si chiamerà Manuel. Non starò molto in maternità, perché  dovrò viaggiare e lavorare. Guadagnerò più di lui. Questo sarà bellissimo. Mi comprerò un sacco di creme antirughe, e andrò sempre in vacanza a Sharm el Sheik . Andrò in palestra, avrò un culo alla brasiliana, mi comprerò anche le creme anticellulite. Potrò avere gli amanti che vorrò ma non lo tradirò mai. Lui andrà alle poste. Detesto andare alle poste.

A me piace andare alle poste.
Scusa, non ho capito… Non sarà mica un modo per dirmi che mi vuoi sposare?
No, no, non sei il mio tipo.  Ma le poste mi piacciono.
Perché?
Mi piacciono le lettere.
Ah e ti piacciono anche le bollette?
Non molto.
A me non piacciono le multe. Ne ho prese due solo ieri.
Nemmeno a me piacciono le multe. Perché?
Perché pare che qualcuno abbia deciso dove posso e dove non posso parcheggiare. Non lo trovi odioso? Un’ingerenza delle istituzioni sulla vita dei cittadini. Poi perché esistono i parcheggi a pagamento? Ma che vuol dire?  Se io non ho soldi devo continuare ad andare per inerzia. Devo pagare per potere lasciare la macchina in un posto? Incredibile, non ho mai capito perché. Tra un po’ anche la tassa sull’ossigeno. E poi una sull’azoto, e un’altra sull’anidride carbonica e sul monossido di carbonio.
Monossido è una parola che mi piace. Mi piace anche ossido di zolfo.
Lo zolfo puzza.

Silenzio.

Anche tu protesti.
Protesto sì. Questi imbecilli! Ottanta euro di multe in una giornata… Vaffanculovai!
Hai ragione.
Tu non protesti?
Non più.
Perché?
Mi vergogno.
Eh? Ti vergogni e di che?
Non so, mi vergogno e basta.
Penso di non capire mai quello che dici.

Silenzio.

Di cosa ti vergogni? Se uno ti fa un torto, tu ti arrabbi, e protesti. E’ normale. E’ lecito. E’ giusto. Tu non ti arrabbi?
Non più.
Perché?
Non so, non mi arrabbio e basta.
Allora per forza non protesti.
Già.
Non è normale che uno non si arrabbi.  Sei Gandhi?
Non penso.
Allora non ci credo che non ti arrabbi.
TI dico di no.

Silenzio.

Sei rassegnata?
Forse.
Sei rassegnata. Perché? Cosa ti ha fatto rassegnare?
La vergogna.
Eh?
La vergogna.
Spiegati…

Silenzio.

Mi è preso come uno strano senso di impotenza. Gli impotenti si vergognano.
Hai problemi sessuali?
No.
Il mio ginecologo è bravissimo.
No.
Che ne sai?
No: non mi interessa il tuo ginecologo.
Ah, sarà bene perché è bravo davvero, forse ti serve un sessuologo.
Non ho problemi sessuali.
Menomale.

Silenzio.

Cosa faremo?

Te l’ho detto. Te lo ripeto: Io mi laureerò. Troverò un lavoro fighissimo. Viaggerò un sacco. Dormirò poco, ma è una cosa che posso sopportare. Io e il mio ragazzo ci sposeremo. Avremo un bambino bellissimo che assomiglierà a me. Nei primi anni di vita della creatura lui si occuperà di cambiargli il pannolino. Lui stirerà. Io cucinerò. Avremo una casa bellissima. Una villetta abbastanza isolata ma non troppo. Nostro figlio si chiamerà Manuel. Non starò molto in maternità, perché  dovrò viaggiare e lavorare. Guadagnerò più di lui. Questo sarà bellissimo. Mi comprerò un sacco di creme antirughe, e andrò sempre in vacanza a Sharm el Sheik . Andrò in palestra, avrò un culo alla brasiliana, mi comprerò le creme anticellulite. Potrò avere gli amanti che vorrò, ma non lo tradirò mai. Lui andrà alle poste. Odio andare alle poste. Alle poste ti incontrerà e tu gli chiederai come sto io e come sta Manuel. Lui ti dirà tutto bene e vi saluterete. Poi tu andrai non so dove con non so chi e non so se ti comprerai le creme antirughe. Non credo le vendano alle poste.

Silenzio

Mi suiciderei.
Te l’ho detto che le poste sono odiose.

Silenzio.

Io vedo nero.
Togliti il burqa.
Non ho il burqa.
Non mi pare. Se uno vede nero o ha il burqa o ha gli occhiali da sole e non c’è il sole.
Oppure è buio.
Ci sono le torce.
Amo le torce.
Trovati una torcia.
Ne ho una a casa, è grossa e nera.
Direi una cosa.
Non la dire.
Non la dico.
Grazie.
Sei veramente una puritana.
Un po’.
Anzi sei l’emblema della purezza.
Non credo.
Lo decido io.
Okay.
Penso che andrà tutto bene. Lo penso davvero.
Lo spero.

Silenzio.

Cosa ti costa crederci davvero?

E’ che non ci riesco. Guardati intorno: striscioni, proteste, megafoni, cartelloni, gente che urla, gente che sale sui tetti, sulle gru. In alto sempre più in alto. Come a volere fuggire, come a volere non essere qui, non essere terra, come a volere scappare da questo peso insostenibile. Mi sembra un po’ il tentativo finale di chi si accorge del baratro e tenta invano di volare, siccome volare è impossibile allora prova a salire. Sale. Sale ancora. E ancora. E nessuno lo ascolta. Nessuno lo vede. In solitaria, abbandonato, a patire il freddo.

Tu lo ascolti.
Io non conto nulla.
Questo è vero. Potresti salire con loro.
Soffro di vertigini. Vomiterei in testa a tutti. E ho scelto le scarpe troppo pesanti. E poi a cosa servirebbe?
Che schifo! Boh, avresti fatto qualcosa e non romperesti le palle a me per esempio. Le tue scarpe sono gialle e faresti un favore all’umanità se te ne mettessi delle altre.
Chissà quante scarpe indossa mediamente un uomo? Non cedo al ricatto del fare per forza qualcosa.
Ventidue. Tu non cedi mai a niente.
Come fai a saperlo?
Che non cedi a niente?
No, cioè anche, ma come fai a sapere che sono ventidue le scarpe che mediamente indossa un uomo?
Non lo so infatti, ma ventidue è un numero carino.
Ah!

Silenzio.

Cosa ti dà fastidio di preciso? Non capisco. Chi sale sui tetti? Chi non ci sale? Chi protesta? Chi non protesta? Gli striscioni? Berlusconi? Cosa ti dà fastidio?

La vergogna.

Silenzio.

Penso che tu abbia bisogno di un caffè.

Noi stiamo pagando le loro colpe.
Noi siamo la generazione sacrificata.
Noi non avremo un lavoro.
Noi non avremo una pensione.
Noi non abbiamo un futuro.
Noi non abbiamo niente.
Noi non possiamo sognare.
Noi abbiamo i Cococo.
Noi abbiamo i Cocopro.
Noi non potremo avere una nostra famiglia.
Noi non possiamo pensare di avere una casa.
Noi non abbiamo niente.
Noi non avremo niente.
Noi  non abbiamo un futuro.
Noi avremo un futuro nero.
Noi non siamo niente.
Noi non.
Noi non.
Noi non.

Silenzio.

Uh, andrà tutto bene.
Come lo sai?
Lo so.
Lo sai.

Atto di dolore.

A testa bassa.
Imputata.
Non vedo niente.
Prostrata e sacrificata.
Non sento niente.
Non esisto.
Non esisto.

Oppressa e opprimente.
Dolente e dolorosa.
Angosciata e angosciante.
Misuro i miei fallimenti.
Provo a dimenticare.
Non dimentico.
Mi assillano.
Mi scuotono.
Mi schiacciano.
Le mie parole.
I miei pensieri.
Le mie omissioni.
Pugno chiuso.
Batto il petto.
Tre volte.

Mia colpa.

Mia colpa.

Mia colpa.

Esisto.
Esisto eccome.
Esisto.
E sono una persona orribile.

Rea confessa.
Pugno chiuso.
Batto il petto.
Più forte.

Mia colpa.

Mia colpa.

Mia colpa.

E più forte ancora.

Mia colpa.

Mia colpa.

Mia colpa.