Brancher, Özil, Guy e la doccia del passerotto.

Va bene sì lo so. Va benissimo. Ci sono cose ben più importanti. Ci sono i mondiali di calcio. Il G8. Il G20. C’è Brancher. C’è il legittimo impedimento. La manovra finanziaria. Lo sciopero contro i giornali. Eppure nella mia nuova mente borghese c’è un solo pensiero fisso, o quasi. Niente di tutto ciò mi interessa davvero. Leggo il giornale con fare distaccato. Un po’ più del solito. Non mi arrabbio nemmeno più. Me lo si perdoni. Non ci posso fare niente se la mia mente decide di vagare per altri lidi. C’è una domanda. Una domanda che resiste da giorni a tutti gli attacchi esterni, che si aggiudica il novantanove percento della mia corteccia cerebrale. C’è solo essa.  Perché io ho visto un uccellino annegare?

Digressione assolutamente inopportuna.

Sono finalmente tornata alla letteratura francese,  all’ottocento francese e a Guy de Maupassant (che tipo!) e il cinismo che vi leggo mi rasserena assai.

Fine della digressione inopportuna.

Digressione inopportuna due.

Ho un torcicollo impressionante e in questo  leggo qualche strano messaggio subliminale de  “La vita”(da interpretare come entità mitologica), tipo: “è sicuramente colpa del torcicollo, se voltata indietro, non riesco a guardare avanti.”

Fine della digressione inopportuna due.

Digressione inopportuna tre.

Ma quanto è bello  Mesut Özil?! Mi racconta un mondo il suo sguardo così, così gramo.

Fine della digressione inopportuna tre.

Temo di essere inopportuna.

Tu l’hai mai visto un uccellino annegare?

(Amico mio questo è un periodaccio, gli uccellini muoiono mentre si fanno la doccia. E’ proprio un periodaccio)

Siate saggi dite TAT

Ci sono certi istanti in cui le piccole cose diventano grandi. Si espandono a dismisura di fronte all’evidenza di un qualcosa. Non ci sono motivi precisi, o forse sì, ma di non chiara lettura. Allora il tuo ruolo non è altro che quello di godere passivamente, il più possibile, sperando che diventino in qualche modo eterni. Che tale diventi la piacevole passività: eterna.

Divennero immensi gli occhi, solitamente piccoli, di Luca appena la vide. Strano perché la vedeva sempre. Era parte della sua vita da un pezzetto ormai. Eppure c’era qualcosa di nuovo in quello sguardo come se fosse la prima volta. Come se fosse.

Scese dal treno. Lo intravide da lontano. Lo salutò con un sorriso, come si saluta persona gradita.  Si salutarono. Si sorrisero. Si baciarono. Si abbracciarono. Poi lentamente si allontanarono l’uno dall’altro prima le labbra, poi il corpo e alla fine le mani. Non c’era niente di strano. Routine. La solita routine. Solito posto. Soliti gesti. Solite mani. Solito corpo. Solito treno. Solito sorriso. Cambiava solo quello sguardo.

-Tu lo sai quanto t’amo?!

T’amo. Aveva detto “t’amo”. Lui che non conosceva il significato di queste parole. Lui così restio a dare dimostrazioni d’affetto. Lui che l’amore andava dimostrato e non dichiarato. Lui, aveva detto t’amo. Guardandola con quegli occhi. Mangiando lei, il mondo, il loro amore. Ingordo. Aveva fame Luca. Non era solito provare quella sensazione. Aveva fame di lei, di se stesso, dell’universo, di loro. Aveva fame e la guardava come chi scopre, come chi si stupisce. E si stupiva di fronte a quel sentimento. Di fronte alle parole che escono così da sole senza un perché. Che assumono vita propria. E rimangono lì a vibrare con  forza ore e ore, che in realtà sono nanosecondi, ma chi avrebbe il cattivo gusto di guardare la realtà in una simile situazione. Vibrava quel “t’amo” vibrava come gli atomi di un reticolo cristallino ed era lì tra di loro a dividerli e a legarli. Corda necessaria quanto labile. Strumento e fine. Il tutto e il nulla. Parola e fatto. Immenso. Con loro.

Lei perplessa, lo guardava. Il palpitare accelerato del cuore. L’incapacità di assorbire quelle parole. Il tutto che all’improvviso sentiva vuoto. E lo stomaco che la divideva in due. Con il tempo che si era fermato in funzione di quel “t’amo”. Lei che s’era fermata per quel “t’amo” così labile, così perfetto. Sentiva il tremare dell’aere. Sentiva il trepidare di quelle parole. Viveva quella parole. Vivevano in lei. E il tempo che assume  significato solo in loro funzione. L’universo che obbedisce al “t’amo”. Lei che abbassa la testa, abbassa lo sguardo. Succube per tutta la vita di quei nanosecondi che sembrano anni che sembrano eternità.

Sembrano.

L’esperienza insegna  che bisogna avere il cattivo gusto di guardare la realtà. Il saggio dice che un nanosecondo è un nanosecondo. Niente più.

Sognavamo l’eterno

Ci penso spesso. E più che il mio pensiero ripercorre questi percorsi,  e più che mi convinco di quanto sia elitario l’Amore. Non da tutti. Di tutti può essere l’amore, le passioni, tutto ciò che compete il magnifico mondo delle lettere minuscole. Ma il mondo della maiuscole è di pochi. Di pochissimi. E l’Amore è l’antonomasia della maiuscole.

Non mi resta che capire se appartengo al popolo degli eletti. Se riesco a cogliere le maiuscole. Ho il terrore, a volte certezza, che non sia così. So solo che ho avuto a un certo punto la forza di sognare l’eterno permeato di un tremulo presente. Non ho mai capito se fosse mera follia, ardente desiderio, o concreta realtà. Sta di fatto che noi l’eterno l’abbiamo sognato, immaginato, forse cercato.  Insieme.
Davvero.

(Come nel suo stile, tipicamente Tricaresco,  una canzone semplice e immensa.)

Sguardi osceni.

Piove. A dirotto. La pioggia fa da metronomo alla natura. Apro la finestra. Io adoro la pioggia. Sotto di me c’è in atto una danza. Danzano  le gocce e i loro urti. Che meraviglia il trionfo della gravità. Che meraviglia l’acqua che rimbalza. Che meraviglia il sapore dell’infinitesimo. Gli attimi di eternità.
E danza lei e la sua sigaretta. Prima con l’ombrello arancione. Poi lo abbandona. Lo lascia lì per terra. Segue il ritmo della natura. Danza, danza. Si gira, si rigira. Batte i piedi. Muove armoniosamente le mani. Si ferma al fermarsi della pioggia. Continua di nuovo con tutto la forza che ha in corpo appena aumenta la frequenza dell’acqua che cade dal cielo. E così segue quel ritmo e diventa lei Natura. Il vento le porta via l’ombrello. La lascia lì sola con i suoi capelli bagnati, i vestiti bagnati, la sigaretta che si è spenta.  Oggetto del pubblico ludibrio, degli impudichi sguardi esterni. Soggetto della pubblica incomprensione, dell’indecente sguardo interno.

Il cielo è costretto a battezzarmi di nuovo mentre ammirata oscenamente la guardo. Lontanamente.

14 giugno

Io ho degli amici fantastici. Instancabili compagni di viaggio, che allievano le mie sofferenze. Guide. Guru.
Amici.

Tanti Auguri al mio amico Francesco che accompagna le tristi giornate ormai da anni.

Sanguisuga all’alba di un abbandono.

Storicamente, dico storicamente perché dà un certo tono al discorso non certo perché abbia intenzione di parlare di cose serie, state pure sereni, non sono tante le cose di cui vado fiera. Anzi. Sono, per mia disgrazia una perfezionista, lo sono a livelli quasi preoccupanti, quindi questo non mi  consente di godere di quelle piccole conquiste che allevierebbero le sofferenze a molti. Quello che faccio io deve essere perfetto, risultare tale ai miei occhi al di là dei risultati obiettivi riconosciuti da altri. Triste. Tristissimo. Più che scopro questi macabri aspetti di me e più che riconosco la mia croce. Pesante. Dura. Me.

In questi ultimi tre anni, onestamente di cose che posso riconoscere come fatte bene ce ne sono così poche che ho veramente paura a guardarmi indietro, a gettare uno sguardo tra le cose che ho scritto, che ho fatto, che ho detto. Metterei volentieri un velo pesante, pesante come un macigno, che oscuri tutto ciò che mi porto alle spalle, che mi liberi un po’ dal ricordo, che mi faccia soffrire meno. Che mi butti nell’oblio, affinché io possa dimenticare, perdonarmi e ricominciare.

C’è una sola cosa di cui vado molto fiera. L’unica esperienza che più volte mi ha dato la sensazione di fare qualcosa di buono, di impegnare il mio tempo non solo a mio servizio come faccio sempre, ma metterlo a disposizione degli altri. Ha richiesto umiltà, farsi piccoli, mettere da parte il mio gigantesco ego. Senso di responsabilità. Attenzione. Cura maniacale ai particolari. Osservazione. Ascolto.

Mi ha insegnato ad ascoltare. Ascoltare tutto, anche cose lontane, remote. Ascoltare storie, storielline, esperienze, sofferenze, fatiche. Ascoltare semplicemente. Semplicemente ascoltare. Per poi sentire, sentire sulla mia pelle quelle storie, storielline, le fatiche così lontane dalle mie. Esserne parte e rendermi parte di esse. Ho imparato ad amare. E’ una mia conquista. Perfetta. Uno dei pochi motivi di vanto. L’unica cosa che mi faccia sentire fiera.  Il velo che oscura un po’ il resto, e che vive di luce propria. Si mette in primo piano con prepotenza e si fa fotografare nella mia memoria. Indelebile.

Avevo due possibilità. Due stimoli diversi. Andare avanti con ciò che mi ha così tanto dato, e che così tanto ha preteso da me, cercando di ripetermi, di fare il bis, con tutta la fatica che questo comporta.  Oppure cercare cose nuove, roba nuova senza avere alcuna certezza su cosa questo significhi. Di cosa  comporti. Senza possibilità di ritorno. Con il rischio di andare incontro a un molto probabile insuccesso, o peggio ancora, al nulla.

Oggi ho scelto definitivamente ed ho scelto la seconda,  non riesco a fare diversamente.
Una scelta egoista. Come sempre.

Non riesco a fare diversamente.

Sanguisuga. Ho finito di succhiare. E me ne vado con il gallo che canta tre volte consapevole del mio abbandono. Del mio tradimento.

Il delicato senso delle distanze

Le mie esperienze mi danno il diritto di diffidare, in generale, delle cosiddette tendenze “disinteressate”, di tutto “l’amore del prossimo” sempre pronto al consiglio e all’azione. Per me, esso è in sé debolezza, un caso particolare dell’incapacità di resistere agli stimoli – la compassione è una virtù solo per i decadents.

Rimprovero alle anime compassionevoli il fatto che facilmente viene loro meno il pudore, il rispetto, il delicato senso delle distanze, che la compassione prende, in un baleno, il sentore della plebe e assomiglia, fino a confodervisi, alle cattive maniere, che le mani compassionevoli, in alcune circostanze, possono avere un effetto addirittura devastatore in un grande destino, in una solitudine ferita, nel privilegio di una grave colpa.

Così Nietzsche sulla compassione.

Ah quanti turbamenti porta in me quel “delicato senso delle distanze”! Il senso del limite, del consentito. Mi turba, mi turba assai.

Mi aprono la testa.

Condizioni tremende. Del resto sono le sette del mattino, anzi un quarto alle sette. Esco di casa con la velocità di un bradipo incinto in letargo. Andranno in letargo i bradipi? Non credo, ma rende l’idea. Con l’agilità di una gazzella anch’essa pregna mi infilo all’interno della mia automobile. Digressione: I love my car. Mi guardo allo specchio. Bene. Cerco disperatamente il tasto invisibile. Non voglio incontrare nessuno. Non voglio che nessuno mi veda. E’ un quarto alle sette nessuno mi vedrà. Mi rassicura quest’idea. Nessuno esce di casa a un quarto alle sette e diamine.  Metto in moto e subito mi fermo. Pit stop. Ecco M.T. davanti a me. Nella mia testa i ballerini di capoeira, sempre presenti, occupati nella splendida missione di tirare calci alle mie tempie, si chiedono che caspita ci faccia M.T. sveglio a quest’ora, e soprattutto qui, ora, proprio adesso. M.T. parla, dice qualcosa. Io non ascolto. Vorrei solo sotterrarmi per essermi presentata al mondo in quelle condizioni. Che impudenza. Annuisco. M.T. sostiene che ho una brutta cera, e mi chiede se sto bene. Ecco, grazie mille M.T.  Velocemente mi allontano. Metto in moto e via. Scappo da quel posto orrendo.

Il viaggio è regolare. Radiohead a palla per tentare di tenere la mia mente attiva al punto tale da garantirmi  l’arrivo alla mia meta. Traffico. Soffermo  il mio sguardo sulla Panda davanti a me. Mi dico che questa sarà una pessima giornata. Esiste macchina più brutta della nuova Panda? Non credo. L’autista della Panda fa di tutto per fare sì che io abbia ulteriori motivi per odiare quella macchina. Via, sorpassare velocemente quest’incapace. Ma come cavolo guida la gente alle sette del mattino? E’ una donna, si spiega tutto. Mi dico che le donne non sanno guidare. Mi scopro misogina. Accanto a me un tizio fa fare alla sua autovettura dei versi strani. Inveisco. Mi scopro misantropa. Sorpasso la bionda mi volto per vederla meglio, per fissare il suo volto e inserirlo nella lista nera degl’impediti alla guida. Il potenziale dito medio, dico e sottolineo potenziale, sono una ragazza educata io non lo farei mai, si trasforma in dita disposte a cuoricino. In quell’orrida Panda c’è F.M.. Ah l’uomo, perdonerebbe tutto ai suoi amici, anche uno stile di guida poco ortodosso. Accosto. Accosta. Esco. Rimane in macchina. Ti pareva.  I nirvana cantano “Smell like teen spirit”  e F.M. muove ritmicamente il capo.

“F.M. cosa ci fai in una Panda?”

“E’ l’auto aziendale.”

“Quale azienda F.M., tu non lavori.”

“E che c’entra? Ho la macchina aziendale”- afferma sicura. Nella mia testa i ballerini di capoeiera si convincono che F.M.  abbia rubato la macchina. La immaginano con una pistola in mano che uccide tre o quattro uomini per una Panda. Poi si chiedono: ma tra tutte le macchine che poteva rubare proprio una stramaledetta odiosa Panda.

“Okay”- sintetizzo.

“Tu che ci fai da queste parti?”

“Ho una visita neurologica.”

“Ancora?”

“Già. Te?”

“Dove vuoi che vada una donna gravida alle sette del mattino? Dal ginecologo, no?  E dove hai la visita?”

F.M. pare irritata. Le dico il posto, mi dice che è dall’altra parte della città. Mi infama pesantemente. Mi sento morire. Che cavolo ci faccio lì? Ha ragione F.M. è proprio dall’altra parte. Ci sarò stata una decina di volte in questa clinica, ma sono  lì con F.M dall’altra parte della città a un quarto alle otto. Appuntamento ore otto. Maledico me stessa medesima. F. M. alimenta le mie maledizioni, aggiungendone delle sue. E’ un tipo originale, ha sempre qualcosa da dire.  Le offro un caffè, mi manda a cagare, e mi ricorda per l’ennesima volta di non farmi mai mettere incinta. Okay. Parto spedita.

Arrivo alla clinica in ritardo, spudorato ritardo, con la lingua di fuori;  sono atletica, ma fino a un certo punto. La signora all’accoglienza mi guarda con disprezzo. Mi risistemo. Giustifico il mio ritardo sinceramente: ho sbagliato strada, scusi eh. Mi guarda con maggiore disprezzo. Effettivamente potevo dirle che c’era traffico. Mai essere sinceri. Ho perso. Si accorge che sono lì per una visita neurologica e dice: “ah beh, lei è qui per la visita neurologica”. Si ferma, ma sento che avrebbe voluto aggiungere un bel “si spiega tutto”. La guardo laconicamente. Mandami dal mio dottore, stupida donna dell’accoglienza, non  lo vedi che è una giornataccia.

“Primo piano, stanza sette”- dice.

Vado. Il dottore è un figo assurdo, un po’ vecchio. Un po’ tanto vecchio, ma ha il suo fascino. Mi guarda, mi scruta.

“Senta signorina a me dispiace anche, lei è giovane, una così bella ragazza- i ballerini di capoeira si chiedono che cosa c’entri, ma inutile soffermarsi- via provi a chiamare lui. Le dica che l’ho mandata io. E’ bravo davvero, non si preoccupi.”

Guardo con attenzione il biglietto da visita tal de tali Neurochirurgo mi soffermo sulla parola chirurgo. Lo guardo impaurita.

“Non si preoccupi è bravo, davvero.”

“Okay”

Il mare luccica! Ricordalo e scrivilo.

Ho un rapporto particolare con il mio personal computer, diciamo che per me quel personal ha un particolare rilievo. E’ un rapporto intimo simbiotico quasi. I tasti della tastiera del mio Toshiba, mi spingono sempre a pigiarli armoniosamente, amo il rumore particolare dato dalle mie mani che spippolano e spappolano i neri tasti. Come si sa, i rapporti idilliaci prima o poi finiscono. E anche il mio rapporto con tale creazione sembra essere finito, almeno per dieci giorni. Ci servirà questa lontananza per farci capire quanto il nostro rapporto sia essenziale per entrambi. Voglio pensarla così. Di natura sono diffidente quindi questo misero Ausus sul quale mi tocca scrivere ora, non mi facilita affatto il lavoro. Il rumore è diverso. Anche il tatto percepisce la differenza. Tutti gli stimoli che arrivano al mio cervello gli impongono il comando: diffidare, con tanto di suono di pericolo, quello da film per intendersi. Ho i miei tempi. Ci ho messo un po’ prima di iniziare a scrivere sul computer. Mi sono sempre limitata a riempire fogli, post-it, quaderni, fogliacci, a volte,confesso, anche muri, è facile quando hai una scrittura indecifrabile, scrivevo con la consapevolezza che non avrei  mai capito cosa avevo scritto, libera. Scrivere sul computer significa  non avere scampo. Non ci si può confondere. Si è nudi. Bisogna avere una buona dose di coraggio per mettere le cose nero su bianco. Io sono sempre stata un po’ codarda.  Scrivere su un blog, beh è una follia.  Morale della favola: i miei post sul blog saranno un po’ più rari.

Mi viene in mente, ragionando di scrittura, un episodio assai poco gradevole della mia triste infanzia. Ero in quarta elementare. Giovane e ingenua. La maestra, odiosa, mi diede da fare un tema su ( udite, udite!) la primavera. In questo tema, per capirci, avrei dovuto scrivere una cosa tipo quant’è bella primavera, i prati sono in fiore, il mare luccica, e bau biu. Non nego che scrivere quel tema ha comportato al mio fragile animo molte turbolenze. E’ stato un processo travagliato. Chiesi aiuto a mia madre e mio padre, ma mi ignorarono avevano cose più importanti da fare.  I genitori non capiscono mai i momenti clou dei figli. Al che aprii il libro di scienze e iniziai il ragionamento sulla primavera. Non ci scrissi niente sul mare che luccica. Diedi una breve definizione scientifica di primavera. E poi scrissi che a me tutto quel verde mi piaceva poco. Fine del tema. Sul foglio a protocollo mi vidi restituire un bel sufficiente, io che ero abituata solo a ottimi: un colpo, una tragedia, una sconfitta enorme, in più come se non bastasse la perfida aveva chiosato: “Mi sembra evidente che non scriverai mai, hai una mente troppo razionale, e questo non è un male”. Tornai a casa esultando su quanto io fossi una mente razionale sperando che quell’entusiasmo potesse consolare  mia madre, ma entusiasmo non fu contagioso giacché il mio sufficiente le piacque assai poco. Anch’io iniziai a dubitare, e a essere infastidita da quel troppo razionale. Detestavo quella donna. Quindi mi ripromisi che al tema successivo avrei scritto qualcosa di fantastico, di ultrafantasmagorico. E lei, la perfida maestra, a quel punto non avrebbe potuto fare altro che riconoscere il mio genio. Il tema successivo fu (udite, udite!) l’autunno. Ci scrissi che l’autunno era fantastico. Mi piaceva tutto quel giallo. Le foglie che cadono. Il mare che luccica, questa volta mi ero fatta furba. E il campionato di calcio che ricominciava. Focalizzai molto il mio tema sul campionato di calcio. Era un elaborato fantasmagorico. Risultato: sufficiente. Da quel momento in poi iniziai a pensare cosa volesse che  le scrivessi, e le ho scritto un sacco, ma un sacco di volte che il mare luccica. Alla fine dell’anno, però, avevo ottimo. La prostituzione intellettuale, per dirla alla Mourinho. Vendere il campionato di calcio per un ottimo.