Sadici rifiuti

E’ che il refrain di questa canzone, un po’ tutta questa canzone, è un pugno all’altezza dello sterno. Mi blocca il respiro, mi fa male come fanno male i pugni e mi fa lacrimare come fanno lacrimare le pugnalate.

“Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità….”

Dico ah.

Palo. Non lo vedo. Continuo a camminare. Continuo a leggere. Continuo a infastidire altri pellegrini con il mio corpo che li colpisce impudicamente come fossero birilli. Penso che sono una palla. Penso che questo non è bello. Palo. E’ vicino. Non lo vedo. E pensare che oggi dopo secoli ho rimesso gli occhiali. La mia fronte e la superficie fredda del palo entrano in contatto. Imprimo una forza impulsiva. Urto. Dono al palo un po’ del mio calore. Torno indietro. Dico ah. Mi guardo intorno. Penso di non vederci. Non c’è nessuno. Menomale. Un simpatico bernoccolo cresce sulla mia fronte. Mi domando perché vengano i bernoccoli. Mi dico che ci sarà una risposta su yahoo answer, mi rassicura e vado avanti. Cammino. Leggo. Cammino. Leggo. Sole. Picchia. Mi dico che il sole bacia i belli. Mi sento. Dico che i meteorologi non ci hanno capito niente. Come si fa a prevedere il tempo. Credo in Paolo Fox, non credo ai meteorologi. Mi chiedo come si diventi un meteorologo. E un astrologo? Penso che mi piacciono le parole che finiscono in logo. Penso a che tipo di logo potrei diventare. Continuo a leggere. Jonfen parla d’amore. Mi distrugge. Dico ah. No, non proprio. Mi colpisce la sua idea di amore. Parla di amore e regole. Di qualcosa e di niente. Di confini e limiti. Io non capisco. Loro fanno all’amore. Penso che potrei diventare homologo che è così terribilmente simile a omologo che potrei diventarlo davvero. Ginocchia poco stabili. Scarso senso dell’equilibrio. Sole accecante. Cado buffamente. Dico ah. Cado lateralmente. Dico ah. Mi fa male la caviglia. Dico ah ah. Real Madrid o Barcellona? Non so.Divento sorda. Leggo. Al Real gioca Mezut. Tiferò Real. Perché devo tifare per forza? Che senso ha guardare una partita se non si tifa per qualcuno? Penso che essermi appesantita i piedi non mi ha reso stabile. Al Real gioca Mezut. Guardiola o Mourinho? Non so. Al Real gioca Mezut. Leggo. Cammino. Attraversare la strada. Sono sorda. Mi tocca guardare. Ambulanza. Punto rossa. Taxi. Io.

Scale. Ascensore. Mi fanno paura gli ascensori. Penso che le cose che mi fanno paura mi fanno vomitare. Dico ah. Terzo piano. Mi siedo. Accendo il computer. Bernoccolo. Bernoccolo. Dico ah. Perché si forma il bernoccolo. Accenditi. Accenditi. Accenditi dai. Veloce. Password.***********. Google chrome. Immettere numero matricola. 44… E’ figo che il computer si ricordi il mio numero di matricola, io devo solo digitare l’orrido numero 4. Password. *********. Bernoccolo. Yahoo answer. Lo sapevo.

Tutankam. Che razza di nome è Tutankam? So chi è Tuntakamon. Chi era Tuntakamon?  Dopo. Lo scopro dopo. Bernoccolo. Tutankam scrive.  “Perché i vasi sanguigni subito sotto si rompono versando sangue. Se il sangue si diffonde tra i tessuti si verifica l’ecchimosi, se si accumula in maniera circoscritta si ha l’ematoma. In particolare se l’urto avviene in una parte del corpo in cui la pelle è vicina alle ossa, l’accumulo di sangue può sporgere e creare un rigonfiamento: ecco spiegato il bernoccolo.” Dico ah. Tutankam deve essere un dottore. Deve essere un logo. Anche io vorrei essere un logo, ma sarò un omologo.

Ciao sono Andrea. Mi posso sedere qui? E’ occupato? Dico no. Ma guarda che io parlo molto. Dico ah. Ma parlo piano. Dico ah. Ripeto in realtà, non parlo. Dico ah. Domani ho un esame. Dico oh. L’esame di Analisi. Dico uh. Tu l’hai dato? Dico sì. Solo io non l’ho dato. Dico eh. Insomma posso? Dico sì. Se ti do fastidio me lo dici. Me lo dici? Dico ah. Perché se io prendo questa serie e devo controllare la convergenza per vedere se. Così ti disturbo? Dico no. Sei sicura? Dico sì. Strano, di solito la gente si alza e se ne va. Dico ah.  Se vuoi abbasso il volume. Dico no. Allora per vedere se la serie è convergente, ma tu quanto hai preso a Analisi? Dico non mi ricordo. Non ci credo, tu hai preso trenta e non me lo vuoi dire per pietà, io ho provato a darlo dieci volte. Dico ah. Ti do fastidio? Vuoi studiare? Dico sì. Scusa. Dico eh. Cosa hai fatto alla testa? Dico niente. Sto aspettando la mia ragazza, sono un po’ agitato. Dico la tua ragazza ti agita? No, lei no. Non lo so forse sì, ma no lei no. Sono agitato per colpa di questo esame. Dico ah. Dico andrà bene. Non arriva. Arriverà? Dico sì arriverà. Arriverà. Ora sto zitto, tu studi roba seria, io sono ancora a studiare analisi. Dico ah ah. Mi dai un bacino? Dice no Andrea qui no. Dai, un bacino sono agitato. Dice no Andrea dai. Ci guardano tutti. Ma noi siamo fidanzati ci possiamo dare i bacini, no? Dice sì, ma non qui. Ti diamo fastidio? Dico no. Dice basta. Okay basta studiamo, ma dammelo un bacino. Bacino. Bacino. Bacino. Ti diamo fastidio? Dico no. Bacino. Bacino. Bacino. Dico regole, qualcosa, niente. Ti diamo fastidio? Dico no. Dice scusaci, andiamo via. Dico ah. Ce la farò? Dico ce la farai. Dice ce la farai. Prende il cellulare. Lui chi è? Dice Andrea, dai, non mi prendere il cellulare. Dice Andrea dammi il cellulare. Lui chi è? Dice Andrea smettila, dammi il cellulare. Mi dice chi è questo, perché ti manda i messaggi? Dice Andrea mi fai arrabbiare, dammi il cellulare. Chi è? Tossisco. Scusa ti diamo fastidio? Dico no, no. Dice Andrea dammi il cellulare. Tu dimmi chi è? Dice Andrea basta.

Dice io vado, tu continua a fare il cretino. Non andare. Dice sì invece, non è possibile. E’ andata via? Dico eh. E’ andata via? Sorrido con pietas. Dico sì. Che ho fatto? Dico non è bello non fidarsi. Ma io ho letto che le donne hanno bisogno anche di queste cose per sentirsi amate. Io la amo. Glielo voglio dire. Io le do i bacini. Lei si arrabbia. Io le dico ti amo. Lei guarda altrove. E’ un errore amare? E’ un errore dirlo? Io non voglio che trovi qualcun altro meglio di me. E’ facile trovare qualcuno meglio di me. Domani do analisi per l’undicesima volta. Tutto è meglio di me. Tu pensi che lei mi ami? Dico non so. Non lo so nemmeno io. Forse non mi ama. Dico tu la ami? Sì, credo di sì. Dico come fai a dirlo? Lo dico. Dico come fai a saperlo? Lo so. Dico ah. Dico ma tu tiferai Real o Barça? Come? Dico stasera tifi Real o Barça? Che c’è di sbagliato nel prendere il cellulare? Dico beh al Real gioca Mezut. Io Francesca la amo. Dico perché? Perché noi ci conosciamo da una vita. Dico ah. Lei è la mia vita. Dico ah. Non riesco a immaginarmi la giornata senza di lei. Dico ah. Lei per me è famiglia, capisci? Dico non so. Cioè lei scandisce i miei tempi. Lei è il mio tempo. Dico allora perché non ti fidi? Ho paura. Dico se sta con te vuol dire che vuole stare con te. No, tu mi stai parlando per pietà. Dico no. No tu sei qui con me, non ti sei alzata per pietà, io non ti faccio studiare, ma tu non ti alzi. Io non la faccio stare bene, lo so, e lei è un po’ come te, mi sta accanto per pietà. Dico e tu perché lasci che ciò accada, non ti senti offeso nel tuo amor proprio, nel tuo orgoglio, nella tua dignità? Non ce la farò mai. Ho bisogno di lei. Lei scandisce i miei tempi. Spero solo che lei mi voglia abbastanza bene da lasciarmi. Dico ah.

 

Stupidi tentativi di maiuscole scandite.

Tutti hanno un dizionario. Non proprio tutti, mi correggo. Alcuni, i peggiori, hanno un dizionario. Quelli che non capiscono il significato universale delle parole. Quelli che non capiscono le parole. Quelli che non capiscono. Io ho il mio.

Le parole mi sfuggono sempre, mi stordiscono, me ne innamoro, e non le capisco.
Apri tonda quadra.
Funziona sempre così ti innamori e smetti di capire. Apri tonda. Per evitare che qualcuno si tagli le vene aggiungo: ami e ritorni a capire. Dolci e tenere convinzioni. Chiudi tonda.
Chiudi quadra.

Le parole sulle quali mi sto costruendo un universo:
Apri tonda. L’ universo dal punto di vista termodinamico è un sistema isolato. Starò facendo bene? Ai posteri. Chiudi.

Parole:

C-O-N-C-R-E-T-E-Z-Z-A  vedi anche D-E-J-A-N.

D-O-R-M-I-R-E  vedi anche R-I-P-O-S-A-R-E , e per avere una visione più chiara vedi anche T-E-N-T-A-R-E-D-I-P-L-A-C-C-A-R-E-I-P-R-O-P-P-R-I-S-E-N-S-I-D-I-C-O-L-P-A

F-O-R-Z-A  vedi anche N-O-N-F-A-R-S-I-S-C-H-I-A-C-C-I-A-R-E-D-A-L-L-A-P-R-O-P-R-I-A-I-N-E-T-T-I-T-U-D-I-N-E vedi anche D-E-J-A-N

L-A-C-R-I-M-E vedi anche P-A-S-S-A-T-O-E-F-U-T-U-R-O, vedi anche T-E-N-T-A-R-E-D-I-P-L-A-C-C-A-R-E-I-P-R-O-P-P-R-I-S-E-N-S-I-D-I-C-O-L-P-A, vedi anche D-E-J-A-N

P-O-S-S-I-B-I-L-I-T-A’  vedi anche C-O-M-E-R-O-V-I-N-A-R-S-I-L-A-V-I-T-A,  vedi anche N-O-N-S-I-A-P-P-L-I-C-A, N-O-N-S-I-M-E-R-I-T-A, per maggiori informazioni il proverbio chiarisce tutto: C-H-I-H-A-I-L-P-A-N-E-N-O-N-H-A-I-D-E-N-T-I-C-H-I- H-A-I-D-E-N-T-I-N-O-N-H-A-I-L-P-A-N-E

P-R-E-S-E-N-T-E  il contrario di A-S-S-E-N-T-E, diverso da P-A-S-S-A-T-O-E-F-U-T-U-R-O vedi anche P-E-R-D-O-N-A-R-S-I, D-A-R-S-I-T-E-M-P-O vedi anche A-Z-I-O-N-E, vedi anche D-E-J-A-N

S-C-R-I-V-E-R-E vedi anche S-O-G-N-O, vedi anche S-A-L-E-R-N-O, vedi anche D-E-J-A-N

T-E-S-T-A-T-A vedi anche C-O-N-C-R-E-T-E-Z-Z-A,  D-O-R-M-I-R-E,  F-O-R-Z-A , L-A-C-R-I-M-E,  P-O-S-S-I-B-I-L-I-T-A’,  P-R-E-S-E-N-T-E,  S-C-R-I-V-E-R-E  vedi anche E-T-O’-O

A-M-O-R-E  vedi anche G-U-A-R-D-A-R-S-I-A-L-L-O-S-P-E-C-C-H-I-O, C-O-M-P-R-E-N-S-I-O-N-E, P-I-E-N-E-Z-Z-A, S-O-L-I-T-U-D-I-N-E ma soprattutto P-E-R-D-O-N-A-R-S-I

Più che scandisco e più che mi accorgo che:
Basterebbe amarsi.
Amarsi e basta.
Amarsi davvero.

Vedi anche coraggio (contrario di viltà).

Incontri marroni

-Che vuoi un po’ di marroni del Mugello?
-Oddio, in realtà no.
-Perché?
-Boh, credo che non mi vadano.
-Allora perché sei qui?
-Ho parcheggiato.
-Se tu parcheggi lì, la gente non vede la mia macchina con la scritta “Marroni del Mugello” e non si ferma.
-Uh, ha ragione. Mi sposto subito.
-Brava.

…..

-Perché non vuoi un po’ di marroni?
-Ma guarda, non mi vanno proprio.
-Stai aspettando qualcuno?
-Sì.
-E’ un uomo?
-No.
-Che attesa è?
-Non lo so. Sto aspettando e basta.
-E’ una donna?
-Sì.
-Allora, non è una vera attesa.
-E se io fossi lesbica?
-Allora potrebbe essere una vera attesa. Sei lesbica?
-No, non credo.
-Menomale.
-…
-Insomma i marroni non li vuoi?
-No.
-Però… esci dalla macchina facciamo due chiacchiere. Non ti mangio.
-Okay.
-Tu che fai?
-Aspetto. Tu?
-Mi riposo.
-Ti riposi vendendo marroni del Mugello?
-Sì.
-Beh, è rilassante. Hai ragione. Il fuoco rilassa.
-Il fuoco non rilassa. Il fuoco brucia, e brucia anche le castagne. E io mi riposo.
-Ah. E perché ti riposi?
-Ah. E perché tu aspetti?
-Prima tu.
-Perché sono stanco. Perché non ho più la forza di camminare. Perché non riesco a fare altro. Perché non ho nessuno per cui muovermi e questo mi stanca. Non sai quanto mi stanca. Tu hai un posto dove andare? Qualcuno verso cui camminare? Qualcuno che non ti faccia rimanere sul ciglio di una strada a vendere i marroni del Mugello? Ce l’hai tu? Hai tu qualcuno da aspettare? Qualcuno con cui camminare?

Pallido morte.

Vorrei essere anch’io impermeabile.
Vorrei essere come l’impermeabile giallo orrido di quella triste signora.
Vorrei proteggermi dalle intemperie.
Vorrei essermi particolarmente utile quando c’è vento.
Quando non ho un ombrello.
Non ho un riparo.
Vorrei essere giallo orrido come l’impermeabile della triste signora.

Ma sono color pallido morte.
In balia del vento e della pioggia.
E tutto tocca la mia cute.
E tutto l’attraversa.
E tutto la cambia.
E la macchia.
E la scuote.
La divora.

A niente trovo soluzione.
Affogo nei miei non lo so.
Nei miei non-progetti.
Nelle giornate che nascono senza senso.
E muoiono inerti.

Con indegno rispetto
Io non mi tocco.
Non mi difendo.
Non mi scopro.
Indifesa.
Sguarnita.
Impotente.

L’acqua mi macchia.
Erode le mie cellule.
Trasforma il mio corpo.
Scava il mio volto.

E con indegno rispetto
Io mi sciolgo.
Mi dissolvo.
Svanisco.

Describe the sky to me

Dice Tom Waits: “Describe the sky to me”.

Ci leggo:

Facciamo
Che parli tu.
Che guardi tu.
Che senti tu.

Quando io non riesco a farlo.
Quando io sono muto.
Cieco.
Sordo.

Penso:
E’ questo essere in due?
E’ questa la pienezza?

Leggo:

Descrivimi il cielo.
Descrivimi il bene.
Descrivimi il bello.

Quando io non lo percepisco
Tu Raccontami del cielo.

Penso:
E’ questo essere due?
Essere uno?
E’ questa la pienezza?

(Per chi non amasse la voce di Tom Waits eccone una versione diversa e degna:

Sorrisi di eccitazione. Qualcosa da raccontare. Indifferenza. E poca Pietas.

Sto lavorando. Sono concentrata, sto cercando di spiegare un concetto importante. Sento il suono delle ambulanze, ma non ci faccio caso. Continuo. L’ambulanza continua a farsi sentire, ma non ci faccio caso. Continuo. Vedi… la supernova… Butto uno sguardo fuori dalla finestra cercando di trovare le parole giuste per spiegarmi: traffico fermo. Sento l’ambulanza. Penso per un attimo a mia madre che sta sentendo lo stesso suono a qualche metro di distanza e allo sforzo che sta facendo su se stessa e sulla propria indole per non chiamarmi.

Irrompe nella stanza. Sorride. Sorrido di riflesso. Mi piacciono le persone che sorridono, me lo impongono.

“C’è tutta la strada bloccata.”

Sorride.

Sorrido di riflesso.

“Ah, ho visto sì. Come mai?”
“C’è stato un incidente.”

Sorride.

Sorrido anch’io di riflesso.
Incidente … Incidente.  Non è una bella parola incidente.
Penso.

“ Oh! Incidente? Grave? Si è fatto male qualcuno?”

Continua a sorridere.

Sorrido anch’io di riflesso.

“ Sì. Un ragazzo in motorino. Un ragazzo giovane.”
“Di che colore è il motorino nonno?”- dice.

Sorride.
Sorrido anch’io di riflesso.

“Ma che ne so amore, è quel ragazzo giovane, quello a cui è morto il babbo da poco. Avrà vent’anni… Che ne so?”

Sorride.

Sorrido anch’io.

“Ma chi? Quello biondo?”
“Sì, dai. C’è l’ambulanza, la Misericordia, la Croce Azzurra. Un macello. C’è una coda.”

Sorride.

Perché sorride? E perché sorrido anch’io di riflesso?
Penso.

“Ah Fabio?”- dico.
“Sì, mi sembra che si chiami così.”

Sorride, sorride ancora.

“Cavolo, Fabio lo conosco,  ha la mia età. Eravamo in classe insieme.”
“Va beh, io vado a sentire cosa dicono.”

Sorride.

Sorrido anch’io.

Complice.
Colpevole.

Esce.

Taccio.

“Okay, allora dicevamo … le supernove …”

L’ambulanza continua ad emettere luce blu e tristi suoni, ma non ci faccio caso.

“Le supernove …”

Il Pragma Palace, il sogno di ognuno

Entrai come tutte le mattine nel Pragma Palace, era il mio posto di lavoro, guadagnato con tanta fatica, e che con altrettanta difficoltà cercavo di mantenere. Pragma Palace sta per “Pragmatic Palace”, ovvero palazzo pragmatico, ed era proprio quella la caratteristica di quel posto: la concretezza. Nel Pragma Palace si poteva parlare solo di progetto, concretezza, realtà e simili. Era stata una faticosa conquista. Anni di studio e lavoro, cambiamenti e mutamenti, imposizioni, dolori e sofferenze per avere una scrivania. Ce l’avevo fatta, lacerata, ma ce l’aveva fatta.

Il Pragma Palace offre un sacco di possibilità ai suoi dipendenti, potevo scegliere in quale stanza lavorare. Piegata alle abitudini, e soprattutto piegata al mio essere una lavoratrice del Pragma Palace, lavoravo sempre nello stesso posto, alla stessa scrivania, nella stessa sedia. Avevo bisogno di un po’ di famigliarità in fondo. Quel giorno però, sarà stato il tempo particolarmente minaccioso, la paura di un’improvvisa  Apocalisse, sarà stato il caffè preso al bar dal sapore strano, o la nuova immagine intravista di sfuggita riflessa nello specchio del mio bagno, sarà stato tutto questo e molto altro, ma avevo voglia di cambiare stanza. Volevo scegliermi per una volta da quando ero stata assunta in quel posto la non-famigliarità, la non-abitudine. L’abitudine è deleteria, ma la non-abitudine quando diventa metro di giudizio può esserlo ancora di più. Tanto di più. Scelsi quindi la stanza cinque-sette-sei, del terzo piano. Non so bene perché, il numero era carino, la porta era blu, mi piacque.

La stanza era enorme. Le finestre erano enormi. Era illuminata in maniera particolare, tendeva ad accecare. Fuori pioveva e dalle finestre potevo vedere le gocce di acqua scorrere sul vetro, ma sembrava che dentro ci fosse una specie di sole artificiale. Ero spaventata, confusa e soprattutto sorpresa. Dopo un po’ la mia retina si abituò a quella luce e iniziai a distinguere gli oggetti e le persone che abitavano quel strano posto. Mi trovai all’improvviso con accanto dei giganti. Non scherzo, erano persone come me, due occhi, un naso, una bocca etc. solo che era grandissimi. Nel loro volto non c’era niente. Erano impersonali, ma terribilmente belli quei volti. Si assomigliavano molto gli uni agli altri, ed erano tutti uomini. Ognuno vestito a suo modo, ma c’era qualcosa che gli accomunava, non riuscii a capirlo, era troppo in un solo giorno. Alcuni erano seduti, altri in piedi fermi, altri camminavano nervosamente e altri ancora dormivano rumorosamente. Non mi sembrava che stessero lavorando, e questo mi terrorizzò ancora di più, al Pragma Palace tutti dovevano lavorare, tutti lavoravano. Loro cosa facevano? Chi erano? Avrei tanto voluto rivolgere loro la parola, domandare qualche spiegazione, ma c’era una barriera sonica e loro non mi ascoltavano, non mi potevano sentire, a dire il vero non credo nemmeno che mi vedessero. Troppo bassa, troppo piccola perché si accorgessero di me. Mentre confusa  e incredula stavo per uscire dalla stanza cinque-sette-sei, attribuendo tutte le colpe al caffè, forse me l’avevano corretto, intravidi una pesante e trasparente tenda blu. Non è stata certo la tenda ad attirare il mio sguardo, né il fatto che fosse blu, ma dietro, dietro alla tenda c’era una cosa bellissima, amorfa, lucente, non so come descriverla ma era la cosa che avevo desiderato da sempre non sapendolo, o non volendolo sapere. Era lì al Pragma Palace concreta, reale, dietro a una tenda a portata di mano, a pochi passi da me, tra me e i giganti. Dovevo solo raggiungere la tenda, sorpassarla e prendermela, farla mia. Adoro le cose mie. Iniziai a camminare piano-piano, come sa fare solo chi vuole veramente, con pazienza e costanza muovendomi tra tutti quei giganti che mi impedivano con il loro grosso corpo il passaggio. Non erano cattivi, quei corpi enormi, erano solo enormi, troppo più grandi di me, e non mi vedevano. Mi vennero addosso, mi fecero cadere, mi rialzai. Mi schiacciarono, mi rialzai. Volevo la tenda. Ci arrivai.

Oltre mi aspettava luminosa, bella, splendida, indescrivibile l’amorfa possibilità. Ci pensai su un altro po’. Volevo? Volevo davvero? Volevo. Volevo l’amorfo. Inalai un lungo intenso respiro e andai verso la tenda. Era enorme e pesantissima, era blu e non riuscii a venirne fuori, ma vedevo costantemente, oltre, a un passo da me l’amorfo. Penso che mi sia mancata l’aria, penso che sia svenuta, penso che il blu mi causi vertigini, penso che l’ultima cosa che ho visto è stato quello che ho sempre desiderato. L’amorfo. Penso che sia finita così o che finirà così.

Improvvise paure.

Come faremo noi
quando le borse sotto gli occhi e le rughe
si impossesseranno di noi
e non ci riconosceremo più?

Come faremo noi
quando le tue mani
non mi cercheranno più
e il tuo sorriso non mi parlerà?

Come faremo noi
quando le nostre bocche
non si incontreranno più
e i nostri corpi saranno estranei?

Come faremo noi
quando stanchi ci siederemo
e tu mi parlerai e io non ti capirò?

Come faremo noi
quando tu mi parlerai
e io non ti ascolterò?

Come ci ameremo noi?
Tu lo sai, come ci ameremo noi?

La Ruota Spezzata invecchia.

Signori, amici, compagni, democratici e liberali, socialisti e comunisti, fratelli e sorelle, topini tutti, i numeri e le date sono importantissimi. Io mi ricordo tutte le date importanti e non della mia vita, senza ricordarmi l’evento a esse associato, ma sono dettagli. Oggi questo misero blog spegne la sua prima candelina. Quale gioia per la mia creatura! Ecco “verificata l’umanità del numero”. (cit. post-it giallo)

Avevo tante cose da dire, ma lo sapete ho la memoria corta e non me le ricordo più, allora vi e mi faccio un augurio l’unica cosa che mi ronzava in testa oggi mentre tornavo a casa e guidavo senza occhiali e c’era la nebbia ed era buio e io non ci vedevo: Che i moti convettivi dell’Amore facciano sempre vibrare l’anima nostra e che l’Amore ci tramortisca tutti, ma ci tramortisca per davvero! Siamo pazzi! (Vuole essere un’esortazione.)

Svesto i toni da Apocalisse e ti ringrazio, oh Tu che stai leggendo, e ti abbraccio sinceramente, forse non lo sai ma hai reso la mia vita migliore.

Tanti cuoricini.

Grandina estasi

E’ che il mondo è così pieno ed è tutto così maledettamente interessante…

La terra mi sembra troppo poco grande per sorreggere il mio peso. La gravità della mia leggera stupidità potrebbe schiacciarla. Sono angosciata, agitata, non riesco a stare ferma, muovo le mani in continuazione vado avanti e indietro, apro libri, chiudo libri, apro quaderni, chiudo quaderni, controllo il cellulare, apro libri, chiudo libri e così via. E la tragicità di questa situazione è che ho ben chiaro il perché. So il motivo e non posso farci niente se non evitare di abusare di caffeina e inalarmi grandi dosi di nicotina. Esco. Cammino. Corro. Piove, ma ho un ombrello. Arrivo alla stazione. Prendo un treno, uno qualunque. Ci trovo per caso due miei amici, mi tranquillizzo un po’, mi siedo, con gli anni ho imparato a sedermi, ci mettiamo a parlare della nuova moto di Valentino Rossi. Io detesto Valentino Rossi, ma la sua moto un po’ mi alleggerisce.

Vagone pieno ma non troppo, seduta accanto a noi una donna. Non so chi lei fosse, da dove venisse e dove andasse. Sembrava turbata, agitata, scossa. Cavolo, penso, lo sono anch’io. Chissà se mi si legge in faccia anche a me così… Chissà se tutti hanno capito… Mi concentro sulla conversazione per non sembrare come la signora davanti a me. Non è bello sembrare turbati quando lo si è, la gente ha mille domande, e può capitarti quella giusta. No, non è per niente bello. Concentriamoci: sospensioni. Sospensioni. Ah l’arte della conversazione!

Aspetto trasandato in mano stringe forte una catenina. Sembra che sia prossima all’esplosione o all’implosione non capisco. Fuori c’è una tempesta in atto. Grandina come grandina il giorno dell’Apocalisse, come grandina dentro in certi giorni. Come grandinava da me e da lei oggi.  Guarda dal finestrino il cielo che si fa nero, non è che ne fosse impaurita, non credo, era come se le stesse esplodendo il cuore di fronte a un qualcosa di terribilmente bello, che poi bello non era. Era solo grigio. Lei ne era impressionata, lei lo coglieva.  All’improvviso tra una sospensione e l’altra, tra la Desmo 16 e la  Yamaha inizia a cantare. Parte piano, canta in una lingua che non capisco, stringe la sua catenina e alza il volume. Guarda il cielo, guarda la pioggia e alza il volume. Non capisco nulla di quello che dice solo una parola: Jesus.

Sta cantando a Gesù.

Lei sta cantando a Gesù, di Gesù o con Gesù. Non so, io non capisco. Io la guardo e un po’ mi terrorizzo.  La gente malignamente  guarda e sorride. Ascolta e sorride. Fissa e sorride. Non si può cantare a Gesù, di Gesù, con Gesù in treno. Si alza, capisce, forse ha paura di infastidire esce dal vagone continuando a cantare, come se fosse più forte di lei, come se non ne potesse fare a meno. Come se quelle parole strane dovessero esplodere e invadere proprio quel vagone, come se quel canto dovesse riempirmi per forza il cuore.  Non lo so, a me è sembrato un canto celestiale che soavemente era diretto al nucleo della mia anima. Nello spazio tra un vagone e l’altro continua il suo dolce inascoltato canto.
Poi il treno si ferma. E alla prima fermata scende. Stringe di nuovo il suo rosario e lì oltre la mia finestra si inginocchia e prega. Sotto l’acqua prega. In una specie di estasi mistica che posso toccare solo per qualche istante. Prego anch’io non so bene cosa.

 

L’Attesa

Questa mia serena attesa, seppure piena di catrame e angoscia, è purezza.
E’ purezza come è pura la nebbia, come è pura la pioggia.
E’ purezza come la speranza che rialza il mio spirito.
Come l’illusorio dialogo col destino.
Come l’improvvisa serenità.

La sceglierei per tutta la vita quest’attesa.
La sceglierei davvero.
Se solo ne avessi la forza.
Se solo non colassi a picco.

I tradimenti del manto stradale

Corro, corro, corro. Sette e ventotto. Treno ore sette e ventotto. Mi mancano ancora duecento metri da percorrere. Cavolo. Lo perdo, lo perdo, lo perdo.

Davanti a me un uomo, sta andando a lavoro, ha in mano un orribile ombrello giallo, anche lui è in ritardo. Lo vedo tutte le mattine, facciamo lo stesso percorso, prendiamo lo stesso treno e siamo sempre in comune ritardo. Cammina velocemente. Sette e ventinove. Si ferma all’improvviso. Abbassa lo sguardo. Lo guardo.

Vento e pioggia, è autunno. E’ novembre. Subdoli e sublimi tappeti di foglie ricoprono il marciapiede. Per terra anche un necrologio. E’ morto Luigi. Ed è per terra.  L’uomo davanti a me lascia cadere l’ombrello, il vento lo trasporta chissà dove.  Fermo sul marciapiede guarda il  tetro manifesto. Non riesco a leggere nel suo volto. Sembra immobile, paralizzato. Ha calpestato Luigi. Non riesce a spostare la sua scarpa da quel foglio. Sotto l’acqua, bagnato tetro e solo come il manifesto, si piega, solleva il foglio, cerca di pulirlo, di eliminare la sua impronta. Cerca di eliminare il suo vilipendio, di ridare dignità a quell’ultimo foglio. Forse Luigi è suo parente o amico o suo padre, e lui l’ha calpestato. Fragile e bagnato il foglio si strappa. Gli rimangono in mano due pezzi. Li fa cadere, e se ne va.  Sul foglio bianco e nero sporche impronte di scarpe e nomi di parenti. Sette e trenta. Lascio anch’io la mia impronta su Luigi. Devo prendere il treno.

Ci ritroviamo nello stesso vagone. Un uomo lo saluta, ascolto. “Oh Marco, allora come va?”
“Bene. Ho perso l’ombrello, sono tutto bagnato, stavo per perdere il treno, e ho calpestato mio fratello.”

Fintanto, ovvero il delicato bisogno di comprensione

-Alzati sono le sette e dieci. Perdi il treno.

Fintanto si alzò, a fatica, ma si alzò. Fece colazione, si lavò, prestò particolare attenzione ai denti, come tutte le mattine. Ci teneva molto al suo sorriso da pubblicità.

-L’hai pagata la retta universitaria?
-Sì.

-Okay, ciao amore passa una buona giornata. L’hai preso il portafogli?
-Sì, mamma.

Scese le scale velocemente, era in leggero ritardo. Rischiò di inciampare, ma si sollevò subito del resto la natura l’aveva dotato di un fisico imponente mica a caso. Il treno aveva gli usuali cinque minuti di ritardo e Fintanto riuscì anche questa volta a prenderlo senza doverlo rincorrere. Ad aspettare il treno delle sette e mezzo c’erano tantissimi ragazzi suoi coetanei, molti suoi amici, appena lo vedono arrivare è pratica comune quella di girarsi, e focalizzare la propria attenzione su Fintanto. E’ un personaggio particolare dotato di un’innata simpatia, e tutte le mattine ha sempre qualcosa da dire per mettere di buon umore quell’allegra ma assonnata brigata di giovani universitari. Anche questa volta non deluse i suoi fan. Scoppiò una risata generale e a tutti parve che la giornata potesse effettivamente cominciare nel verso giusto, anche quel giorno, grazie a Fintanto. Era perfettamente conscio della responsabilità che aveva, e questo suo onere lo spossava tantissimo. Il treno arrivò, Fintanto trovò un posto dove sedersi in quel treno così affollato, accanto a lui l’amico di mai. Cadde vittima di Morfeo. A bocca aperta con la testa appoggiata sul finestrino, era questa la dinamica della maggior parte dei suoi viaggi ferroviari. Adorava dormire in treno. Quell’antico mezzo era per lui una specie di sedativo naturale. Dormire, dormire beatamente.

Si sedette, davanti a lui una graziosa fanciulla. Palesemente bionda, di un biondo appariscente, di una bellezza che ti schiaffeggia di quelle che fanno male e che non ti lasciano nemmeno il tempo di assaporarle. Fintanto se ne accorse, pensò anche che forse sarebbe stato cosa buona e giusta provarci, ma il treno è un sedativo. Dormire.
L’amico si vergognava di quella bocca aperta, si limitò a fare finta di non conoscerlo e  a tentare tramite strani sguardi un approccio con quella paradisiaca creatura. Inutile raccontarne gli insuccessi. Lei sapeva solo schiaffeggiare.

Ambra lo aspettava all’uscita della stazione come tutte le mattine negli ultimi tre anni, esclusi i sabati le domeniche e i giorni festivi. Fintanto salutò i suoi amici con un’altra battuta che fece ridere tutti e si diresse verso la sua ragazza. Sorrideva. Lei sorrideva sempre, nonostante il suo sorriso non fosse splendido, nonostante i suoi denti. Fintanto odiava i suoi denti, il suo sorriso lo irritava la visione di quei denti così diversi dalla perfezione dei suoi. Non le poteva impedire di sorridere quindi si limitò a focalizzare il suo sguardo sugli occhi anch’essi ridens. Lei lo amava tantissimo.  Fintanto, da parte sua, non  sapeva se l’amava e non è che se lo chiedesse spesso, constatava semplicemente che con Ambra non aveva compiti, poteva non farla ridere, in questo modo si risparmiava anche la visione di orridi denti incastrati l’uno all’altro, poteva non dire le parolacce, che caratterizzavano il linguaggio di tutto quel mondo che c’era fuori dal suo relazionarsi con lei, poteva essere sereno. Lei lo faceva riposare, era per lui una specie di sedativo, una specie di strano rifugio dalle sue battute. Un treno a suo modo. Lo faceva dormire a suo modo.  Era Ambra il finestrino a cui  si poteva mostrare a bocca aperta.

Con la serenità nel cuore, come tutte le mattine Fintanto e Ambra percorrevano il cammino dalla stazione fino all’università insieme. La strada si riempie di giovani menti che camminano come automi a quell’ora, tutti nella stessa direzione, in una strana processione premonizione di processioni e di tempi ben più tristi. La strada diventa confusa, strani suoni la riempiono all’improvviso: risa, teoremi, teorie, ipotesi, vigliaccherie, ipocrisie, riforme, esami, tasse e borse di studio, feste  e così via.  Tutto condensato in pochi metri, in pochi minuti di cammino. Fintanto e la sua fidanzata facevano parte di questo confuso plasma, solo che si distaccavano un po’ dagli altri lo facevano sempre, perché a loro la confusione non piaceva e volevano proteggere la serenità che vibrava nell’aria tra loro due. Era la cosa più sacra che avevano. Era il loro doppio legame.

-Che cosa fai oggi?
-Lavoro alla tesi.
–Sei solo?
-Sì.
-Ciao amore, dopo se finisco presto vengo a salutarti.
-Okay.

-Ah, Vai a mensa a pranzo?
-Non so, non credo. C’è troppa gente.
-Okay, allora ti chiamo dopo.
-L’hai pagato la retta?
-Sì.
-Ciao.
-Ciao.

Solita aula studio, solito posto. Solita materia. Ultimo esame. Nessuna voglia. Erano secoli che gli mancava questo esame. Secoli che stava dietro a quella roba. A tanti appelli si era iscritto, tante volte aveva provato a darlo, ma aveva sempre miseramente fallito di fronte alla porta terribile con scritto Prof. Ivan Mascagni, Ivan il terribile, non era mai entrato. Che cosa gli accadesse nessuno lo sa. Non lo sapeva nemmeno lui. Era semplicemente paralizzato. Nessuno sapeva di queste sue paure, a nessuno ne poteva parlare, lui era Fintanto, il Fintanto della battuta di prima mattina che ti mette di buon umore. Il Fintanto alto, grosso, che a tutti gli esami aveva preso trenta, il Fintanto che non aveva mai fallito. Non poteva dire che aveva una paura così infantile, così stupida, così invalidante. Andava avanti così, con quella materia che ormai sapeva a memoria ma con una porta che non riusciva mai ad aprire. A chi glielo domandava rispondeva che stava lavorando alla tesi, e tutti si aspettavano da un momento all’altro il giorno della sua laurea. Lo attendevano a gloria in casa, lo attendevano i suoi amici, i ragazzi del treno, lo aspettava anche Ambra. Lo aspettava con discrezione lei, non glielo rammentava mai. Vedeva in lui una certa insofferenza nel parlarne, e da animo delicato quale era preferiva non toccare l’argomento. Anche per questo a volte Fintanto pensava di amarla, di amarla davvero, per la sua delicatezza. Così nuotava da solo nella propria melma, in un mare fangoso di piccole bugie, innocue per gli altri, ma deleterie per lui.

Accese il computer e si mise a giocare a solitario. Tirò fuori i libri, li guardò e tornò  a  giocare a solitario, poi cambiò gioco, passò agli scacchi e poi il sudoku, era bravo. Almeno in quello era bravo.  Tirò fuori la sua retta universitaria. La posò sul tavolo e passò un’oretta della sua vita nel guardare quel foglio e quelle cifre. Lo faceva da un po’ di mattine. Non riusciva a decidersi. Leggeva in continuazione il suo nome scritto su quel foglio, se lo ripeteva tra sé e sé, leggeva il numero della sua matricola e davanti aveva sempre la porta di Ivan il terribile. Avrebbe voluto farsi del male. Stringeva le mani, si picchiava il petto in un laico e denso mea culpa. Non capiva il perché di quel suo atteggiamento. Detestava quel suo giocare a solitario. Detestava il Fintanto distrutto, a terra per colpa di una porta che non riusciva ad aprire. Si detestava. Picchiava il petto, picchiava il petto e muoveva il re.

Poi gli occhi a causa di una delicata pressione si chiusero, due calde mani circondarono la sua testa. Era lei. Era Ambra. Lo abbracciò con tenerezza. L’oggetto dell’attenzione di Fintanto attirò anche quella di Ambra. Guardò il foglio, guardò Fintanto.

-Amore mio, annegherai in questo mare di piccole bugie che racconti. Questa la vado a pagare io. Hai i soldi?

Fintanto la guardò con amore immenso, mentre lei gli prendeva il portafoglio delicatamente e si allontanava dall’aula sorridendo preoccupata, la amò intensamente mentre lei faceva quello che lui non era più in grado di fare, la amò intensamente mentre vedeva come lei lo aiutava. Per la prima volta amò anche il suo sorriso, andò oltre ai suoi denti.Speriamo che abbia capito. Speriamo che almeno lei abbia capito.

La chiamò e le raccontò tutto ciò che lei già sapeva. Lei aveva capito. Oh se aveva capito.
Sollievo, indimenticabile sollievo.

Spavalderie

Si tratta di un giovedì di settembre. Il giovedì è un giorno strano è il giorno prima del venerdì che è il giorno prima del sabato, che segna l’inizio del weekend. E’ il giorno della speranza. Non so perché l’umanità riponga tanta fiducia nel finesettimana.

Un’altra uscita, un’altra persona, un altro volto, un’ altra vita da incrociare, un’altra presenza, una nuova tenera deliziosa speranza. La speranza di sempre in fondo, quella che accompagna tutti i momenti simili, l’eterna avida illusione:la comprensione.  Il prodigo desiderio di aprire il proprio mondo, di allargarlo e l’insana fiducia di potere finalmente comprenderlo. Il vano tentativo di potere uscire un po’ da se e il folle desiderio di poterlo fare grazie al nuovo volto, alla nuova presenza. O è così, oppure non è nuova uscita per me. Ho bisogno di questa liturgia  di speranze, paure e illusioni.

Il mondo offre molte cose da vedere, molte vite da incrociare, Firenze è piena di turisti e tutti passano distratti dalle sue bellezze architettoniche. Li puoi osservare capire i loro segreti, puoi fissarli e entrare nel loro mondo, la magia del Duomo. Mentre il Brunelleschi li richiama a sé puoi entrare dentro la loro essenza, o quella che ritieni tale, o semplicemente puoi fantasticare. Si capiscono molte cose da come una persona si relaziona al Duomo. E’ un po’ uno specchio dell’anima, solo che nessuno lo sa e allora si vedono tante anime distratte che passano davanti a una lente d’ingrandimento e io faccio in modo di non perdermi mai tale spettacolo.

Guardo il nuovo volto, vedo dentro la sua anima distratta, lui non se ne accorge è Duomo anche per lui. Immagino. Camminiamo. Incrociamo sguardi e vite. Ci sediamo, camminiamo di nuovo, e poi ci sediamo ancora. E’ un rito imposto dal mio ginocchio, anche questo necessario.

Mi affascina un po’ tutto. Amo guardare, esploro, tocco, voglio vedere. Finiamo in un’aula giudiziaria io e l’altra vita.

Lui con le manette esce, mi fa l’occhiolino, spavaldo, sorride a una donna che scoppia in lacrime, spavaldo. Accanto a lui due uomini in divisa lo accompagnano chissà dove. La donna piange, piange, e piange ancora, in una lingua che capisco solo io dice che glielo stanno portando via. Io la guardo, guardo la sua anima distratta, è Duomo anche per lei quel figlio in manette. Io e la nuova presenza siamo entrambi atterriti da quella visione, vedo nei suoi occhi uno sguardo attento, leggo dentro una marea di cose indecifrabili. Usciamo, esce anche lei. L’avvocato sembra consolarla, mentre lei nella sua lingua che comprendo solo io continua a dire che glielo hanno portato via, e telefona piangendo e piange telefonando. Poi in un sussulto di realismo, sempre nella lingua che comprendiamo solo io e lei, esclama: perché mi hai fatto questo? Seduti la vediamo andare via, nei suoi occhi solo il suo personale Duomo, nei suoi occhi pieni di lacrime solo il suo Duomo annebbiato. Arriva il pulmino della Polizia Penitenziaria e porta via quell’indegno Duomo, spavaldo. Silenzio. Rispettoso silenzio del dolore di quegli occhi annebbiati.

Camminiamo, nuove visioni ci aspettano.