Tamana ossia sguazzare in un po’ di eternità

Ha perso le foglie il mio albero. Le ha perse tutte, tranne una. E’ rimasto lì nudo, scarno.  E’ stato vinto dalla pioggia, dal vento, dal tempo. Tamana- la foglia, ho deciso di darle questo nome- cerca di combattere. Potere restare un altro po’. Il vento la smuove tutta, le fa girare la testa. E’ bagnata.  Me la immagino infreddolita. Il mio albero sembra guardarsi e vede intorno a se le macerie della sua sconfitta, ennesima. Sembra che i suoi rami vuoti cerchino di proteggere invano quell’unica foglia, simbolo di una desolazione totale. Cade Tamana, con un movimento lento. Sa di infinito la sua agonia. Io, al solito, ci vedo un po’ di eterno, eppure Tamana non c’è più.

Il sussurro della mia uscita di scena

Mi guardi così
Vuoi una spiegazione.
Vuoi una ragione.
Pretendi chiarimenti.
Vuoi che ti spieghi gli sguardi,
le parole, la pesantezza,
gli abbracci, il profumo, le mani.
Vivi di quelle parole, di quelle mani,
di quegli abbracci, di quei sguardi, di quel profumo.

Vivo nell’oblio di tutto questo.
Immaginandoti così: eterno custode del mio immacolato passato.

Nanosecondi rubati

Non lo nego. E’ stata durissima. Anche quest’anno dover pensare per un nanosecondo a quelli che stanno peggio di me, pensare agli uomini soli mentre si è nel bel mezzo dei pranzi e/o cene  con i tanto odiati parenti, dovere pensare a chi ha fame quando la tavola straborda, pensare a chi è nel bel mezzo di guerre, carestie ed epidemie dove la città è piena di luci, di colore e soprattutto shopping. E’ stata veramente durissima, per fortuna che ormai la celebrazione della cristiana ipocrisia è finita, e ora posso pensare solamente ai cavoli miei senza dovermi privare più di quel nanosecondo africano. Ci ripenserò tra trecentosessantacinque giorni. Evviva!

Però in compenso S. Stefano mi sta simpatico, così nel caso in cui interessasse.

Inno alla Bellezza

Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall’abisso, Beltà?
Il tuo sguardo, infernale e divino,
versa, mischiandoli, beneficio e delitto:
per questo ti si può comparare al vino.

Riunisci nel tuo occhio il tramonto e l’aurora,
diffondi profumi come una sera di tempesta;
i tuoi baci sono un filtro, la tua bocca un’anfora,
che rendono audace il fanciullo, l’eroe vile.

Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri?
Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane:
tu semini a casaccio la gioia e i disastri,
hai imperio su tutto, non rispondi di nulla.

Cammini sopra i morti, Beltà, e ridi di essi,
fra i tuoi gioielli l’Orrore non è il meno affascinante
e il Delitto, che sta fra i tuoi gingilli più cari,
sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.

La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela,
e crepita, fiammeggia e dice: “Benediciamo questa fiaccola!”.
L’innamorato palpitante chinato sulla bella
sembra un morente che accarezzi la propria tomba.

Venga tu dal cielo o dall’Inferno, che importa,
o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo;
se il tuo occhio, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me
la porta d’un Infinito adorato che non ho conosciuto?

Da Satana o da Dio, che importa?
Angelo o Sirena, che importa se tu
– fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina –
fai l’universo meno orribile e questi istanti meno gravi?

Il mio futuro se me lo consenti lo scelgo Io.

Eviterò tutto il discorso commuovente di me che sono stata immensamente delusa dalla politica e di quanto l’esperienza “diretta” abbia portato a me tantissima disillusione e sofferenza per il semplice motivo che trovo fastidioso ripetermi.  Arrivo senza giri di parole al dunque: ci sono le regionali, e di conseguenza le primarie. Lo saprete, insomma, vi saranno arrivate lettere a casa di un qualche politico che chiede di votarlo e vi racconta per filo e per segno la sua vita e vi dice che lui ci tiene tanto al territorio, che le tematiche che gli stanno a cuore sono i giovani, ma anche gli anziani, i lavoratori e i disoccupati, l’ambiente e l’impresa, la sanità, gli asili, la sicurezza e il turismo. Insomma tutto lo scibile.
Le votazioni sono belline, ti arrivano circa 20 mail al giorno, c’è nell’aria una fervente passione politica, incontri su incontri e se uno decidesse di partecipare veramente avrebbe un’agenda più piena di quella di Obama. Sono belline perché si nota il contrasto tra il nulla del prima e il “tutto” del periodo elettorale. Mi hanno detto che questa è la politica. Potrei continuare per ore a esprimere tutto il mio scetticismo a riguardo, e francamente lo farei anche volentieri, ma mi tocca per spirito di responsabilità andare un po’ al di là, tentare di fare un piccolo passo in avanti. Allora dopo una riflessione di pochi minuti sono arrivata alla conclusione che: io voterò, sceglierò il mio rappresentante all’interno del Consiglio regionale, darò fiducia a un uomo o a una donna, rischierò. Colui o colei che prenderà il mio voto però non avrà vita semplice. Il mio futuro, che dipende anche in parte dalle decisioni che si prenderanno là dentro, è troppo importante perché io non me ne curi. Quindi dal candidato che  voterò, che grazie ( anche) al mio voto arriverà in consiglio regionale pretenderò trasparenza in primis, pretenderò di essere informata su quello che sta facendo, lo seguirò passo-passo nella sua attività politica con il fiato sul collo. Chiederò lui/lei spiegazioni sulle posizioni che ha tenuto, sulle promesse che ha o non ha mantenuto. Siamo nell’era di internet tenere costantemente informati i propri elettori su quello che si sta facendo non è una cosa complicata, certo comporta un po’ di lavoro, ma non sono certo in vacanza.

In fondo noi abbiamo dalla nostra un potere grandioso, e se ne ha dimostrazione nei periodi elettorali dove moltissimi signori vengono ad “elemosinare” voti,  e allora cosa vogliamo di più, i politici sono così facilmente ricattabili (se non fanno bene il loro mestiere non li voti alle successive votazioni) che noi non possiamo perderci la possibilità di controllarli. È finita da un pezzo l’era del “ sai mi ispira fiducia lui, allora lo voto”, contano i fatti ( lo dice anche B.) conta quanto si è lavorato e come lo si è fatto. Ribadisco noi dobbiamo pretendere da loro di essere informati costantemente su quello che fanno, perché ciò che fanno riguarda tutti noi e non può essere privato. Noi ne abbiamo il diritto. Ci devono giustificazioni. Ci devono spiegare perché vediamo un futuro grigio davanti a noi. Ci devono spiegare come faremo noi poveri cristi a sopravvivere a questo mondo, a trovare un lavoro, a mettere su famiglia. Ci devono spiegare come ne usciamo da questa situazione, ce lo devono dato che ci lasceranno un mondo addirittura peggiore di quello che hanno ricevuto. Per farlo, però, bisogna che ci sia partecipazione, bisogna stare attenti bisogna vegliare, non addormentarsi mai, bisogna partecipare attivamente, non farsi sfuggire nulla. Ricordare loro che in fondo sono nostri rappresentanti e non nostri “sovrani”. È ora di far capire chi comanda qui, e comandiamo noi.
Quindi io scelgo.

Cantava la Noia (lui…)

Questi sono giorni strani, grigi. Fortunatamente le condizioni atmosferiche rispecchiano il mio stato d’animo. Non avrei potuto sopportare giornate di sole splendente nel grigiore dei miei giorni. E allora mi viene in mente qualcosa di meraviglioso, che ho avuto il piacere di scoprire qualche anno fa in mezzo alle tristi lezioni scolastiche. Una poesia che mi riempì allora, e che mi riempe tuttora, mentre guardo il cielo che corre e senza stancarsi mai amplifica la mia immobilità.

Lui è Emilio Praga e questa è “Preludio”

Noi siamo i figli dei padri ammalati:
aquile al tempo di mutar le piume,
svolazziam muti, attoniti, affamati,
sull’agonia di un nume.

Nebbia remota è lo splendor dell’arca,
e già all’idolo d’or torna l’umano,
e dal vertice sacro il patriarca
s’attende invano;

s’attende invano dalla musa bianca
che abitò venti secoli il Calvario,
e invan l’esausta vergine s’abbranca
ai lembi del Sudario…

Casto poeta che l ‘Italia adora,
vegliardo in sante visioni assorto,
tu puoi morir!… Degli antecristi è l’ora!
Cristo è rimorto !

O nemico lettor, canto la Noia,
l’eredità del dubbio e dell’ignoto,
il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia, il tuo cielo,
e il tuo loto !

Canto litane di martire e d’empio;
canto gli amori dei sette peccati
che mi stanno nel cor, come in un tempio,
inginocchiati.

Canto le ebbrezze dei bagni d’azzurro,
e l’Ideale che annega nel fango…
Non irrider, fratello, al mio sussurro,
se qualche volta piango :

giacché più del mio pallido demone,
odio il minio e la maschera al pensiero,
giacché canto una misera canzone,
ma canto il vero!

Quando la gioia si fa fucsia

Quando avevo circa sedici-diciassette anni tra le varie cose che mi premeva molto chiarire c’era una domanda fondamentale: si riesce a condividere di più la gioia o la sofferenza? Cioè riusciamo a sentire di più sulla nostra pelle la sofferenza o la gioia di un altro? La conclusione cui arrivai dopo tanto vagare ovviamente fu che soffrire della sofferenza altrui era più facile del gioire della gioia dell’altro in quanto siamo in possesso di questo innato- o causato dalla nostra cultura -  senso di pietà. Eviterò il discorso sulla stupidità della pietà, per non dare ulteriori prove a chi sostiene la mia appartenenza alla filosofia cinica.

Non sono in grado di scrivere qualcosa che sia vagamente simile alle lettere di Maria de Filippi a “C’è posta per te”, ho così a lungo attuato un processo di dissacrazione di quelli che sono i tanti osannati sentimenti umani, da non riuscirci proprio. Quando però ti rendi conto che veramente sei contento della gioia, del successo, dei traguardi di un tuo amico, e lo sei sinceramente senza se senza ma, caspita questo non può passare inosservato. Quando senti, percepisci sulla tua pelle la gioia di qualcun altro che ha visto realizzato una parte del proprio “sogno”, che mette un mattone importante nella costruzione della propria vita e nonostante il fatto che tu sia soltanto uno spettatore di quel momento riesci a sentire tua quella gioia, tuo quel sorriso, ti senti in qualche modo coprotagonista, tutto questo non può passare inosservato. Non posso non dargli un peso. È elevante pensare che si è in grado di farlo, intendo farlo davvero, di abbondare anche solo per un paio di ore il proprio lacerante egoismo, la trappola dell’egocentrismo, spostare il centro da se stessi a solo qualche metro più in là, non ha veramente prezzo.
E io oggi mi sono sentita così mentre vedevo la mia amica “signora in fucsia” discutere la sua tesi in mezzo ai dotti ingegneri, mentre le comunicavano il meritatissimo voto di laurea, mentre si faceva le foto con tutti quelli che passavano di lì. Ecco io ero lì ed ero gioiosa.

Non so se l’analisi fatta qualche anno fa sia giusta o meno, francamente me ne infischio, però mi spiazza e non poco questa giornata.

Dicembre è ragioniere.

È dicembre, un altro anno si appresta a salutarci e il dicembre 2012 diventa sempre più vicino, e con esso un’altra fine della fine del mondo. Vivrò tutto il mese di dicembre in funzione della sua fine, del resto non ho mai negato di essere fatta veramente male. Questa è una delle mie tragicità: passerò ogni singolo giorno di dicembre pensando al fatto che il 31 finirà, in pratica non vivrò. Non che io aspetti l’ultimo dell’anno per buttarmi a capofitto nei festeggiamenti per il tempo che passa, però, è come se nel mio pseudo inconscio, non voglio abusare di parole il cui significato intuisco a malapena, questo giorno rappresentasse un evento. Le mie giornate, quindi passeranno tra bilanci, nuovi propositi, nuovi obiettivi, meglio vecchi obiettivi ricorretti e rivisitati. Un anno, il prossimo, in cui farò sicuramente il triplo rispetto al presente, senza che io abbia alcun motivo razionale per crederlo a parte il quadro astrale di Paolo Fox, ma temo che non sia sufficiente. In fondo un po’ mi faccio tenerezza quando mi penso intrappolata nella speranza di poter cambiare così dal nulla l’indomani. È una cosa che mi porto dietro dai tempi d’oro della mia infanzia. Ho sempre creduto nel miracolo del ricominciare. Un nuovo anno mi dà l’idea di un nuovo inizio. Puntualmente non cambia mai niente.
Dicembre è spietato,  fa fare i conti. E’  triste, i conti non tornano mai. .  E’ assassino, uccide le illusioni e fa nascere nuove speranze. Come dire uccide quest’anno e subito mette le basi per l’assassinio dell’anno dopo, è proprio un serial killer. In fondo io di dicembre ho una gran paura.