Tragedia

Dal momento in cui il destino( a cui credo solo quando mi fa comodo e in questo caso mi fa comodissimo poiché mi consente di autocommiserarmi, che arte sublime…) ha deciso di mettermi i bastoni tra le ruote, del resto non avrebbe avuto senso  ”La ruota spezzata” se fosse stato diversamente, io non ho più il mio portatile. Si è rotto, fulminato, lo schermo gioca a ping pong da solo, speriamo si diverta almeno lui.

Avrei avuto un sacco di storie da scrivere, e una marea di cose da dire, ma ho un computer non mio sul quale non riesco a scrivere.  Forse riuscirò a disintossicarmi nel mentre, potrebbe essere un lato positivo. Scriverò lettere e ve le manderò tramite piccione.

Intanto vado a prendere il caffè con Anita.

Usami, straziami, prendimi l’ultima goccia.

Mentre con gli occhi mezzo addormentati e un cervello ancora limitato alle minime funzioni vitali mi facevo il caffè mi è venuto da piangere. Niente di drammatico è successo nella mia vita, ma una certa confusa riflessione mi ha fatto male. Pensavo alla mia macchinetta del caffè, che vive senza un nome, e che io sfrutto quotidianamente fino a sei volte al giorno. Pensavo alla sua vita, pensateci.

Le persone ti usano perché tu apri loro gli occhi, i cervelli, ravvivi la loro intelligenza, dai loro nuove energie. Hanno bisogno di te, senza di te la loro vita è qualitativamente peggiore. Gli uomini sono bastardi però: prendono quello che tu hai da offrire e poi ti parcheggiano lì sui fornelli, senza preoccuparsi di te, anzi ti sbattono in qua e là, senza usare nemmeno un po’ di dovuta delicatezza. Tu ti fai bruciare per loro, cerchi di offrire loro il migliore caffè possibile, loro ti ringraziano in fondo perché necessitano della caffeina che tu puoi darli, ma poi ti abbandonano lì in mezzo ai loro mille altri utensili. Ti sfruttano perché tu dai. Hanno bisogno di te, ti ringraziano, ma non ti amano. Sei per loro sempre e solo un oggetto. Ti sono riconoscenti, ti ringraziano, ma non ti amano. E quando poi non funzioni più?

Non è triste?

La portinaia.

Per potere passare dal palazzo al parcheggio dovevo aprire un cancello. Solo che non sapevo che ci fosse quel cancello, non sapevo come fare ad aprirlo e soprattutto avevo molta furia, forte del mio fisico atletico e dei miei vent’anni (a qualcosa serviranno pure) decisi di scavalcarlo. Mentre ero intenta in questa pericolosa operazione, pericolosa in quanto il cancello era abbastanza alto e pericolosa in quanto i pantaloni vanno stretti quest’anno, sento una vecchia voce gridare. Che fa signorina? Basta chiedere e le porte si aprono, se lo ricordi. Mi giro terrorizzata, rossa in volto causa immane vergogna per essere in una posizione da ladro. Una volta dato un volto a quella  squillante voce  ho sentito l’obbligo morale di spiegare come mai ero in quella posizione. Insomma nessuno ci tiene a passare da ladro, e io non ero certo una ladra, avevo semplicemente fretta e ho scelto la via più facile, avevo il diritto alla difesa. Quindi spiegai le mie ragioni. Lei mi invitò a casa sua. Mi urlò di entrare. Non potevo dire di no. Dimenticai la faccenda per la quale ero già in un odioso ritardo.  Qui vidi Anita e Alberto.

Anita è una donna settantenne ormai, forse qualcosa di più. Si intravedono dietro alle rughe che le ricoprono il viso i lineamenti perfetti di un tempo. Si intravede la gioventù e la bellezza di allora. Quello che si vede, invece, sono solo dei capelli tenuti come tutte le signore della sua età, rossi e con quell’acconciatura bigodinata così assurda (spero di non avere mai dei capelli del genere), i reumatismi, sono di solita la prima cosa che si nota di una persona anziana o meglio che una persona anziana ti fa notare, e una chiara decadenza. Anita ha una casa perfetta, vecchia, pulita, straordinariamente ordinata e profumata di antico. Nelle pareti di casa tante foto della lontana gioventù, tante foto di lei e del marito, tante foto. Anita mi offre un caffè e insieme al marito mi parlano.

Si sono sposati giovanissimi. Un amore fulminante, dice Alberto, tanto da lasciarlo senza alcuna via di fuga, solo il desiderio di prometterle amore eterno di fronte al più alto essere mai pensato. Così si sono promessi  il reciproco amore di fronte a Dio. Noi non crediamo a Dio, però Dio è la più alta forma di pensiero, è la cosa più bella che l’uomo abbia inventato, è giusto promettere di fronte a Dio. Lo dice Alberto e io gli credo. Che tipo strano, ha anche lui la sua discreta età, ma confrontato con le foto appese alla parete sembra quasi migliorato. Due grossi occhiali gli coprono metà viso e un’espressione buffa lo ravviva. Fa sempre lo stesso verso quello di grattarsi prima il mento e poi la testa, lo fa in continuazione e in maniera particolare e ti affascina quel movimento regolare a tal punto da non riuscire a vedere altro. Mi dice che lui è un poeta e che ha scritto molti libri, a confermare questo le sue foto con Adriano Celentano. Non hai idea di quanti concorsi ho vinto e quanta gente importante ho conosciuto. Ecco questa è la foto con Pertini, poi c’è quella con il Papa etc.

Alberto mi regala un suo libro, poi all’improvviso magicamente, magicamente davvero, si addormenta sulla sua sedia, quasi morto. Dorme sempre così all’improvviso, sai lui lavora moltissimo, pensa moltissimo, scrive quelle sue poesie. Le dico che deve essere bello avere un marito poeta. Lei dice che sono solo parole, e non capisce cosa abbiano di così bello. Capisco che non è il caso e smetto di fare l’elogio del poeta. Allora lei mi racconta.

Io e Alberto non abbiamo avuto figli, non potevamo averne. Lo dice con uno sguardo interrogatorio come se chiedesse a me perché, come se avesse smesso da un pezzo di soffrirne e ormai fosse rimasto solo quel perché senza soluzione. Non sapevo perché. I miei occhi non le offrono risposte, allora delusa, mi fa male quel rivo di delusione sul suo volto, continua a raccontarmi.

Non ho avuto un bambino, avremmo potuto adottarlo, ma io non mi sentivo pronta.  La vita senza figli è comunque bella un po’ monotona sicuramente, ma molto libera noi abbiamo viaggiato moltissimo, abbiamo fatto molte cose. Siamo andati a teatro, corsi di flamenco, tango. Tutto quello che volevamo l’abbiamo potuto fare senza impedimenti senza dovere pensare a delle piccole creature da gestire. Una bella vita sì, monotona, ma bella. Non abitavamo qui noi, si vede, no? Si vede che siamo gente di città? Siamo venuti qui perché Alberto era poco ispirato, Firenze non gli offriva più gli spunti  di cui aveva bisogno per scrivere le sue poesie quindi decidemmo di vendere la casa e venire ad abitare qui in campagna. Una tragedia. Alberto aveva gli spunti e gli alberi, e le foglie e che so io, ma io non avevo niente se non l’immagine di Alberto che sereno scrive, scrive, scrive. Mi sentivo un po’ rinchiusa in questo posto fatto di natura, di tanta natura e di nient’altro. Decisi allora di prendere ad abitare con noi mia mamma. Era sempre più vecchia e io  del resto avevo sempre più quaranta anni quasi cinquanta.  Passavo il mio tempo con lei a cercare di renderle dolci gli ultimi anni di vita. Dividevamo insieme la nostra solitudine mentre Alberto nel suo studio tingeva i fogli di vane parole. Solo un pensiero mi terrorizzava mentre osservavo mia madre: chi ci sarebbe stato con me? Chi avrebbe diviso con me la sua solitudine quando anch’io avrei raggiunto la sua età? Che avrei fatto?  Tale pensiero mi lacerava, per fortuna però i conti tornano sempre e qui davanti a casa nostra iniziarono a costruirci questo palazzo. Mia madre morì proprio durante la sua costruzione: stavamo guardando da questa stessa finestra gli operai lavorare con in mano una tazza di tè, erano le cinque di pomeriggio mi disse addio. Mi si spezzò il cuore. Da quel momento non c’è stato pomeriggio che io non abbia passato qui alla finestra a guardare fuori. Sempre alla finestra, mentre mio marito impreca contro l’ecomostro che non gli consente più di guardare le stelle, gli alberi, le foglie e il cielo. E’ stata  la mia salvezza. Dopo la costruzione del palazzo hanno costruito il parcheggio e poi il cancello che tu volevi scavalcare. Solo io ho il pulsante per poterlo aprire. Le persone, come te, hanno fretta e passano tutte da questo cancello, molte cercano di scavalcarlo, altri invece sanno che là dietro alla finestra ci sono io, e allora suonano il campanello o mi chiamano, scambiano con me due parole, io apro loro il cancello e loro dividono con me la mia e la loro solitudine.  Alberto voleva cambiare casa di nuovo. Voleva di nuovo vedere le stelle e gli alberi, ma io ormai ho trovato il mio posto, il mio ruolo, la mia gente. Non lascerò questa casa e non lascerò questo cancello. Quindi Alberto si fa delle salutari passeggiate per trovare le sue muse, mentre io aspetto che ritorni lui come tutti gli altri per aprire loro il cancello. Ho trovato il mio posto. Il mio ruolo.

A che ora passi domani per il caffè? o preferisci il tè?

Caffelatte, caffelatte freddo, grazie. Alle cinque.

Mostri, orribili mostri.

Camminavo per le vie della città, era deserta, era troppo presto. Tutti dormivano. Firenze dormiva.

Davanti a me una ragazza. Sembrava triste, sembrava abbandonata, sembrava…
Fermai subito la mia riflessione, mi fece paura. La guardai, mi fermai per osservarla meglio. Era immobile in mezzo a una strada grande grande, pareva paralizzata, il suo sguardo fisso nel vuoto: terrorizzato. Mi terrorizzò.  Si presentò davanti a lei e davanti ai miei occhi un mostro orribile, una bestia feroce, tutta nera, di un nero cattivo. Mi fece paura, mi nascosi dietro all’angolo non volevo che mi vedesse quella belva orribile dagli occhi color argento, argento cattivo. Lei non si mosse, il suo sguardo tradiva spavento, ma non si mosse. Lo guardava dritto negli occhi mentre lui con astio e odio le rivolgeva il suo malvagio sguardo.  Le saltò addosso poi iniziò una tremenda battaglia. No, non era una battaglia solo il mostro combatteva, lei restava immobile. Era per terra con la belva che non le lasciava possibilità di fuga sopra di lei, ma non urlava, non si muoveva. Immobile. Lui iniziò col graffiarle il viso con le sue unghie che sembravano più degli artigli, poi tutto il corpo,  non contento iniziò a sbranarla a prendere pezzi del suo corpo e inghiottirli. A inghiottirla. Le mani, le braccia, passò all’addome, tirava fuori tutte le sue viscere. Lei non si muoveva. Lui le strappò ogni fibra del suo corpo, non lasciò niente. La sbranò, la smembrò. Solo il cuore non toccò, sembrava averne paura. Si mise allora a fare un strano rituale attorno a quel cuore solitario lasciato lì in mezzo alla strada, in mezzo a un fiume di sangue. Gli girava intorno seguendo una traiettoria perfettamente circolare, poi evidentemente stanco di quel girare inutile, con curiosità si apprestò a toccarlo, e lo toccò. Gli fece un taglio. Il cuore ferito reagì, ne uscì all’improvviso di nuova la ragazza, ma stavolta diversa, non più terrorizzata, non più immobile, non sembrava nemmeno più lei. Con il suo nuovo sguardo lo annientò, solo con lo sguardo. E il mostrolentamente crollò su stesso, senza vita. Lei se ne andò. La vidi camminare fiera, nuova. Aspettai un po’ per essere sicura che fosse lontana, mi avvicinai al mostro e piansi, piansi malvagiamente la sua morte.

Rivoluzionari al BlackBerry

-Ma tu non hai sogni.- mi disse l’uomo con il BalckBerry in mano.

-Il mondo si può cambiare, pensa all’ingiustizie che ci sono nel mondo, non si può rimanere senza fare nulla. Ma lo sai che il 20% della popolazione usa l’80% delle risorse mondiali? Pensa all’Africa ti sembra giusto?- continuò l’uomo con la maglia Philip Lauren, i pantaloni Replay e le Nike ai piedi.

-Tu sei giovane, ma vecchia. Nessun sogno, pensi solo a te. Io, io, io l’unica cosa che riesci a dire. Passi il tempo a leggere, a scrivere. A che pro? A che scopo? Solo per te stessa. Bisogna agire- continuò mentre con la sua Volkswagen si apprestava a dirigersi verso il suo posto di lavoro a tempo indeterminato.

-Tu cosa fai? Io vado a una cena di beneficenza per il Darfur stasera.- e se ne andò.

Non so come, non so perché, ma la prima cosa a cui ho pensato è stato: “Non potete servire Dio e  mammona”. Tra me e me mi terrorizzò l’idea che forse anch’io stavo solo cercando il BlackBerry, per sentirmi poi, non so come, in diritto di fare un simile discorso.

Alice

Nel momento in cui tutto è buio.
Nel momento in cui la vita non è altro che oscenità, obbrobrio e orrore.
La sofferenza prevale.
E tu sei piegato, schiacciato, domato.
Strisci, riesci solo a strisciare.
Come un verme.
Sei un verme.
Nel momento in cui concludi ogni giorno pensando di avere toccato il fondo.
Sperando finalmente di avere toccato il fondo.
Nel momento in cui tutto, tutto, tutto, perde il suo valore.
Nel momento in cui dai per scontata la tua desolazione.
Nel momento in cui c’è solo il tuo dolore.
Nel momento in cui ci sei solo tu.

Vedi solo te stesso.
Ascolti solo te stesso.
Provi solo te stesso.

Arriva la Luce.
Arriva lei.
Ti sorride.
Ti guarda dritto negli occhi.
E ti perdona.
Ti dona la sua luce.
La luce del suo sguardo.
Ti abbraccia.
Invade il tuo mondo.
Ti dona calore.
Ti scuote.
Ti smuove.
Ti ama.

Lei se ne va e il buio rimane.
Se ne va il suo calore e il freddo rimane.
Se ne va il suo amore e l’aridità rimane.

La speranza, effimera, rinasce.

Z-24, barche, cani, squali e balene

Per il mio compleanno mi regalo sempre un ricordo. Per chi non lo sapesse lo dico ora: ho una memoria pessima. Tendo a dimenticarmi di tutto, e questo mi consente di essere una persona decisamente spensierata. Ahahaha. No! Direi che questo mi consente di dimenticarmi delle cose e basta. Nulla più. Quando si avvicina il mio compleanno e il mio compleanno è molto vicino, storicamente ho un periodo di quelli che non vorresti che avesse nemmeno il peggiore dei peggiori dei tuoi nemici. Non credo molto alla storia dei nemici. Associo la parola nemico da sempre ai marziani cattivi e i marziani non esistono, nonostante persone a me molto vicine sostengano di avere contatti con il pianeta Z-24. La storia è storia e non si discute. Qui da me è un periodaccio speriamo che almeno su Z-24 stiano meglio. Dicevamo, mi sono regalata un ricordo della mia splendida infanzia. Stavo, infatti, pensando alle remote cause della mia inettitudine e cercavo di trovare la causa originaria del mio impossibile male.

Mi sono venute in mente le mie prime bracciate. La mia prima nuotata. Racconto.

Torniamo indietro. Siamo nel lontano 1994. Non avevo ancora compiuto sette anni. Ci tengo a sottolineare che non avevo ancora compiuto sette anni.

Mio padre aveva un grosso problema: insegnarmi a nuotare. Aveva altri grossi problemi, ma questo posso dirlo con certezza era il più grosso. Per trovare il modo di farmi apprendere il corretto movimento del corpo che abbraccia il mare si scervellò. Credo che i pochi capelli bianchi che ha in testa li siano venuti fuori proprio in quel momento. Dopo essersi consultato con gli amici di Z-24 arrivò alla conclusione che il modo migliore fosse quello di lasciarmi sola in mezzo al mare. Infatti sola mi lasciò. Io e un cane preso in prestito.

Salimmo in una sottospecie di barca andammo fino a decina di miglia lontani dalla riva. Fece fermare la barca. Avevo una strana sensazione. Mi legò a Giuditta (il cane) e mi disse di non preoccuparmi che Giuditta sapeva nuotare che dovevo solo cercare di imitare il suo movimento e che comunque lui era lì. Mi fidai. Mi buttò in mare. Credo che il cane fosse infastidito dalla mia presenza,  mi portava sempre più lontano. Quella sottospecie di barca, maledetta, decise di andare via e di portarsi dietro anche mio padre. Aveva cose più importanti da fare. Rimasi lì da sola legata a un cane a mille miglia lontano dalla vita. Il primo ricordo che ho della morte è quello. L’acqua che diventa nera e calamitosa. Squali e balene. La folle speranza di incontrare una balena perché Pinocchio dalla pancia della balena alla fine ci era uscito. Il ventre dello squalo rappresentava invece qualcosa di ignoto. E l’abbandono. La morte collegata all’abbandono. Ero sola. Potevo sperare nell’intervento dei marziani di Z-24, ma loro erano nemici e soprattutto non esistevano. Mi slegai da quell’odioso cane che mi avrebbe portato chissà dove. Riallacciai i contatti con la terra ferma. E iniziai a nuotare. Nuotai. Nuotai. Nuotai.

Guardai mio babbo con aria interrogativa, Mastro Geppetto non aveva abbandonato Pinocchio. Lui si mise a ridere, a ridere, e a ridere ancora. “Ce l’hai fatta da sola”-disse.

Ci tengo a sottolineare, di nuovo, che non avevo ancora compiuto sette anni.

“Sentimentalizzando” (una volta ogni tanto consentitemelo)

Patty Smith canta. Urla. Dal palco arrivano chiare informazioni sull’importanza dell’altro. Guerra. Carestie. Malattie. Ospedali. Emergency. Tutti parlano di cose importanti. Importantissime. Nei miei occhi solo un’immagine nelle mie orecchie rimbomba una sola espressione:  ”Vado, di nuovo”.
Un altro arrivederci. Di nuovo le strade che si separano. Di nuovo cuori che piangono in una tacita lacrima unisona. Sorrisi abortiti. Un abbraccio negato a un amore confuso. Un altro addio.

Ti guardo partire. Questa volta davvero, anche per me. Che sia buona vita.

(Non potrei in nessun modo dirlo meglio.)

Il volo caldo di Giove Labor

Giove Labor guardava il mondo dall’alto della sua finestra. Viveva al settimo piano di un grande palazzo. Stava pulendo i vetri. Era freddo, era buio. Era gennaio. Giove soffriva. L’altezza gli aveva sempre dato noia, infatti si era scelto con cura la casa al settimo piano. C’era in Giove Labor una certa dose di masochismo, la si potrebbe definire piuttosto pronunciata.  Adorava pulire i vetri. Adorava la sua paura nel guardare sotto. Il suo tremare, i suoi giramenti di testa e quella tremenda sensazione del cadere da un momento all’altro. Giove pensava a come sarebbe stato bello volare. Poi la consapevolezza che a gennaio fa troppo freddo per volare.  Scese dalle scale. Smise di pulire i vetri e chiuse la finestra, e andò a prepararsi da mangiare. Viveva da solo. In realtà viveva solo. L’avevano abbandonato o forse si era fatto abbandonare o forse ancora non era mai stato tra loro.

Giove amava molto leggere. Aveva la scrivania accanto alla finestra. Leggeva e guardava fuori. Aveva scelto il mondo della lettura. Voleva vivere in quel mondo. Non voleva fare altro. Non gli interessava il cibo, la gente, i divertimenti. Lui voleva solo leggere, guardare dalla finestra e pulire i vetri. Vertigini e letteratura.

Giove non conosceva affatto la vita. Non sapeva quali erano le sue dinamiche. Non sapeva che cosa fossero le emozioni. Bradicardia. Assoluta bradicardia dell’anima.

Casualità. Aprire un libro leggerci un racconto, sentirsi toccati, e la vita che sembra cambiare. Accadde anche a  Giove Labor. Accadde quel giorno. Lesse un racconto dell’amico fedele Hermann che nelle sue opere gli aveva parlato di vita, di amori, di storie, di emozioni in maniera così persuasiva da convincerlo che non ci fosse alcun bisogno di provarle. Il racconto era molto semplice e a dire il vero certamente non una delle sue migliori opere. Raccontava di un Giove Labor come lui che leggeva tanti libri, che si era rinchiuso in casa e che non aveva nessuna voglia di affrontare la vita, che si faceva bastare quel piccolo mondo. Questo antenato di Giove  a un certo punto si trova a dovere affrontare una tromba d’aria che porta via tutti i suoi libri,  i suoi scritti e lo lascia senza più nulla. Nel vuoto di quello che era senza quei fogli. Lo lascia solo in una camera vuota. Giove si fece colpire da quella storia. Pensava che prima o poi sarebbe capitato anche a lui una tromba d’aria di quel tipo. Che cosa avrebbe fatto?

Il solo pensiero lo faceva stare tremendamente male. Chiamò subito il vetraio. Si fece mettere i doppi vetri. Poi sostituì le persiane con altre  più robuste. Ascoltava le previsioni del tempo con attenzione tutti i giorni. Leggeva una pagina e poi guardava fuori dalla finestra. Aspettava la tromba d’aria. Poi decise che la soluzione sarebbe stata quella di chiudere tutto. La tromba d’aria non poteva fargli niente se lui chiudeva tutto. Chiuse tutte le finestre. Non c’era più luce. Meglio il buio. Continuava a guardare le previsioni del tempo, sognando uragani e tempeste, svegliandosi la notte ringraziando Dio di non essere nato a New Orleans. Aveva paura di tutto. Smise anche di leggere. Non pulì più i vetri. Solo ascoltava il rumore della natura. Temeva il vento. Poi smise anche di ascoltare, si rannicchiava per terra tappandosi le orecchie nel freddo del pavimento. Sordo, cieco, abulico. Pensava che sarebbe morto a causa del freddo. Morto nel suo ghiaccio.
Solo che i citofoni suonano. Difficile resistere a un citofono che suona. Difficile non aprire. Aprì.

Era in condizioni terribili. Magro, senza forze, a fatica riusciva a camminare. Erano giorni che non mangiava. Un mal di testa tremendo gli aveva circondato la testa. Apriva a stento gli occhi e le labbra sembravano incollate. Disse un inesistente “chi è?”. Gli rispose” Sono il tecnico, sono qui per la caldaia.”

Già. Il freddo, la caldaia che non funzionava. In cuor suo esultò. Non sarebbe morto di freddo.

Metano si trovò davanti  uno scheletro. La visione lo fece rabbrividire. Andando nelle case di visioni ne aveva avute, ma una simile mai. Si spaventò un po’. Puzzava, la casa e lo scheletro puzzavano terribilmente. Si riprese. Salutò e gli chiese dove fosse la caldaia. Un’ombra di terrore nel volto, in quello che era rimasto del volto di Giove. La caldaia era fuori. In terrazza. Doveva aprire la porta. Non aveva la forza di dirgli di lasciar fare, che lui preferiva il freddo, che non aveva bisogno della caldaia. Molto meno faticoso indicargli la porta della terrazza. Metano lo guardava stupito. Gli faceva pena. Avrebbe voluto aiutarlo, ma non sapeva come. Pensò che forse aveva bisogno di calore. Aveva bisogno della caldaia allora cercò di aprire la porta il prima possibile e di iniziare a lavorare subito per aiutarlo, per donargli  caldo,  calore. La porta si aprì una luce strana invase tutta la casa. Giove si tappò gli occhi. Un vento leggero lo accarezzò, allora Giove si nascose dietro un mobile. Non voleva vedere. Voleva solo che finisse il prima possibile. Lo volevano entrambi.

Il vento si sa è irrispettoso. La vita anche. Entrò dentro quella casa spalancò la porta. Pervase l’abitazione. Trasformò la bradicardia in tachicardia. Non portò via con sé nessun libro, né foglio. Giove aveva messo tutto dentro gli armadi d’acciaio. Lasciò tutto com’era. Solo Giove cambiò. Andò in terrazza piano attratto dal vento, dal suo nemico. Quello che gli voleva togliere la sua vita. I suoi libri. Metano lavorava e non si rese conto di quel movimento. Giove si accorse che non faceva poi così freddo. Non era più gennaio. Non era buio. Guardò sotto. Vertigini e volo.
Il vento non gli portò via la sua vita. I libri sono ancora tutti dentro i mobili d’acciaio chiusi a chiave. Il vento gli portò via la vita. Non aveva ragione Giove Labor nel temerlo così tanto.

La storia di Giove Versor e Dio ( ATTENZIONE: alto contenuto allegorico)

Giove Versor era un simpatico ragazzo. Il nome potrebbe ingannarti. Potresti pensare che lui abbia qualcosa a che fare con Giove il re degli dei, ma insomma il paganesimo l’abbiamo abbandonato da un pezzo. Giove Versor era soltanto un simpatico ragazzo ventenne. Era narciso, egoista ed egocentrico. E si credeva un po’ dio, ma non era dio. Faceva tante cose, ma l’occupazione che più lo dilettava in assoluto era: scombussolare.  Era uno scompigliatore di professione.  Questa occupazione gli dava molte soddisfazioni; più volte le persone lo guardavano con occhi spaventati, meravigliati, e Giove Versor ne gioiva. Oh se ne gioiva! Viveva per quello. Era uno scompigliatore, l’abbiamo detto. In questo modo allontanava tutte le persone che gli capitavano a tiro, nessuno gli stava accanto e viveva solo della sua ombra da re degli dei. Tale si credeva lui. Ah la gioventù…

Un giorno un certo Dio apparve in sogno a Giove Versor. La cosa, come si può immaginare, lo scompigliò perché Giove Versor era a un po’ pagano e pensava di essere lui il re degli dei. Fece fatica a credere a quella visione. Ma la vita si sa che confonde anche le più arcaiche e consolidate credenze e tant’è che nonostante la sua sorpresa  Dio, proprio Dio, gli apparve in sogno e Giove se ne fece una ragione. Gli dimostrò di essere Dio, non sappiamo bene come.  Giove Versor smise di essere pagano per qualche minuto e ascoltò Dio.

“Giove Versor tu ti diverti a scombussolare la gente non è vero?”

Giove non poté non ammettere la verità.

“Giove Versor perché lo fai?”

Giove rispose di nuovo con il massimo della sincerità. Disse che vedere gli occhi terrorizzati, vedere le facce spaventate, e le persone che pensavano di conoscerlo che non sapevano darsi una spiegazione dei suoi comportamenti e delle sue parole gli dava soddisfazione. Stupire era la via che si era scelto.

Allora Dio disse a Giove: “Giove Versor, tu dici che non dare punti di riferimento a chi sta vicino ti fa stare bene n’è vero?” Giove annuì. Allora Dio continuò: “ Giove Versor tu hai mai amato?”

Giove rispose che non lo sapeva davvero. Dio domandò: “Giove Versor che vita è la tua se tu non sai se hai amato? Che cosa hai fatto in tutto questo tempo? Perché non hai amato?”

Giove rispose che lui aveva disorientato.

“Giove Versor tu non hai amato! Perché?” chiese Dio minaccioso.

Giove spaventato ammise che non aveva amato perché non aveva trovato nessuno da amare. Perché nessuno lo capiva e tutti abboccavano a quella storia del disorientare. Tutti perdevano la bussola e allora lui si allontanava e se ne andava. Non amava le persone disorientate. Giove amava solo disorientare.

Dio disse: “Giove Versor tu sei un’idiota! Prima ti credi re degli dei e re degli uomini. Poi pensi che il senso della tua vita sia quello di scompigliare, mischiare, confondere. Una persona sana di mente potrebbe mai pensare questo? Giove Versor tu non hai capito niente, e hai perso tempo e persone, ma Io ti darò un’altra possibilità. Sfruttala! Domani alle tre arriverà la persona che ti amerà. Colei che ti salverà. Ma non ti ingannare.” Dio scomparve.

Giove pensò. Vedere Dio gli era piaciuto tutto sommato. L’idea di incontrare la persona che l’avrebbe amato e che lui avrebbe amato lo rallegrava. Era euforico. Guardava l’orologio in continuazione. Decise che l’amore della sua vita si meritava di trovarlo nelle migliori condizioni possibili. Doveva essere bello. Quindi andò dal barbiere. Si lavò, si profumò. Andò anche da un prete dopo anni. Voleva che il suo amore lo vedesse pulito fuori e dentro. Si addormentò pensando al posto in cui l’avrebbe incontrata. Anche il posto doveva essere perfetto. Scelse.  Mentre dormiva con il corpo che straboccava dal letto rischiando di cadere da un momento all’altro suonò il citofono. Si alzò dal letto intimorito. Era tardi. Alla porta una ragazza spaventata. La vita l’aveva terrorizzata. L’aveva sconfitta. Non disse nulla a Giove, lo guardò. Giove non la riconobbe. Non sapeva riconoscere. Lei lo guardò un altro po’ e poi se ne andò via per sempre. Erano le tre. Giove si addormentò di nuovo un po’ stranito da quella visione.
Il giorno seguente si svegliò euforico. Si lavò, si profumò, si pettinò e andò nel suo posto preferito. Aspettava con ansia due cose: il tempo e l’amore. Delle due solo una si presentò puntuale: le ore tre. Aspettò Giove. Si guardava intorno cercava di riconoscerla. Si immaginava tutte le donne che vedeva come donne della sua vita, si immaginava una vita insieme a loro, ma nessuna si presentò davanti a lui. Giove si disperò. Iniziò a dire che Dio era un falso, un bugiardo.
Allora Dio si presentò di nuovo a lui.

“Giove Versor- disse- allora è arrivato il tuo amore?”

“Sei un bugiardo Dio. Perché ti prendi gioco di me? Perché prima mi dai l’illusione di potere trovare finalmente quello che stavo cercando da tempo e poi mi inganni?”

“Giove Versor, stai attento a come parli. Ti avevo detto di non ingannarti. Tu ci sei cascato. Eri troppo preso a pensare a come rendere perfetto l’incontro con l’amore della tua vita. Pensavi a farti bello, a renderti pulito. Tu pensi solo a te Giove Versor, e te la sei fatta sfuggire come uno sciocco.”

“Ma cosa dici? Nessuno mi è venuto a trovare. Mi avevi detto che l’amore della mia vita sarebbe venuto a trovarmi alle tre. Nessuno è venuto. Sei un bugiardo Dio.”- Giove era veramente deluso.

“Giove Versor- urlò Dio- è forse venuta a trovarti una donna ieri notte? Erano le tre. Lei era la donna. La tua donna. Tu non te ne sei accorto. Non l’hai riconosciuta. Tu sai solo immaginare Giove Versor, fantasticare. E lei era lì. Reale. Ti è venuta a trovare. Non l’hai riconosciuta.”

Giove si disperò. Pianse. Si rotolò a terra dal dolore.

“Ah me misero! Che idiota sono stato. Perché non me ne sono accorto?”

Allora Dio, che è un gran burlone, per alleviargli il dolore si trasformò in Francesco Guccini e gli cantò “bisogna saper scegliere il tempo, non arrivarci per contrarietà”. Giove pianse mentre Dio se la rideva sotto la barba.

Non c’è soluzione.

Passo la giornata nel constatare e contestarmi una serie di fallimenti di tutto rispetto per la mia tenera età. Sono viziata, sono viziatissima. Pensavo di meritarmi, di avere l’obbligo verso me stessa della felicità. Ho sempre pensato che per la mia felicità fosse giusto sacrificare tutto. Anche io potevo essere sacrificata. Ho immolato Dio perché non mi tornavano i conti con la felicità. Ho abbandonato me per la mia felicità. Mi sono tagliata come si tagliano i rami secchi dagli alberi per confezionarmi come prodotto potenzialmente felice e vincente.  Ho abbandonato le mie ali per mettermi una tuta, un casco, e degli occhiali protettivi. Per salvarmi da una possibile caduta. Ma che male si può fare una persona che a fatica striscia? Che senso avevano le protezioni? Che senso ha mettersi come obiettivo correre? Perché ho lasciato le mie ali? Perché non ho tentato il volo?

Io non voglio niente di quello che ho. Nulla.
Come potrò dirlo a mia madre che non voglio nulla? Come potrò dirle che piango, tremo, vomito e non mi amo?
Non glielo dirò. Non le dirò niente di tutto questo. Mi terrò questo stomaco in subbuglio che ingoia rospi, che soffoca pianti e urla, e continuerò in questa mia lotta per quella che mi hanno fatto credere essere la mia felicità, perché io la forza di scegliermi la Felicità non l’ho. Non ho le ali. Non ho niente. E il mio stomaco, e la mia testa fanno sempre meno male di quel materno sguardo che mi dice “tu mi stai uccidendo”.

400000 morti, 2 milioni di sfollati e 300000 rifugiati abbastanza per pensare ad altro

Ce ne dimentichiamo. Ce ne dimentichiamo spesso. Troppo occupati nel coltivare i nostri orticelli nel farli diventare verdi, intensamente verdi. Non che l’esserne consapevoli, non che sapere sia la soluzione, ma un passo avanti forse sì. Non che la mia coscienza sia a posto anzi, ma almeno piangiamo insieme per le miserie di noi piccoli uomini totalmente inermi di fronte alla crudeltà e alla violenza della nostra specie.

Il Darfur vive una guerra civile dal 2003 fino ad ora le vittime sono state 400000. Quattrocentomila persone. Quattrocentomila.

Date un’occhiata qui.

Corridoi e fasce

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Penso al mio recente trasloco. Ci sono ancora tante scatole nella mia nuova camera a rendermi molto facile l’associazione sinaptica. Ho lasciato la casa nella quale ho abitato per sette anni. Sette è un numero bellissimo. Penso alla mia indifferenza nei confronti di quel abbandono. Il mio non mancarmi quelle mura, quelle porte e quelle finestre. Eppure in quella casa, meglio in camera mia, c’era molto di quei sette anni. Tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato la mia Storia sono passati di lì, un punto di intersezione. L’unica soluzione a un sistema altrimenti indeterminato.  C’erano i miei post-it. Attaccati nelle quattro pareti. Così tanti da rendere il muro giallo. Nei post-it ci sono pezzi di vita, della mia vita. Storie di incontri, volti, abbracci. Nella mia camera c’erano scatole piene di scritti dei miei anni adolescenziali, poesie o simili, canzoni, fiabe, favole, racconti, preghiere, confessioni e lettere. Ho buttato via tutto. I post-it no. Hanno colorato la mia vita, le bianche vergini pareti. Rispetto molto i colori anche l’orrido giallo. Nel buttare via i miei quaderni, i fogli a protocollo dove avevo disposto con cura tutte le mie pseudo poesie, il quaderno ad anelli rosa dove erano raccolte tutte le mie canzoni, e le buste dove erano raccolte le avventure del riccio Morgan nemmeno un attimo di dolore. Non è stato uno scatto di nervi. Né una reazione impulsiva. Una decisione, istintiva se vogliamo, ma conscia: privarsi di tutto. Liberarsene. Non c’è spazio. Non c’è spazio in me.

Ho portato su fino al quinto piano, senza ascensore, il peso dei miei vestiti, delle mie scarpe e degli orridi libri su orridi elettroni che si muovono.  Ho lasciato nel cassonetto la mia vita. Troppo pesante da trasportare.  Cosa ci sarà di tanto pesante? L’insostenibile peso del proprio vuoto. Nient’altro. L’ho già detto che ho bisogno di leggerezza. Lo riconfermo.

Solo un attimo di dolore, di dolore quello vero, quello che in me si manifesta con un’ulcera gastrica. Lasciare il corridoio. Quello è stato difficile. Il mio corridoio non era un corridoio, era la mia fascia destra. La fascia  nella quale con il mio numero sette giocavo con un’orrida maglia nera e gialla nelle Los Angeles Sol. La fascia dalla quale partivano tanti cross e assist e che mi vedeva protagonista di molti, moltissimi dribbling. Quante partite che ho giocato nei pomeriggi in cui ero a casa da sola, e quanti dopo-partita e interviste. E’ dura la vita di una calciatrice che vince il campionato americano di soccer. Abbandonare quella fascia è stato doloroso, sì. L’unica contenta del mio addio è stata Shannon Boxx. Le rubavo la fascia.