Al lettore

(Fatemi fare un po’ la Baudelaire della situazione. Per chi non l’avesse capito Baudelaire e “Al lettore” hanno un nesso sinaptico che non è solo mio ma universalmente riconosciuto. Vai su Wikipedia se proprio non ti fidi)

Caro Tu,

Parentesi in cui la signorina spiega il significato di Tu.

Tu che segui questo blog. Tu a cui arriva una mail al giorno o quasi da “La ruota spezzata”. Tu che tutte le mattine scrivi “La ruota spezzata” e leggi le nefandezze che vi scrivo sopra( tu non sai quanto io ti ami). Tu che passi di qui per caso. E tu che scrivi culi, tette e fighe e google per qualche assurdo motivo ti manda qui.
Fine della parentesi.

Ti stai interrogando sul tipo di parentesi? Beh anch’io ma non ho saputo scegliere.

Caro Tu,

io me ne andrei per qualche giorno in vacanza, o quasi. Quasi qualche giorno e quasi vacanza per essere chiari. Ho deciso che le mie vacanze saranno tecnologicamente caste quindi niente computer, macchina fotografica, lettore mp3, non potrò scrivere ( okay esulta pure), non potrò leggere gli altrui blog e non leggerò nemmeno i giornali e azzardo: quasi quasi parto senza libri. Così, per essere un po’ in balia di me stessa. Voi non avete idea di cosa questo possa significare.

Vi direi un sacco di cose riguardanti il mio presente, ma dato che so che sarà superato dal domani non ve le dico. Per quale motivo continuare a rendermi ridicola parlando di cose che non capisco?  Parlerò solo del mio passato manovrandolo e giostrandolo come mi pare. Del resto è importante la storia mica la sua veridicità. E poi che ce ne facciamo della veridicità? No, ho deciso parlerò solo del passato.  Ed è a proposito di passato che vi dico che settembre prevede grosse rivoluzioni, cambiamenti importanti, come il nulla non ho ancora deciso, ma presto deciderò o la vita deciderà per me. Non vedo l’ora che la vita decida per me, ma questa stronza continua a pormi davanti a scelte impossibili. Voglio dire già mi pare difficile essere me, poi se devo prendere anche le decisione di “miss so tutto io” la Vita… è una gara persa in partenza non credete?

Saluti:

Saluto in primis i  miei amichetti del cuore che sono lontani da me, e che rendono la mia vita con la loro assenza assai più gradevole (non pensate male: gradevole in quanto sono masochista e sentire la vostra mancanza, il dolore del vostro non esserci alla fine mi piace ecco, ma il dolore eh).

Quindi mando un bacione all’amico Mugna che è occupato a salvare vite nel Darfur, all’amico Rosso che mi deve ancora 500 euro per la mitica vittoria della Champions dell’Inter e che so leggere questo blog ogni volta che nel suo girovagare in giro per l’Europa  vede un Internet point (torna a casa Matte, questa casa aspetta te, ah la tua ex si è fidanzata con i Boncia, questa era per non farti tornare più) e un bacio grosso come la sua pancia all’amica Francy che prega giorno e notte un Dio a cui non crede affinché suo figlio/a non nasca lo stesso giorno mio ( perché lei agli oroscopi non crede, ma non si sa mai).

E poi un bacio a tutti voi e un abbraccio a chi so io. Stiamoci vicini (anche se fa caldo).
A settembre amici. Buone vacanze a chi va in vacanza, buon lavoro a chi lavora, buon nulla a chi non fa nulla. Amatevi tanto. Punto.

Io e il mio sposo beviamo dallo stesso bicchiere.

Sono Rajah. Ho il nome strano. Vengo dall’India e sono bella. Sono bellissima. Sono qui in Italia da una settimana sono stata tre giorni a Roma, tre a Firenze e ora sto aspettando il treno per Venezia. Le tre città più belle d’Italia mi hanno detto, e io ci credo. Roma è grande e mi è piaciuta. Firenze è piccola e mi è piaciuta. Venezia mi piacerà. Io adoro le barche.

Accanto a me il mio sposo. Vecchio, a me piace chiamarlo così. In realtà ha solo qualche decennio più di me. Lui è strano. Ha il turbante  e la barba, e tutti lo guardano. Io guardo incuriosita quelli che lo guardano mi immagino loro mentre immaginano lui Sandokan. E poi vedo i loro sguardi posarsi su di me e mi immagino che mi immaginino come proveniente direttamente da “The millionaire”. E mi diverte. Sono buffi questi italiani sembra che non abbiano mai visto un turbante, o qualcuno di vestito diversamente da loro. Sembra che non abbiano visto altro che se stessi. E basta un pezzo di stoffa messo sopra la testa per destare in loro fantasia e curiosità. Buffi sì.

C’è là una fanciulla che mi interroga con lo sguardo, che mi scruta, e mi osserva dalla testa ai piedi. Sembra che cerchi in me la risposta al suo quesito. Io la guardo incuriosita dalla sua curiosità. Lei mi guarda ancora, non toglie lo sguardo. Mi fissa e fissa il mio consorte. Nei suoi occhi un bagliore, si sta facendo un film. Sta costruendosi una storia.  Vorrei venirle incontro e raccontarle la mia storia. Vorrei dirle che non è vero quello che lei si sta immaginando. Che la mia storia è diversa, vorrei dirle di guardarmi meglio, di capirmi. Di guardare me non altro, ma la vedo partire. Vorrei dirle che io e l’uomo accanto a me ci siamo appena sposati. Che io vengo da una ricca famiglia e lui pure. Che non abbiamo affatto lottato per il nostro amore, e che forse questo amore nemmeno c’è, ma io bevo volentieri dal suo bicchiere. Vorrei dirle che noi vivremo insieme tutta la nostra vita, che lui lavorerà e io farò tre figli. E che questo probabilmente sarà l’unico viaggio della nostra vita. E questo ci basterà o faremo finta che ci basti. Vorrei dirle che la mia storia è così normale che non c’è alcun bisogno che lei ne inventi un’altra. Non per me. Nessun bisogno, mi farebbe solo male.

Il mio treno è arrivato, vado alla ricerca della mia carrozza e del mio posto a sedere accanto al mio sposo con cui condividerò un altro bicchiere, un altro viaggio. Nei suoi occhi leggo la sua “mia storia”, è evidente Danny Boyle l’ha condizionata, anche lei.

Vagare anzi no: viaggiare

Scriverò. Il mio sciopero è finito sette lettere fa,  certo non perché abbia avuto un esito positivo, ma più di tanto non riesco.  Bisognerà pur rendersi conto dei propri limiti, no? Parto con la notizia di sempre: il mio mal di testa continua ad ossessionarmi, e  anche Mezut.

Penso d’avere bisogno di leggerezza. Cioè, non so bene se la si possa definire leggerezza, se questo è il termine giusto, sicuramente so che non ho affatto voglia di pesantezza e quindi vista la mia tutto sommato visione manichea è proprio leggerezza la soluzione all’enigma di oggi.

La leggerezza di una promessa, di un ricordo, di un gesto, di un mazzo di fiori, di una partita di calcio, di un bacio, di un saluto. Di un sorriso qualunque, di un abbraccio virtuale, della sofferenza del mio cuoricino.La leggerezza della responsabilità, e del dovere. La leggerezza di un amore qualunque, di un cuore disposto a dare, dell’assenza di calcoli. Di cose, storie, vite vissute con l’intensità di chi è disposto a spazzare. La leggerezza della distruzione. La leggerezza di uno sciopero, e la leggerezza del mio Io che continua a non prendere una posizione. La sublime leggerezza del TU.  La leggerezza di un dio che se ne va e di un Dio che torna. La leggerezza, l’insostenibile leggerezza del mio essere.

Non necessito di nient’altro.

Arrivo alla stazione dopo un comodo viaggio sull’Ataf. Mi ero anche seduta, questo è strano. Io non amo i viaggi comodi, amo immaginare di essere su una tavola da surf mentre l’autobus  cerca di resistere alle intemperie del manto stradale. E’ solo immaginare. Comunque, questa volta, sarà stato il caldo o il fatto che il bus fosse del tutto vuoto, o la mia assenza di immaginazione, mi sono fatta un viaggio comodamente seduta.

Alla stazione ci sono i treni. La gente. Le valigie. Il signore sulla  fantastica macchinina delle pulizie. Penso di volere fare esattamente quello nella vita. Non la macchinina delle pulizie, ma andare in giro per la stazione con essa e guardare tutti e immaginarmi le loro vite, le loro storie, i loro abbracci e il perché del loro viaggio. Sì, lo voglio. Alla stazione ci sono i monitor, e sul monitor ci sono segnati un sacco di posti: Terontola, mi ha sempre fatto ridere, Venezia C.le, Chiusi, Arezzo, Roma termini, Borgo San Lorenzo (il mio treno), Lucca, Pisa. Lo trovo bellissimo. Trovo bellissimo che ci sia gente che prende il treno per Terontola (il paese dei balocchi, ne sono convinta). Mi piacciono i giapponesi dai polpacci grossissimi che si dispongono in perfetta fila indiana al deposito bagagli. E mi piacciono gli indiani col turbante, la barba e  la moglie al fianco che se ne vanno in un romantico viaggio a Venezia, e bevono dallo stesso bicchiere. Mi piacciono i seminaristi irlandesi che non timbrano il biglietto e chiedono perdono al controllore che chiede loro di pregare per lui. Mi piaccio mentre salgo sul treno. Mi piaccio a tal punto da pensare che quello debba essere un diritto. Tutti devono avere il diritto di vedersi in viaggio e di vedere gli altri viaggiare e bere dalla stessa cannuccia. Mi stupisco che non ci sia nell’elenco dei diritti inalienabili dell’uomo.
Io non volevo prendere il treno per Borgo San Lorenzo, volevo andare a Venezia con l’indiano con il turbante, sua moglie e il loro bicchiere. E cavolo, era un mio diritto.

Io scopro

Soli pochi minuti, prima che io crolli letteralmente al peso della mia giornata.

Ho scoperto oggi che il mio Mezut non giocherà la finale, ma che l’Inter presto lo comprerà. Ovviamente  non è una mera voce di mercato, ma, più concretamente, la voce della mia profondità. E’ l’amore che parla.
Ti ascolto.

Ho scoperto oggi che detesto le mie scarpe grigie. Ricordatemelo.

Ho scoperto oggi che la chiesa dello Santo Spirito mi piace. Ha la facciata del settecento, e dentro c’è un sacco di Brunelleschi, così mi pare.

Ho scoperto oggi che Caravaggio e i Cavareggeschi ci sono ma non ci sono, ma ci potrebbero essere. E soprattutto che entrare in una mostra con il curatore della stessa fa molto very important people.

Ho scoperto oggi che mia madre ha la capacità di romanzare qualsiasi evento della sua vita. E anche della mia.

Ho scoperto oggi che ho passato l’intera mattinata a studiare cose inutili al superamento del mio prossimo esame. Ma anche inutili in generale.

Ho scoperto oggi che detesto le donne chiacchierone, e anche gli uomini.

Ho scoperto oggi di vivere dimensioni parallele. Spazi e tempi già vissuti, ma ancora da vivere.

Ho scoperto oggi che vedo l’amore della mia vita ovunque. Ma non c’è. Ci sarà.

Ecco crollo, insomma una buona giornata. Domani sarà meglio, me l’ha insegnato Hamtaro. Se non sai chi è Hamtaro, beh cosa hai goduto della vita fino ad ora?

La pulizia non si compra. Lo sai?

Il mondo è sudicio. D’estate si sveste e viene fuori ancor di più il suo sudiciume. Firenze è sudicia. I turisti sono sudici. La donna col carrello della Coop e i cani, che striscia in giro per la città e puzza terribilmente, e canta, e beve, e chiede aiuto  è l’unica cosa di pulito che ho visto oggi. Poi è arrivata la pioggia improvvisa che lava tutto. E io mi sono coperta. La donna col carrello della Coop e i cani no. Non ne aveva bisogno. Accarezzava il suo cane nel trionfo della loro vera pulizia  puzzolente. Lei non ha paura del pulito. Avrei voluto seguirla e imparare da lei la pulizia, l’acqua e il coraggio, ma mi scadeva il parcheggio.

Le capacità curative dell’amica dell’amica di mia zia

Vuoi mettere. Passare un’intera giornata con se stessi. Intera. Dedicandosi totalmente all’ozio letterario. Non proprio, meglio al lussuoso ozio dei propri pensieri, che potrebbero anche essere definiti letteratura, ma oggi sono in vena di sani istanti di umiltà. Me l’ha consigliato il dottore. L’umiltà intendo.  A proposito di dottori, dato che i miei mal di testa continuano a rovinarmi giornate, piani, pensieri ed umore, il verdetto da parte di “illustri” medici popolari (mia nonna, mia zia, l’amica della mamma, la mia vicina di casa etc.) è stato: “figlia mia i mal di testa te li tieni almeno fino a quando non partorisci, anch’io alla tua età soffrivo della stessa cosa. Ah no, io alla tua età avevo già fatto due figli, comunque… perché non ti sposi?”. Apriti cielo. Almeno fino a quando non partorisco? E chi ha intenzione di partorire? Me la prendo a morte con la natura malvagia che sembra avermi creato solo per potere proseguire il suo malvagio gioco. Creare altra inutile, vana vita. Insomma,  sono nata donna, e già per questo Dio mi deve un monte di scuse, faremo i conti un giorno io e Lui, il mio essere donna comporta (all inclusive) tra le altre cose tremendi dolori alla testa, e alla faccia dell’emancipazione femminile e dei discorsi tanti, troppi, che facciamo noi altre devo per forza partorire per avere una vita serena. Ma è un ricatto. Qualcuno mi salvi, la natura si prende gioco di me.

Io, che stringo la notte.

Mi sdraio sul letto, le braccia sullo sterno disposte a forma di cuore come faccio sempre. La testa altrove. E le parole che vibrano nell’aria. Parlo da sola. Lo trovo affascinante, e soprattutto sfogo in questo modo tutte quelle manie egocentriche che non mi consentirebbero di parlare con l’altro. Insomma, a volte, si sa, si ha voglia di tirare solamente fuori le parole dalla propria bocca indipendentemente dalla persona a cui sembrano essere rivolte. Un tempo il dialogo avevo un altro significato. Lo aveva per me, pendevo dalle parole altrui. Aspettavo con ansia il momento in cui avrei iniziato ad emettere suoni, e con meraviglia ascoltavo i suoni densi di significato delle altrui corde vocali. Ora non è più così. La mia attenzione che prima era una specie di troia, a tutti e per tutti, ora è diventata una escort. Soffro questo cambiamento, a me piace la gratuità, decisamente superiore ad ogni altra cosa. Ma il mondo funziona così. Devi venderti, e devi saperti vendere per bene. Quindi la mia attenzione molto più furba di me è diventata da sola una puttana di gran classe. Amen.

Mi vengono in mente certi momenti, istanti di autoflagellazione, quando disperata punivo e maledivo e disprezzavo me stessa perché avevo parlato troppo, perché avevo detto solo perché avevo bisogno di dire e non avevo ascoltato. Avevo perso l’occasione di ascoltare i moti altrui, solo per dare spazio  ai miei e mi sentivo una demente, un’ingrata, un’idiota. Fino a quando poi questo ragionamento non mi ha portato a domandarmi chi mi concedesse il diritto di aprire bocca e di rompere il patto tacito che noi tutti facciamo con il silenzio.  Per rimanere in silenzio per quale giorno, per poi dirmi che in fondo se tutti parlavano, forse il patto con il silenzio non era poi così vincolante. Per poi ricominciare a parlare. Discriminando però. Parlare da soli con le mani a forma di cuore sullo sterno per quei sublimi pensieri che ardono dal desiderio di volere essere pronunciati e vane parole che devono riempire distanze. Insomma sunto: a me questo riempire distanze senza allungare le mani, senza abbracci, inizia a pesarmi. Mi manca quel abbraccio elettivo sobrio e sublime che eleva, che fa sussurrare, che rispetta silenzio e parole, che le contempla entrambe.

Non so se mi spiego.

( Ma io volevo parlare di tutt’altro. )



Senza palle quadre e spalle coperte e nessuna via aperta

Nel mio girovagare, nel mio eterno incespicare, sono inciampata. Più volte. L’età avanza, le ginocchia non sono più quelle di una volta. Con questo caldo il tutore dà noia.  Si cade con facilità. Poi se ci aggiungi anche la mente che vaga e una buona dose di miopia, insomma diventa un mix perfetto che porta tendenzialmente al cadere tra le braccia di ignari passanti. L’unico inconveniente è che non sai tra quali braccia finirai. Ieri sono finita tra le braccia di un borghese borghese. Un vero avvocato. Giacca e cravatta, ventiquattro ore in mano. Una persona seria. Andava di fretta. Suppongo che avesse un sacco di cose da fare. Scendeva le scale con passo celere. Era nel suo regno. Io mi ero intrufolata per poche ore in quel mondo fatto di giacche, codici penali e civili, aule giudiziarie, casellari giudiziari etc. Affascinata come si è di solito dal posto nuovo, mi guardavo intorno incuriosita. Tutti quei poliziotti, e i giudici vestiti a giudice. Mi sono sempre chiesta se si fossero mai sentiti ridicoli nell’essere vestiti in quel modo, così, così da sacerdoti, le loro facce serie smentiscono i miei antichi pensieri. Penso  a quanto sia ridicolo il pensare che si potessero sentire ridicoli. Ma torniamo al mio incontro-scontro con il perfetto borghese. Egli vedendosi arrivare una spaesata fanciulla che meravigliata guardava intorno le facce, le borse, i discorsi, e il codice penale, stizzito sentenzia: “E faccia attenzione, ma guarda che gente”. Io domando perdono. Egli continua nel suo imprecare dicendo qualcosa sull’umanità, deduco che non fossero belle parole. E avanza  sicuro verso i suoi importanti appuntamenti. Lo guardo impaurita, colpevole di avere violato il suo spazio e il suo tempo. Mi maledico, come faccio sempre e domando mentalmente perdono, di nuovo, a quell’uomo dall’aspetto così viscido.

Finita la visita in quel sacro luogo fatto di codici e sacerdoti, nella mia neonata e deformata mente borghese diversi scombussolamenti. Perché io in fondo una vita che si intersecava con la mia, anche se per poche frazioni di secondo, l’avrei apprezzata tantissimo, avrei ringraziato il Tempo che mi faceva piombare tra le braccia un’altra storia, che mi costringeva a un incontro. Io avrei amato l’incontro. Ho  pensato superbamente e superficialmente di essere una persona migliore di quel triste individuo incapace di apprezzare il Tempo, la Vita, l’Incontro e me. Sì, sono decisamente superiore a lui e i suoi importanti appuntamenti. Ancora.  Ho dalla mia la meraviglia negli occhi. Ancora. E ancora “fiera del mio sognare di questo mio eterno incespicare” me ne vado a girovagare per incontrare altre vite, pali, alberi, cestini etc.